Noblesse oblige

Come alcuni di voi sanno, mi piace parlare dei viaggi che faccio e, molto spesso, è proprio quando scrivo di queste cose che ne traggo anche le maggiori soddisfazioni.

Sono appena tornata da tre giorni passati in una località termale in compagnia della mia mamma e di mia nonna (avendo quest’estate molto tempo a disposizione, sto cercando di occuparmi di tutti quelli che ho un po’ trascurato nell’ultimo anno). Sapevo che mia mamma era innamorata dell’hotel che aveva scelto, dov’era già stata un paio di anni fa, quindi mi sono fidata e ho messo mano al bancomat. Stiamo parlando un hotel a cinque stelle che al solo pronunciarne il nome tremano le vene ai polsi.

Entrata nella hall mi sono sentita da subito rimbalzare addosso la stessa sensazione che si prova quando si esce da una stanza con l’aria condizionata per ritrovarsi all’improvviso sotto il solleone. Solo che il problema lì non era lo sbalzo di temperatura, quanto quello spazio-temporale. Mi è sembrato di essere stata catapultata in un altro secolo, aggredita già nell’ingresso da poltroncine Luigi XIV e tappeti persiani, cameriere con crestine di pizzo e piumini per la polvere, lampadari di cristallo e campanelli alla reception per richiamare la servitù all’ordine.

La sensazione si è acuita salendo ai piani, i cui corridoi alla Shining mi hanno fatto correre un brivido lungo la schiena, tanto da guardarvi in fondo temendo di veder comparire le gemelle.

Mi sono, infine, rassegnata, quando in camera ho trovato avvisi di benvenuto di questo tipo:

La sera, a cena, ho cercato di destreggiarmi tra consommé e pesce al vapore e mi sono guardata intorno, origliando anche un po’. L’età media era più o meno ottant’anni, tanto che le signore più giovani sembravano delle ragazzine adolescenti, ma questo, in un hotel che offre principalmente cure termali, me lo potevo aspettare. Il non plus ultra della struttura è però l’allure quasi di nobiltà che vi si respira, che corre tra un nasino all’insu, una erre moscia e un sorbetto allo champagne. Diverse di queste persone passano lì quasi tutta l’estate (per spese totali a tre zeri), e lo fanno, pare, da decine e decine d’anni. Il che mi ha fatto sentire ancora di più in un’atmosfera sospesa nel tempo, adatta a nobili decaduti che si rilassano in questa riproduzione in scala di vacanze eleganti, che probabilmente facevano in gioventù.

Vera anima dell’hotel, artefice del mantenimento di questa atmosfera, è la proprietaria, una signora dai capelli bianchissimi che ogni sera gira per i tavoli augurando buon appetito ai commensali, con una battuta per tutti e la pazienza di ascoltare i vari problemi di vene varicose che li affliggono. Ha sfoggiato sempre abiti da padrona, quasi da capitano di una nave (la prima sera, pantaloni leggeri gialli, giacca blu, camicia a righe bianche e azzurre, cravatta sempre a righe e gioielli abbinati, completo di lamé dorato la seconda), e controlla di persona tutti i suoi camerieri, ai quali ha imposto guanti bianchi e frack. Proprio un’altra epoca.

Devo dire che è un ambiente allo stesso tempo respingente e tenero, ma decisamente soporifero a vagamente anacronistico. Penso che ricorderò a lungo la cena di gala accompagnata da un signore (molto anziano anche questo, ma con indosso occhiali specchiati e una camicia un po’ frivola, che gli dava un’aria da: io sono l’artista, lo sciupafemmine) che ha suonato per tutto il tempo il pianoforte posizionato nel bel mezzo della sala da pranzo, e i cuochi che hanno fatto la sfilata tra i tavoli, brandendo filetti e mont blanc, a cui mani ingioiellate e macchiate dall’età hanno applaudito estasiate.

Oggi, in treno, ripensavo all’aneddoto, raccontato dalla proprietaria, su signore attempate che fino a qualche tempo fa soggiornavano lì per passare qualche notte con i loro giovani gigolò, quando accanto a me si sono seduti una donna sui settant’anni e un giovane prete, entrambi diretti in montagna. Senza volerlo, ho colto stralci di conversazione, e ho sentito lei dire cose così:

Se mai passasse a Cortina, venga a trovarmi…

Le piace Giovanni Sartori? Sa, la sua cameriera è molto amica della nostra…

Mia nonna, che era nobile, era la dama di compagnia della regina Margherita…

E ho sorriso, nascondendomi dietro il giornale.

I went to London and all you got is this lousy post

La paura di volare è iniziata esattamente ad agosto 2008, durante un viaggio di neanche un’ora di ritorno dalla Francia.

A settembre di quest’anno, tornando da Bruxelles mentre il sole sorgeva, mi sono resa conto che finalmente era finita. Ci ho messo tre anni a farmela passare e ho fatto tutto da sola, senza terapie né consumo di alcolici a bordo.

Non è di questo che volevo parlare in questo post, ma se non altro posso affermare con fierezza che dalle paure si esce soltanto passandoci prepotentemente in mezzo e facendosi anche un po’ di violenza. Nel mio caso, imponendomi di continuare a viaggiare in aereo, anche se ogni volta col cuore in gola.

Volevo invece parlare di Londra, che è stata buona con me e mi ha fatto trovare persino una domenica di sole.

Volevo parlare della casetta dei miei amici, per arrivare alla quale bisogna scendere alla fermata Abbey Road, e potete solo immaginare l’emozione.

E poi volevo parlare della gioia nell’incontrare gli altri due e di vederne l’infinita dolcezza e sentirmi, finalmente, partecipe della loro felicità.

E poi anche della mia guida d’eccezione  che mi ha portata in un quartiere bellissimo, anche se non era esattamente l’avanguardia della coolness (cit.).

E l’aperitivo da Google, che mi è sembrata una specie di grande mamma che non fa altro che darti da mangiare e offrirti da bere.

E poi lo spettacolo su Caravaggio, che mi ha fatto ricordare cose che avevo dimenticato di amare: la danza e, appunto, il Caravaggio, che mi aveva appassionata terribilmente e che poi, come tante altre cose, era stato riposto con cura nel cassetto dove tengo la mia adolescenza.

E poi la cattedrale di St Paul che fa subito Mary Poppins e le tende dell’occupazione rimaste davanti al piazzale. E il festival della New Age al quale sono stata convinta ad andare perché ci sono le creme e i prodotti per il corpo e in realtà c’erano quelli che ti fotografavano l’aura e gli Hare Krishna da cui si mangiavano dolcetti fritti e le letture dell’iride e dei polpastrelli, i massaggi cinesi e la più prosaica dimostrazione dell’uso di un frullatore che sembrava uscito dagli anni Ottanta.

E poi il lunedì mattina che ho passato a fare una delle cose che amo di più in assoluto, cioè girare da sola nei musei. E allora ho rivisto la National Gallery, ma soprattutto ho scoperto e adorato la National Portrait, dove ho visto questa mostra bellissima e non solo, anche John Cleese a testa in giù come un pipistrello e il faccione di Paul Mc Cartney  dipinto a olio  e i Blur a cartoni animati e tante altre cose.

Poi ci sarebbero anche la collanina con la rondine e la gabbietta, la rondine che è poi ricomparsa all’interno di un cappotto, il complimento più 2.0 che mi sia mai stato fatto (saresti un profilo twitter molto interessante), il primo brunch fatto in casa, la metro piena di facce buffe da guardare.

Alla fine, come in ogni viaggio che si rispetti, ho dovuto lasciarmi qualcosa da fare per la prossima volta: credeteci o no, quella strada, nonostante tutto, non l’ho ancora attraversata.

Diario di viaggio

Con l’ultimo post vi anticipavo la mia vacanza.

Con questo ve la racconto. O meglio, vi metto il link al resoconto che ho scritto per il sito Turisti per caso. Che, sai mai, vi va anche di votarlo (così poi ne vinco un altro, di viaggio).

Il diario lo trovate qua. Se poi volete vedere anche delle belle foto, cliccate qua.

Intanto, leggetevi questo. Quando arriverà finalmente l’autunno, tornerò ligia al dovere e scriverò anche qui.

Il tour dell’amore

Io, di tutta la storia, ci vedo soprattutto la parte romantica, cioè quella che mi fa gridare al miracolo (ma allora esistono ancora i famosi “uomini di una volta” che si brontola sempre che non ci sono più!). Insomma, mi fa un certo effetto leggere che un ragazzo di 24 anni, di Torino, ha deciso di andare dalla fidanzata, in Vespa…in Giappone. Sono lontani i tempi in cui qualcuno andava a cento all’ora a trovar la bimba sua, perché qui, con le frontiere che si abbattono (più o meno), per cantar la serenata si deve arrivare fino a Kyoto.

Il giovane eroe è tale Giuseppe Percivati, “Perci” per gli amici, è partito ad agosto e sta per arrivare alla meta (qualche giorno fa scriveva sul suo sito www.percitour.it che doveva ripartire da Calcutta, per arrivare in Thailandia il 17 ottobre). Io sto aspettando di vedere la foto che lo immortalerà finalmente tra le braccia della sua fidanzata. E sospirerò rumorosamente.