Pensatoio

E allora cerchi di intercettare lo sguardo della tua amica, mentre continua a parlare senza sosta e senza accorgersi che stai ascoltando, mentre l’altra che ha capito cerca di minimizzare ma non serve a nulla perché quella va come un treno e ogni parola sembra che te la scriva addosso, tanto perché non dimentichi.

E poi pensi che tanto queste cose lei le dice spesso, senza pensarci, e pensi a quante altre cose dette con la stessa leggerezza e ti chiedi se sia davvero leggerezza o c’è sempre una parte delle persone che vuole un po’ ferire, un po’ fare del male. Nessuno lo ammetterebbe mai, nessuno dice consapevolmente “sì, l’ho detto solo per cattiveria”, perché quelli che lo fanno, quelli che lo dicono, sono strani, sono quelli a cui nessuno ha insegnato da piccoli ad essere educati, a mettere un filtro tra le cose che pensano e quelle che condividono, quelli che stanno un po’ antipatici a tutti.

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E io nel frattempo faccio paragoni. Sposto, a seconda della situazione, persone e cose su gradini diversi di una scala che in cima chissà dove deve portare. Un commento detto senza riflettere, un sorriso che forse è di troppo, un’occhiata furtiva, una domanda innocua. Qualsiasi cosa, se il vento tira dalla parte sbagliata, rischia di portarmi via, in un turbinio di pensieri che da quando ho coscienza tutti mi dicono di bloccare in qualche modo, guardando fuori dalla finestra, andando a correre, pulendo un armadio, facendo bricolage.

E allora oggi ho deciso per la cioccolata.

Has the moon lost her memory?

Oggi sono capitata per caso a leggere questo articolo. All’apparenza non mi sembrava nulla di interessante, ma poi, vista la prospettiva di lavoro non esattamente stimolante che mi si apriva per la giornata, ho iniziato a leggere, e l’ho trovato carino e anche abbastanza divertente.

Il tema non è nuovo: si parla sostanzialmente del fatto che internet non dà praticamente più il diritto a dimenticare, che di certi fatti si faccia tabula rasa, che alcune persone, dopo qualche anno, inevitabilmente, vengano cancellate dai ricordi. Insomma, che il nostro cervello faccia autonomamente delle scelte su cosa trattenere e cosa lasciar andare via per sempre. Nel caso di quest’articolo, la questione è declinata nel sempreverde e annoso tema ex fidanzate/i, per cui spesso la presenza in social network vari non permetterebbe la cancellazione immediata dai propri pensieri (o, almeno, dalla vista sulla bacheca di facebook) dei suddetti. Con la tentazione sempre a portata di mano di scoprire dove vivono/con chi vivono/se sono ingrassati, dimagriti, hanno perso i capelli, hanno comprato casa/fatto bambini/buttato via la loro vita a causa del crack. E poi cosa fare delle fotografie che ci ritraevano insieme, c’è chi le nasconde, chi le elimina, chi le tiene lì con nonchalance e allora cosa significherà o non significherà.

Questo, a meno che non si compia l’atto estremo di cancellarli dagli amici (perché nasconderli dalle notizie in primo piano non vale), simbolico quasi quanto aggiornare la propria situazione sentimentale e ancora di dubbia interpretazione: se lo fanno, mi devo offendere o devo esserne contenta? E, se non lo fanno, ugualmente, mi devo offendere o devo esserne contenta?

Per non parlare degli/delle ex che stanno dall’altra parte (cioè quella del proprio fidanzato/a). Con quelli, la fortuna è dalla vostra se ogni tanto si dimenticano di limitare la privacy dei contenuti condivisi o a causa di qualche strana connessione eravate già amici in tempi non sospetti. E qui si apre un mondo: alzi la mano chi in questo caso non ha mai fatto un po’ di soft stalking.

Anche con amici con cui non si parla più funziona così. O ex compagni di classe, coi quali non ci si sente da sempre ma tutti sappiamo che quella si è sposata e quell’altra sta per avere un bambino, perché sì, dai, ci sono le foto dell’addio al nubilato e delle scarpine da bebè modificate col filtro di instagram!

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Tutto questo per ribadire che difficilmente il passato cade davvero nell’oblio. E probabilmente a nessuno interessa più tanto, che succeda. Qualche ex compagno delle elementari prima o poi pubblicherà una foto della classe e ci andrà bene che persone conosciute da adulti ci vedano com’eravamo a sei anni col grembiule sporco di penna. E senza una mamma di mezzo che tiri fuori un vecchio album di fotografie ingiallite.

Se ci penso, ringrazio Dio che facebook non esistesse nel 2000, quel capodanno in cui nessuno ha immortalato la mia acconciatura con clip a forma di farfalla e il mio trucco argentato. O, in generale, che facebook non esistesse quando ero adolescente, cosa che mi avrebbe: primo, impedito di studiare, secondo, peggiorato o comunque modificato lo struggimento amoroso di quell’età (mi innervosisco adesso, figurarsi a quindici anni cosa poteva essere, controllare se lui è online e perché non mi scrive e chi è quella che mette mi piace alle sue foto e a tutti i suoi status). Un sacco di diari non avrebbero nemmeno visto la luce, e al loro posto avrei una cronologia infinita di citazioni di canzoni che nemmeno mi ricordo più e forse anche una foto profilo in cui sorrido abbracciata a Daniele Groff (sì, qualcuno se lo ricorda, Daniele Groff?).

Non solo, esiste anche il problema contrario, cioè che adesso mi dispiace quando perdo delle informazioni che sono da qualche parte nell’etere, o nell’hard disk del computer, o in qualche vecchia conversazione su whatsapp. Coi cellulari, fino a qualche tempo fa (il primo l’ho avuto in seconda media, in classe mia eravamo solo in due, all’inizio, e ci guardavano anche un po’ strano) la memoria limitata imponeva di fare una scelta nei messaggi da tenere, e alcuni rimanevano salvati anche per anni. Adesso rimane tutto.

Io, per esempio, circa tre anni fa ho preso la coraggiosa decisione di cancellare in maniera definitiva il mio profilo di facebook (cosa che avevo ampiamente descritto qui e qui) , e di rimanerne sguarnita, pensavo per sempre, alla fine solo per un anno. Ho perso quindi tutto quello che è stata la mia attività sul social network prima di re iscrivermi e, lo ammetto, il fatto di non avere più l’archivio di cosa facessi, pensassi e credessi fosse interessante condividere col mondo in quei primi anni, adesso mi dispiace. Mi vergognerei di un sacco di cose, ma credo che avrebbero lo stesso valore di riaprire la vecchia scatola da scarpe rivestita di carta a fiori dove tengo le lettere che mandavo alle mie amiche di penna, o dei diari di scuola, o di qualsiasi ricordo che ho tenuto da parte. Sì, d’accordo, quelle erano cose private che solo io ho il permesso di rileggere, ma se tutto cambia, non cambia anche forse il modo di lasciare tracce del proprio passaggio?

Come sempre, non ho una posizione definitiva a riguardo. Ma almeno, per fortuna, di quel capodanno nessuno si ricorda.

E a un certo punto, invece.

C’ero una volta io. Avevo i capelli corti e non sapevo mai come vestirmi. Uscivo di casa e mi sembrava sempre di aver preso la decisione sbagliata.

Pensavo che, se c’era qualcosa che non andava, fosse meglio lasciarla scivolare via senza intervenire, ché tanto qualche forza cosmica avrebbe sicuramente rimesso insieme i pezzi.

Mi abbandonavo placidamente alle mie superstizioni personali. Non sapevo di cosa fossi capace, una volta aperta bocca. Ero anche un po’ timida, a una prima occhiata. Pensavo che fare amicizia fosse difficilissimo, che dire di no fosse difficilissimo, che parlare in pubblico fosse una tortura senza senso. Imbarazzante quasi come parlare al telefono.

Che fosse sempre colpa mia. Che tutti avessero capito tutto di tutto, e io non capissi mai nulla.

Che non fosse educato che qualcuno non mi stesse simpatico. Che una signorina per bene va avanti da sola nonostante tutto, e non le sentirai mai dire “ho bisogno di aiuto”.

Che litigare è una cosa brutta, bruttissima, e non se ne può uscire vivi.donna allo specchio

Che è meglio aggirare gli ostacoli. Che se una cosa non mi piace è meglio non farlo capire.

E mi faccio prendere sempre troppo dagli entusiasmi iniziali. E girato l’angolo sarà sempre l’ennesima delusione.

E poi è tutto così complicato, non si risolverà mai nulla.

E non posso sempre pensare che il mio istinto abbia sempre ragione.

E ci deve essere sempre qualcosa di sbagliato. Mica può andare tutto bene.

E non vincerò mai nulla.

E nessuno mi metterà mai nei ringraziamenti di una tesi di laurea.

E nessuno mi farà mai una sorpresa vera, di quelle “ti dico che arrivo domani e, invece, stasera sono già qua”.

E non possiamo andare sempre d’accordo.

E avrò sempre nostalgia di qualcos’altro.

E non sarò mai clemente con me stessa.

Ah, sì, e poi non andrò mai a correre in vita mia.

Elenchi estivi

Arriva l’estate e ogni anno riscopro sempre le stesse cose. un-mito-sulla-scoperta-della-sabbia-L-wV7pYx

Che ogni volta la prima cosa che penso è “non vedo l’ora che arrivi settembre”.

Che ho il terrore di scoprire le gambe e quando ho troppo caldo e mi tocca farlo mi guardo intorno pregando che nessuno mi guardi.

Che ogni volta che compro le vaschette di gelato ho due problemi: il primo, è che non ho la pazienza di aspettare quel minuto in più perché si ammorbidisca e uso il cucchiaio a mo’ di scalpello cercando di prelevarne un po’ senza lussarmi una spalla. Il secondo, che mi devo frenare ogni volta dalla tentazione di mangiarlo direttamente dalla vaschetta.

Che ogni anni ripenso ai miei esami di maturità e non riesco a non diventare ogni volta un po’ triste e malinconica. E che forse vivo ancora troppo col bioritmo che avevo a quell’età per cui a giugno finisce tutto e ne riparliamo in autunno.

Che le persone d’estate sono al loro meglio o al loro peggio, senza vie di mezzo.

Che la cosa che mi piace di più dell’estate è che tutti i profumi sono più intensi, più persistenti. Si fermano lì, immobili, a mezz’aria, e non c’è un filo d’aria che li sposti.

Che ogni estate penso che vorrei andare a vivere al mare. Ma quest’anno, per un attimo, ho pensato anche a Venezia.

Che l’estate per me è sempre stato un momento in cui dire basta, mettere la parola fine, esaurirsi e sciogliersi nell’afa. Ma questa è un’estate che invece ha solo il sapore dell’inizio. O meglio, dei nuovi inizi.

Che d’estate si legge, ed è il momento in cui finisco i libri a una velocità tale che poi li rimetto nello scaffale che mi sono già dimenticata la trama.

Che è la stagione in cui faccio gli acquisti mezzo azzeccati dell’anno.

Che l’estate è la stagione in cui mi viene più facile fare il conto degli anni che passano perché mi ricordo praticamente tutto quello che ho fatto in quelle passate.

Che mi lamento sempre, ma in fondo in fondo un po’ mi piace.

 

 

Black Mirror (post insolitamente lungo)

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Attenzione, contiene tracce di spoiler

Black Mirror è una miniserie televisiva britannica attualmente alla seconda stagione (sei puntate in tutto), andata in onda per la prima volta in Inghilterra nel dicembre 2011 e terminata a febbraio di quest’anno.

La serie racconta, sotto vari aspetti, le degenerazioni causate dal continuo avanzamento e dall’invasione delle tecnologie nella vita di tutti i giorni, e che hanno costretto le persone a confrontarsi e a fare i conti con esse in aspetti sempre più intimi del nostro quotidiano. Ecco, forse il motivo per cui questa serie è così disturbante è proprio il fatto che descrive come l’intimità dell’individuo sia violata, sezionata, analizzata e resa pubblica in maniera sempre più sistematica. Ma la diversità rispetto ad altri film o telefilm sul genere, è che questa non è mai violata da un Grande Fratello, da una qualche dittatura che ha assunto il controllo, o da un generico cattivo che è riuscito a prendere il potere, bensì dalla società stessa, che, evolvendosi in funzione delle tecnologie e dei cambiamenti da loro apportati, ha portato l’umanità a diventarne definitivamente succube. In un certo senso, gli uomini scelgono liberamente di diventare schiavi. Infatti, in ogni episodio c’è sempre una via di uscita, e non ci sono dei veri e propri impedimenti per imboccarla, ma molto spesso è più dolorosa e quasi peggiore dell’alternativa.

The National Anthem è il terribile primo episodio della serie. Insieme all’ultimo della seconda stagione, è l’unico che ha una tematica strettamente politica, e che possa essere calato nei giorni nostri. La tecnologia è simile alla nostra, e non si può ancora considerare fantascienza, come invece tutti gli episodi successivi. Qui incontriamo il Primo Ministro britannico che viene svegliato nella notte perché la principessa Susannah, duchessa di Beaumont, è stata rapita da un maniaco che ha caricato su youtube un video in cui lei è costretta a chiedere, in cambio della sua liberazione, che il capo del governo abbia un rapporto sessuale completo e non fasullo, in diretta su tutti i media nazionali, con un maiale. Se la richiesta non verrà soddisfatta, la principessa verrà uccisa. La notizia, nonostante tutti i tentativi di insabbiarla, fa il giro del mondo in pochi giorni e, poiché non si riesce a risalire al luogo in cui il rapitore tiene nascosta la duchessa, l’opinione pubblica si schiera a favore dell’umiliazione del Primo Ministro, considerata poca cosa rispetto alla vita della donna. Nessuno si risparmierà di guardare in televisione la tremenda prova a cui l’uomo si sottoporrà, e, mentre le strade sono totalmente deserte, il rapitore libererà la principessa ben prima dell’orario stabilito per la diretta televisiva. Certo che non ci sarebbe stato nessuno a vederlo.

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In 15 Millions Merits le persone sono ormai definitivamente assoggettate all’iper-tecnologizzazione della realtà, e hanno completamente cambiato il loro modo di vivere, dormire, mangiare, stare in casa, lavorare, rapportarsi con gli altri (sembra quasi che sia una nuova specie umana, in cui l’unica divisione è tra magri, che mandano avanti il sistema producendo energia andando in bicicletta, e grassi, che sono relegati agli unici ruoli di spazzini o fenomeni da baraccone). La libertà è qui rappresentata dalla possibilità di uscire dalla condizione di omologazione tramite le selezioni di un talent show, da cui i due protagonisti escono, rispettivamente, attrice porno e ospite di un programma televisivo. Lo stesso tentativo di protesta da parte di lui, che irrompe sul palco puntandosi al collo un pezzo di vetro, viene fatto immediatamente rientrare nella normalità, viene convertito in sketch televisivo, appare solo come una possibilità di aumentare l’audience. Viene reso innocuo, svuotato del significato originale, al quale fin dall’inizio nessuno, probabilmente, aveva dato ascolto.

Quando sospetti qualcosa, è sempre meglio che venga fuori che è vero.

In The Entire History of You i protagonisti potrebbero essere collocati in un futuro non troppo lontano: vivono in case non avvenieristiche, fanno lavori normali, cenano con gli amici, fanno figli e assumono babysitter, con l’unica differenza rappresentata da un chip impiantato dietro l’orecchio che funziona da scheda di memoria di raccolta di tutti i ricordi della persona, archiviati e potenzialmente rivisti all’infinito.

A guardare la coppia dei protagonisti che litiga disperata in camera da letto mentre riguardano immagini del tradimento di lei, non si prova alcun effetto straniante. È un litigio che abbiamo visto milioni di volte sullo schermo, conosciamo la dinamica. La differenza sostanziale è che non c’è  più alcuna possibilità di mentire. Il rivedere all’infinito i propri ricordi in formato video, e anche di zoomarne certi dettagli, fino a poterne ricostruire alcuni dialoghi di cui si era intuito solo il movimento delle labbra, impedisce qualsiasi errore. Ogni bugia verrà prima o poi smascherata. Anche qui c’è una via di uscita, rappresentata dall’eliminare il chip (in maniera violenta e dolorosa) e le sue conseguenze vengono accennate da un’ospite della cena con cui si apre la vicenda. Semplicemente, è più felice.

Be right back è il primo episodio della seconda stagione, ed è il mio preferito, forse solo per la stupenda Hayley Atwell, protagonista assoluta della storia. La vicenda è quella di Martha e del marito Ash, che conosciamo ma che è subito vittima di un incidente d’auto. Il dolore della perdita viene in qualche modo compensato dall’iscrizione di Martha a un sito che, in base alle informazioni trovate su internet e a quelle contenute in email, video e fotografie fornite dall’utente, crea un software che simula il pensiero della persona deceduta, con la quale si può continuare a chattare, parlare al telefono, fino a ricostruirne una sorta di copia robotica.

La sofferenza della donna è reale, tangibile, e per questo l’episodio è il più umano della serie. Qui la tecnologia è solo una scusa per indagare a fondo il dolore della perdita. È inevitabile provare un moto di sdegno di fronte a cosa si potrebbe arrivare pur di speculare su queste sofferenze, ma non c’è niente di diverso tra Martha che acquista questo software per cercare di colmare il vuoto lasciato dalla morte del marito e parlare di nuovo con lui, e chi si affida a maghi e ciarlatani che promettono lo stesso risultato.

Il centro di questa vicenda è l’essere umano, le sue imperfezioni, il contatto, il conflitto, tutto ciò che qualsiasi surrogato elettronico, seppure all’apparenza identico, non potrà mai dare.

Quindi questa… questa cosa in TV, il ….

Il segnale.

Dipende da quello… è quello che li fa agire così?

Credo che in fondo siano sempre stati così. È bastato cambiassero le regole, che nessuno intervenisse.

Ciò che rende interessante White Bear è che fino alla fine sembra un episodio più “classico” rispetto agli altri: descrive un mondo post-apocalittico in cui una donna si risveglia in una casa che non conosce senza alcun ricordo, e si ritrova in mezzo a persone rese schiave da un segnale acustico proveniente dalle televisioni e che le obbliga a fare un’unica cosa: filmare o fare fotografie con i propri telefoni. Solo alcuni ne sono immuni, e tra questi si è creata una divisione tra buoni, che non possono fare altro che scappare, e cattivi, che sfogano su di loro le loro perversioni, torturandoli e uccidendoli nelle maniere più brutali.

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Solo alla fine scopriamo che in realtà questa donna è un’assassina, che insieme al compagno ha rapito, ucciso e filmato una bambina, e quello che abbiamo visto è solo un set in cui ogni giorno degli attori la obbligano a rivivere la stessa giornata angosciosa, e che la concludono svuotandone la memoria, di modo da poter ripartire il mattino seguente con la stessa tortura. La storia descrive  una degenerazione estrema del ruolo che i media hanno nelle vicende di cronaca nera, in cui è tutto sotto gli occhi del pubblico, che qui diventa addirittura protagonista del “processo” alla donna, coinvolto e istruito come comparsa durante la giornata, spalla dei suoi aguzzini.

Come ci si sente ad essere un fenomeno?

Di merda.

Mentre guardavo The Waldo Moment ho avuto una strana sensazione di dèja-vu, forse partita da un frammento di dialogo e diventata sempre più acuta verso la fine dell’episodio:

Ascolta, il mondo non ha bisogno dei politici. Tutti hanno un Iphone o un computer, giusto? Quindi per qualunque decisione o questione politica, basterà mettere tutto online. Facciamo votare al popolo (…) Questa è democrazia.”  

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La storia è quella di un attore comico fortemente depresso, Jamie, che ha inventato questo cartone animato, Waldo, un orsetto blu a cui lui dà voce e movimento da dietro uno schermo, attraverso dei guanti e dei sensori fatti appositamente. L’orso viene utilizzato in uno show comico in cui inscena una specie di candid camera, prendendo in giro personaggi famosi convinti che sia un programma per bambini, ma che finiscono per essere brutalmente insultati e sbeffeggiati. Tutto questo prende una piega inaspettata quando viene invitato un politico conservatore, candidato al seggio parlamentare della circoscrizione (finta) di Stentonford. L’idea che viene al produttore del programma è quella di far competere anche Waldo alle elezioni.

Il pubblico si sente immediatamente rappresentato da questo cartone, che raccoglie subito i voti di protesta di tutti quelli che non si sentono più rappresentati da nessuno (a un certo punto qualcuno usa anche il termine “antipolitica”). Waldo si esprime a parolacce e manda a quel Paese politici di ogni schieramento, non dicendo nulla di concreto ma semplicemente mandandoli in crisi. Addirittura un agente della CIA si palesa per proporre un’esportazione mondiale del modello-Waldo. L’orsetto non vincerà le elezioni, ma risulterà il secondo candidato più votato.

Non credo di dover sottolineare a chi ho pensato mentre Waldo procedeva nella sua scalata al successo a suon di “vaffa” e “siete tutti uguali”, ma mi ha colpita parecchio il fatto che combaciasse perfettamente, in certi momenti, con quello che è successo alle ultime elezioni da noi. L’assonanza è inquietante quasi quanto le altre tematiche della serie.

Black Mirror è una serie interessante e mai banale. Racconta di tematiche molto attuali, che avrebbero rischiato la ripetitività e lo scadere nel già visto e già detto, ma che sono trattate, invece, in maniera originale, e arrivano allo spettatore in maniera o estremamente delicata, o violenta e inaspettata come un pugno allo stomaco.

Pendolo

Sabato mattina la rabbia mi ha riempito gli occhi di lacrime, e allora in treno mi sono infilata gli occhiali da sole anche se il cielo era coperto. Poco prima di partire mi ero sentita alzare la voce al telefono come era da tanto che non facevo. Poi ho risposto a un messaggio che chiedeva come stavo dicendo che avrei voluto passare tutto il giorno nascosta sotto il letto.

Gli ormoni no, non sono stati quelli, il giorno esatto del mese in cui vedo rosso senza motivo è già passato da un po’, ho già fatto i miei calcoli. Ormai ho capito che funziono così, con precisione quasi scientifica: la settimana di stanchezza e fame atavica, la settimana di placidità ed energia mentale e fisica che paiono inesauribili, e il brusco termine di quella giornata, una sola, in cui una bolla di rabbia si gonfia ed esplode, e i suoi frammenti schizzano intorno dappertutto.

Ecco, sabato no, il momento non era quello, il nervoso era diverso, era spesso e reale, era un grumo, non era una bolla.

Quando ho imparato a non avere più paura della mia ombra e a non scappare più di fronte al mio riflesso, ho deciso che avrei il più possibile cercato di dare un nome alle cose, di rendermele chiare e trasparenti, di rifare tutta la strada a ritroso e capire quale fosse il vero punto di partenza.

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Sabato ero arrabbiata perché in questo periodo ci sono troppi treni, troppe direzioni da cambiare. Non ho mai avuto una immediata capacità di adattamento alle condizioni nuove, mi ci vuole un po’ a ricreare il mio ambiente, e forse sarà per quello che quando si è trattato di decidere tra la continuità e il cambiamento, ho quasi sempre scelto la prima. Mi ci vuole un po’, faccio i fiori ma solo dopo qualche anno, se mi sposti mi devi assicurare continuità nel clima, al massimo faccio qualche migrazione ma poi devi riportarmi al punto di partenza. In quella che è la mia casa mi sento al sicuro, riconosco il mio vaso e anche se è sbeccato e comprato all’Ikea a me piace stare lì.

Sarà per questo che l’altro giorno a Milano, quando mi hanno chiesto quale penso che sia un mio pregio, ho detto che le persone si fidano di me. Affidabile, ha precisato per me la selezionatrice, e io l’ho ripetuto ad alta voce, affidabile, sì, è una parola bella con un suono morbido e che evoca la stabilità, la sicurezza, i piedi piantati a terra, appunto, le radici ben affondate nel terreno.

Per questo ci sono troppi treni e per questo sabato mi sono arrabbiata. Perché vorrei essere qui e là e continuo ad andare avanti e indietro da qui a lì perché qui c’è quello che ho costruito negli ultimi anni, il mio vasetto e le mie radici, ma è lì che stanno sbocciando dei fiori nuovi e della mia energia c’è bisogno anche là.

Giorni a perdere

Ho deciso, ne parlerò anch’io, ma non temete, manterrò comunque la tendenza al racconto per aneddoti che spesso uso quando scrivo in questo blog. Tempo fa qualcuno mi disse (più di qualcuno, a dire il vero) che, quando scrivo, dovrei imparare a spostare sempre più in là i paletti che mi metto, rispetto a dove avrei la tendenza a fissarli. Che dovrei far emergere in maniera più esplicita tutto quello che normalmente faccio solo intendere, come per una strana paura di dire troppo. Ed è infatti quando lascio straripare il pensiero oltre gli argini che ne escono le cose migliori. O, quantomeno, quelle più sincere.

E allora, cercherò di essere il più sincera possibile.

Molto spesso penso che il vero momento in cui sono davvero diventata grande è stato quello in cui sono arrivata all’università. Non ho mai vissuto una vera crisi adolescenziale, ne ho piuttosto vissuta una post adolescenziale. La mia vera formazione è iniziata quando ho messo per la prima volta i piedi fuori di casa, e a questo ha contribuito anche la scelta che ho fatto di iscrivermi a Scienze Politiche. I motivi per cui all’epoca ho preso questa decisione partivano sicuramente da presupposti sbagliati (ma del resto, chi potrebbe dire che a diciott’anni si fanno delle scelte realmente ponderate? Io credo che ci siano solo scelte fortunate o sfortunate, e che soprattutto lo si scopra molti anni dopo), e continuo a dire che se tornassi indietro probabilmente mi iscriverei a un’altra facoltà. Ma poi penso che sono diventata la persona che sono adesso anche grazie a quella scelta fatta coi presupposti sbagliati. Ho iniziato un percorso credendo di aver preso una determinata direzione, per poi ritrovarmi su una strada completamente diversa, ma non per questo sbagliata.

La caratteristica che mi porterò dietro tutta la vita grazie a quella scelta è la particolare attenzione verso tutto ciò che è politica, e la consapevolezza che tutto quello che ho intorno è, appunto, politico (mi perdonerete la constatazione lapalissiana). Dall’accendere la luce sul comodino la mattina al poter essere qui a scrivere quello che penso senza che nessuno mi imponga di smettere. Tutto questo mi ha sempre portato a essere fortemente contraria al pensiero di coloro che, per scelta ponderata oppure per totale disinteresse o ignoranza, si rifiutano di andare a votare, pensando che sia un gesto del tutto inutile. Non voglio fare un trattato su tutto quello che sta dietro al diritto di voto né scadere nel basso e banale “il voto che non dai tu è un voto in più per quelli con cui tu non sei d’accordo”, ma, semplicemente, prendere questo come punto di partenza per una riflessione ulteriore.

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Per la prima volta nella mia vita ho pensato di non andare a votare. Quello che farò domani sarà uno sforzo immane e disgustato, immane perché entrerò nella cabina elettorale e deciderò in quel momento cosa fare, se fare scheda nulla o mettere una croce su qualche simbolo tappandomi non solo il naso, ma anche occhi e orecchie; disgustato perché non credevo che sarei mai arrivata a un punto tale, io, che in fondo a qualcosa ho sempre creduto, a qualcuno ho sempre dato la mia fiducia, e ho sempre cercato di farlo col massimo della consapevolezza possibile, perché così sono stata educata, perché non ho mai visto un solo giorno della mia vita i miei genitori tornare a casa dal lavoro senza almeno un giornale, perché ho visto ogni loro gesto, nel corso degli anni, ogni singolo gesto, condizionato da quello che chi ci dovrebbe rappresentare decideva di fare o non fare, e poi, crescendo, ho cominciato a vedere le conseguenze di quelle decisioni anche sui miei gesti, e su quelli delle persone che ho intorno. Perché a casa si è sempre discusso di tutto, si è letto, ascoltato e commentato, perché uno dei più grandi regali che mi hanno fatto i miei genitori è stato quello di avermi insegnato a usare la testa, ad avere degli argomenti su cui costruire un ragionamento, a interessarmi davvero a quello che mi succede intorno, e non solo per posa.

Ieri ho parlato a lungo al telefono con mio padre e la conversazione che abbiamo avuto non la dimenticherò mai. All’altro capo del telefono ho sentito la sua voce stanca (e l’ha ribadito più volte lui stesso: sono stanco), e dentro c’era una delusione vera, un rancore reale e tangibile, che mi ha stretto il cuore. Voteremo due cose diverse, per la prima volta nella mia vita, e il suo sarà un voto di protesta, mentre il mio sarà un voto dettato dalla paura. È come se i ruoli si fossero invertiti, la rottura la vuole la generazione del genitore, la paura delle conseguenze di questa rottura ce l’ha la figlia. Tanto che, a un certo punto, mi sono sentita dire che non sono dei facinorosi quelli che stanno in piazza, nella convinzione che le mie argomentazioni fossero quelle di una che fosse contraria alle manifestazioni. Capite? Mi ha fatto sentire una reazionaria.

Questa telefonata mi ha riempita di tristezza, per lui che non può godersi questi anni in totale serenità, perché sembra quasi che glielo stiano impedendo con tutte le forze, e per me, che guardo avanti ma faccio fatica a orientarmi, in mezzo a tutta questa nebbia.

Non sono d’accordo con la sua decisione, ma la capisco e la rispetto. Non so se avrà ragione lui, con questa provocazione, o se l’avrò io, che mi sento come una specie di amante ferita e tradita fino allo sfinimento, ma che per l’ennesima volta dirà ok, va bene, so che non lo rifarai mai più, hai detto che le cose cambieranno e ti credo ancora una volta.

L’unica certezza che ho è che le conseguenze saranno le stesse, proprio per la somma dei voti come il suo e di quelli come il mio. E le aspetto con ansia al varco.

Buon voto a tutti, insomma.