La confraternita dell’emicrania

amicizia2Soffrire di emicrania non è equivalente ad avere un semplice fastidio.

È molto più che avere la gastrite, il mal di denti, il tunnel carpale. L’emicrania è da duri, da sopravvissuti, da reduci di guerra. Solo chi ne soffre lo sa veramente. Non è un po’ di mal di testa che se ne va con il primo analgesico casuale, è molto di più. Confessare questo disturbo è sempre motivo d’orgoglio, ci si fanno certi cenni d’intesa che neanche i peggiori massoni.

Confrontarsi sui metodi per farla passare è un passatempo che nemmeno le partite di burraco tra anziani: ognuno ha la sua pastiglia, i suoi segreti, i trucchi per mandarla via. Perché quando poi passa, ah, quello sì che è l’apice dell’estasi. Se non soffrite di emicranie che durano giornate intere, non potete capire veramente quello che si prova quando loro passano.

L’emicrania è romantica: vuole solo luci soffuse e silenzio, cuscini morbidi e posizioni orizzontali.

E poi, è fedele come nessuno. L’emicrania te la porti dietro come un’amica appiccicosa, che sembra essere sparita ma poi torna a fare visita quando le pare. Di domenica mattina, in un pomeriggio di pioggia qualsiasi, dopo una cena pesante, o lo stesso giorno, puntuale, tutti i mesi, col picco di qualche ormone. Perché se se ne andasse così com’è comparsa nella pubertà, quando ha iniziato a pulsare nella tempia destra facendo l’eco dietro l’occhio e nel naso, non saresti più tu. Saresti solo una comune mortale senza bisogno di visite neurologiche, che rispetta e sgrana gli occhi di fronte al racconto di qualche essere superiore che, invece, ne soffre.

Per questo quando mi hanno spiegato che tutti quelli sfarfallii luminosi negli occhi che mi spaventavano tanto erano solo sintomo di emicrania oftalmica, mi sono sentita accolta in una specie di Olimpo di Eletti: sì, d’accordo, soffro di emicrania, però ragazzi, la mia è pure con aura. È ancora più speciale perché la maggior parte delle persone non sa cosa sia, e ogni volta posso confezionare il racconto in maniera diversa (uno stagno in cui si rifrange la luce del sole, una mezza luna che sorge e poi tramonta nel mio occhio destro): la mia aura è poetica, è il mio nervo ottico che racconta una fiaba dei Fratelli Grimm.

E poi mi hanno detto anche “è genetica” e  lì mi sono emozionata di nuovo, perché niente dà più soddisfazione di lamentarsi di cose che ti hanno passato i tuoi genitori senza averti chiesto il permesso. Allora ho indagato e scoperto che forse anche mio padre ce l’ha, l’aura, ma non se ne è mai interessato e non ha neanche ben capito di cosa si tratta, ma che aveva il mal di testa da weekend e che quello di sicuro me l’ha regalato con tanto di pacchetto e fiocco gigante, e anche anche da parte materna ho raccolto una buona eredità di cefalee.

Quindi se volete confessarvi, mie care teste doloranti, sfogatevi pure, sono pronta ad accogliervi nel mio salotto con Moment e caffè forte per tutti.

Confessioni

Ho appena finito di vedere l’ultima puntata di una serie italiana che negli ultimi tre anni ho seguito con affetto, talvolta vergognandomene un po’. Era da tanto che volevo scrivere qualcosa qui e questo mi sembrava lo spunto che stavo cercando da diversi giorni per parlare come al solito degli affari miei.

Prendo un bel respiro e lo scrivo: la serie in questione è Tutti pazzi per amore. Ecco, l’ho detto, con la stessa fatica con cui l’ho ammesso altre volte, convinta di trovarmi di fronte solo nasi storti e risatine. Invece, svariate di queste volte, ho trovato dall’altra parte altri affezionati come me e mi sono sentita un po’ meno scema.

Farò, a mia discolpa, un paio di critiche per nulla originali: è eccessiva e melensa e sfiora spesso e volentieri il ridicolo; fa tripli carpiati e capovolte per arrivare alle conclusioni a cui vuole arrivare; fa l’occhietto agli amanti del cinema, i quali, se proprio non riescono a capire citazioni fin troppo ovvie e sbattute loro palesemente in faccia, vedranno subito arrivare lo spiegone (nel senso che c’è sempre un personaggio che a un certo punto dice: “ehi! ma tu stai facendo proprio come l’attore X nel film Y!”); è  sicuramente avanti mille anni luce da altre soap nostrane per certi temi spinosi che affronta (uno su tutti: l’HIV), ma poi non ha il coraggio di arrivare fino in fondo a queste problematiche (nel caso citato, la malattia viene menzionata all’inizio ma poi, per metà delle puntate, è come se il ragazzo non fosse più sieropositivo); certi personaggi sono delle macchiette fin troppo fastidiose; a Roma si gira in macchina tranquillamente e c’è sempre parcheggio e sì, Ricky Memphis sembrava per un secondo essere diventato il nuovo oggetto del desiderio, ma purtroppo non ce l’ha fatta neanche stavolta.

Ma allora, mi sono chiesta, perché sono caduta anch’io nel tranello? Cos’è che mi ha tenuta legata a questi personaggi non troppo convincenti e a questa storia così così? L’ho capito oggi e scriverlo mi dà vagamente i brividi: quello che mi ha fatto brillare gli occhi mentre macinavo famelicamente puntata dopo puntata è la visione di questa famiglia allargata che hanno costruito dentro la serie, in cui tutti portano qualcuno, c’è sempre una sedia da aggiungere ma non si sta mai stretti. Amiche, vecchie zie, fidanzati dei fratelli, figli di altri parcheggiati lì per giorni, neonati e colleghi di lavoro sono tutti accolti e protetti. Lo confesso, a un certo punto ho pensato che avrei cenato volentieri anch’io con quelle persone, che avrei voluto quella rete solida sotto di me e tutte quelle persone intorno. Sono diventata anch’io melensa e mi sono commossa. Considerando poi il Natale bizzarro che ho passato, ho pensato che mi manca un po’ il fare gruppo, o che forse per me non è mai stato veramente così e che mi piacerebbe crearmi attorno una situazione simile a quella. Ecco qua, il mio buon proposito, ma generale, non solo per quest’anno.

Auguri!