Però…

Domenica sono andata a manifestare. La goccia che ha fatto traboccare il vaso (nel senso, l'ultimo in ordine cronologico dei buoni motivi per andarci) è stato l'aver assistito, qualche sera fa, a una furiosa (?) discussione tra due ragazzi della mia età. Anzi, a essere precisi, tra un ragazzo e una ragazza. Era una discussione sull'attuale situazione politica italiana e le due posizioni erano radicalmente diverse. La cosa che mi ha fatto accapponare la pelle è stato il solito commento, fatto da lei, che da più parti viene usato come giustificazione a un certo tipo di comportamento. La ragazza in questione  ha detto che non le interessa quello che lui fa a casa sua, che è libero di portarsi chi vuole.
Questa cosa mi è rimasta sullo stomaco, non tanto perché fosse un'argomentazione nuova o particolarmente sconvolgente, quanto perché proveniva da una donna della mia età, giovane e che, se vogliamo proprio guardare il pelo nell'uovo, studia anche legge. Non una ex democristiana (come pure è la signora incredibile, molto più moderna di questa ragazza, che è la mia nonna), o un vecchio bavoso o un adolescente in piena crisi ormonale.
Sono andata a manifestare soprattutto contro questo tipo di mentalità, cieca e sorda e pericolosa.
Però, purtroppo, una volta in piazza, ho constatato con amarezza la vecchiaia dell'evento. Sia per quanto riguarda l'età media dei partecipanti, sia (e forse proprio come conseguenza di questo) per l'uso di simboli, slogan e modalità di un mondo che non c'è più. Qualcuno urlava dagli altoparlanti "le donne in testa, gli uomini dietro"e io ho pensato che davvero non ci si riesce a schiodare da modelli sessantottini ormai superati. Se continuiamo con questa divisione netta, dove la troviamo la forza reale per controbattere con alternative concrete a chi pensa che "quello che lui fa a casa sua, non sono affari miei"? Perché alzare altre barriere dove già ce ne sono infinite?
Vanno bene i cortei, sì, ma ci vuole più coraggio, più creatività, meno slogan e più soluzioni. Altrimenti è la volta che davvero questo Paese si troverà senza giovani, tutti costretti a emigrare.

La sottile arte della discriminazione

Certe cose mi fanno letteralmente vedere rosso.
Una di queste è sentire che si dà del tu a chi non è bianco di pelle. Anche alle persone anziane, anche da parte di chi lavora in uffici o luoghi aperti al pubblico dove la regola è dare del lei a tutti.
A tutti, tranne a chi è un po' troppo scuro, a chi magari ha un italiano un po' stentato, che fa fatica a capire e ha bisogno che gli si parli lentamente, se ha bisogno di un'informazione.
La sento troppo spesso, questa cosa, e mi fa veramente incazzare. Ma incazzare a tal punto che mi metterei a urlare per strada, quando succede.
Ho sempre pensato che uno dei primi segni di civilità per un popolo è abituarsi a parlare in maniera corretta. Ma non intendo solo, per esempio, usando i verbi giusti, "corretta" anche nel senso di non discriminatoria, giusta, equa. Ci si deve rendere conto che le parole hanno il loro peso, non si possono buttare a caso, in un discorso, credendo che non abbiano delle conseguenze.
La lingua è la prima barriera da superare, anche attraverso queste attenzioni grammaticali, che sembrano banali e insignificanti, ma a quanto pare vanno insegnate, se non, addirittura, imposte.

Che soddisfazione

Vedere chiavi di ricerca del genere che hanno traghettato verso il mio blog:
-come fare le farfalle di feltro;
-devo trovare qualcosa di nuovo da fare altrimenti impazzisco;
-espressione ridere con le lacrime agli occhi;
-sorprese primo appuntamento;
-Tiziano Scarpa sindrome pre mestruale (tutto insieme, ve lo giuro).
Non credo di poter aiutare realmente nessuna di queste persone, e me ne dispiaccio.

Ho definitivamente smesso di sopportare:

-gli scorbutici e tutti quelli che non sorridono. Diffido sempre, di chi non sorride;

-chi non ringrazia e chi non è riconoscente, cioè tutti quelli che credono che ogni cosa sia loro dovuta;

-chi ti sta attaccato in coda e chi ti si affianca, quando è il tuo turno, senza aspettare che tu finisca;

-chi parla e commenta ogni scena al cinema;

-quelli che ti fischiano per strada: ho superato il limite con un “ullallà!” e un "oh my God!";

-chi arriva sempre in ritardo senza alcun motivo;

-chi, dopo un “come va?”, non risponde “e tu?”;

-chi parla ininterrottamente degli affari suoi per delle ore prima di lasciarti un po’ di spazio per dire qualcosa;

-chi ti è stato appena presentato e mantiene subito le distanze, non cercando di coinvolgerti nella conversazione tra lui e la persona che avete in comune.

The Wall

 Condivido una parete della mia camera da letto con le mie vicine di casa. Credo che, al di là del muro, ci sia un’altra camera da letto.
Per qualche proprietà della fisica che di sicuro esiste, se io sento loro, loro sentono me. Quindi, se io dovessi cacciare un urlo, dovrebbero percepirlo chiaramente, e rendersi conto che la regola vale anche al contrario.
Ora, io credo che la ragazza che condivide la parete con me sia completamente deficiente. A parte le cantate a squarciagola che si fa ogni tanto (la rivisitazione in chiave r&b de "Il ballo di Simone" di ieri pomeriggio resterà nella storia), è quando arriva il suo fidanzato che inizia il vero spasso. E non per i motivi che supponete voi, lettori pervertiti. I due si vogliono bene, e si divertono un mondo insieme.
Si sono di sicuro conosciuti in un locale affollato, un sabato sera come tanti. Lei e la sua coinquilina avevano passato le ore al trucco e parrucco, aveva scelto una minigonna inguinale e décolétte tacco dodici (eh, sì, voleva fare un po’ la zoccola). Durante la serata avevano sbevazzato in allegria, quando si era avvicinato lui con fare da piacione erano già arrivate agli shottini di vodka. Insomma, erano parecchio sbronze. I due si erano trovati subito bene insieme, e il motivo era perché entrambi, per comunicare, urlavano come delle iene impazzite. Forse, anche mettendosi a quattro zampe e saltellandosi intorno. Da quella sera, non hanno più smesso. E a me ogni tanto prende un colpo, quando dall’altra parte del muro esplodono le loro risate sataniche. Fanno paura, ve lo giuro. Un pomeriggio dei primi di gennaio, sono andati avanti delle ore rincorrendosi e ridendo, sembrava un film dell’orrore.
E’ bello anche quando le mie vicine invitano le amiche, la sera. Devono aver fatto una cena di Natale esattamente il giorno prima di un mio esame. Si sono scambiate dei regali. Probabilmente erano in quaranta, lì dentro, perché sono andate avanti fino alle due di notte a lanciare degli urletti estatici ogni volta che ne aprivano uno.
Stanotte mi sono sentita una vecchia rompipalle. Dopo essersi scattate un intero album fotografico (belllaaaaaaa questaaaaaa! noooooo questaaaaaa è brutttiiiiiiisssiiiiimaaaaaa!), hanno deciso di giocare a carte. E ridevano, ridevano, ridevano, finché l’ho fatto. Ho buttato già la parete a forza di pugni.
E dire che avranno almeno sei/sette anni più di me. 

N.B. Ogni riferimento a fatti o persone realmente esistiti NON è puramente casuale. Anzi, se qualcuna di voi è la mia vicina di casa, regola la manopola del volume almeno finché i cani smettano di ululare, quando ridi.

raccogliere tempesta

Quello che è rimasto, togliendo tutti gli orpelli esterni, è solo un grumo di rabbia. Ogni tanto sale su per la gola ed esce dagli argini, incontenibile, straborda. Mi tremano le mani, il cuore batte all’impazzata e mi va il sangue alla testa, alzo la voce, me la prendo con qualcuno (a caso), per qualcosa (a caso). Quando risalgo all’origine, scopro che il punto di partenza era, in realtà, molto lontano da quello di arrivo.
Vorrei estirpare una volta per tutte questo insopportabile dolore che riposa nel fondo. Non riesco ancora a farne una pulizia completa, si riforma ogni volta, celato sotto strati di ottimismo.

Manos al aire

Uno si dice, giro il mondo e poi ritorno e poi mi guardo nelle foto e non mi riconosco più. Viaggi e poi torni e poi tutti ti guardano come se fossi una persona nuova.
E tu ti senti così, per cinque minuti: il sorriso ti si allarga e fai la ruota come un pavone, e sei tutto un "sì Parigi di qua Amsterdam di là e ho fatto questo ho fatto quello blablablablablablablabla…"
E magari è anche un po’ vero, che nel tuo bagaglio c’è qualcosa di nuovo, una voglia appena nata di ripartire, una frenesia di muoversi e di scappare. Scappare dal posto dove sei nata solo per un errore di calcolo del destino, dove ti sei radicata per la troppa paura di vedere cosa c’è al di là, e che adesso ti si fa un po’ stretto intorno.
Scappare dalla vecchia me che adesso vuole fare la muta?
Ma è anche vero che poi sei ancora qui, uguale a te stessa oggi più di prima, a fissare lo schermo del computer contando meno cinque ore (sono le otto di sera, lì da lui, starà cenando? perché non risponde?), e non c’è niente di diverso rispetto a quando dieci anni fa aspettavi una telefonata, mandavi un messaggio fingendo indifferenza: lo struggimento è sempre lo stesso.
Tra un mese passa, la vita riprenderà il suo corso e comincerò a sfarfallare dietro a qualcun altro. Per adesso, va così, nel mio personale romanzo ottocentesco.