Nuove speranze e vecchie glorie

Circa un mese fa avevo iniziato a scrivere un post, un po’ scossa dalla notizia dell’ennesimo amico che lascerà l’Italia per trasferirsi all’estero. Era un post sconsolato, nel quale mi chiedevo che cosa succede a uno Stato da cui emigrano così tanti giovani, così tante belle teste che avevano iniziato un percorso qui, avevano delle speranze e poi, a un certo punto, hanno subìto una qualche battuta d’arresto e hanno deciso di andarsene. Ho pensato che questo Stato non riesce più a garantire delle alternative a queste persone: non se ne vanno perché ne hanno scelta una, lo fanno perché, ormai, è l’unica possibile.

Poi ci sono state le ultime elezioni e, soprattutto, il referendum e io, che ero a casa da sola a riaggiornare ogni cinque minuti il sito del Ministero dell’Interno, mi sono scoperta a commuovermi (piangere, capite?) per il quorum raggiunto. Perché per la prima volta ho creduto in qualcosa. Ho pensato che forse, da qualche parte, c’è ancora qualcosa di buono che possa trattenere i miei coetanei dall’andarsene e arginare questa fuga di massa.

Ho manifestato, sì, in passato (poco e male, partendo dalle superiori, quando ce la prendevamo con la Moratti gridando per le strade pezzi dell’Odissea in greco antico), ma ci ho sempre creduto il giusto: a muoverci era più il divertimento, che la reale convinzione che quello che stavamo facendo avrebbe portato a dei risultati concreti.

E ho anche sempre votato, ho fatto il salti mortali per farlo (ho pure lasciato un euro a certe primarie, e tutto quello che ho ricevuto in cambio è stata una newsletter che peggiore non si può e che non ha neanche il tastino “se non vuoi più ricevere altre email clicca qui”).

Ma mai come in questo giugno ho finalmente capito un concetto, che avevo sempre solo studiato, cioè quello di cittadinanza, che questa volta si è veramente attivata, ha fatto campagna, si è mobilitata, ha fermato le persone per strada e le ha convinte ad andare a votare. È tornata, per qualche giorno, una speranza sopita da tempo.

Però mi chiedo: adesso risprofonderemo nel buio? Dopo i “mi piace” sui vari status che esultavano per il raggiungimento del quorum, che facciamo? Torniamo a guardarci rispettivamente l’ombelico?

E intanto i giovani emigrano e fino a ieri la cosa mi rendeva solo molto triste.

Poi ho avuto un incontro con una persona che, ammetto, non mi piace incontrare. Anche lei mi ha detto che a settembre partirà, commentando che: “tanto qui non c’è più niente da fare!”, in maniera molto cordiale, dato che le avevo appena accennato al fatto che io, invece, vorrei aggrapparmi, qui, e continuare a viverci. Ma dopo il primo minuto di nervosismo, ho pensato che non è proprio vero il detto che se ne vanno sempre i migliori e la cosa mi ha decisamente tirato su di morale. Un po’ di giustizia, ogni tanto, ci vuole.

Libero mercato in libero Stato

Voglio raccontarvi una storia che ha me come protagonista e due antagonisti. Li chiamerò le aziende “A” e “B”. Questa storia si svolge dopo la cosiddetta liberalizzazione del mercato dell’energia, che, permettendo ai privati di concorrere, dovrebbe dare la possibilità a noi consumatori di scegliere tra offerte diverse quella a noi più congeniale.

C’era una volta.

A dicembre mi arriva in casa un operatore dell’azienda A. Già il fatto che facesse questa specie di porta a porta avrebbe dovuto insospettirmi. Ma siccome in teoria questo simpatico ometto era lì solo per farci mettere una firma per la ormai nota tariffa bioraria (di cui ci avevano già avvisate con le ultime comunicazioni cartacee), mi fido. Lascio così la mia coinquilina dell’epoca a parlarci, inconsapevole del fatto che avrebbe firmato la mia condanna.

Passano un paio di mesi e ricevo una telefonata da una gentile operatrice dell’azienda B. “Lei è a conoscenza del fatto che il contratto che avete firmato a dicembre prevede il passaggio all’azienda A anche della fornitura di gas, oltre che quella di energia elettrica?”. No, naturalmente, il simpatico ometto non ci ha detto niente del genere. “Hanno fatto così con mezza città, signorina, vuole tornare con noi, che le abbiamo sempre fornito il gas con fedeltà ed efficienza?”. Sì, sì, certo che voglio, levate tutto a quei maledetti imbroglioni dell’azienda A, che fregano i poveri consumatori ignari di tutto. Riprendetevi il gas, prendetevi la luce, vi dono anche il sangue.

Dopo poco, mi arriva a casa il plicone dell’azienda B che conferma che siamo tornate di nuovo con loro per entrambe le cose, gas ed energia elettrica.

Passa il tempo e con sgomento e terrore mi accorgo che le fatture non arrivano più. Alla fine di marzo, telefono al servizio clienti dell’azienda A per chiedere che fine hanno fatto le mie bollette. “Sì, signorina, qui risulta una fattura insoluta a suo carico della fornitura di energia elettrica per i mesi invernali. È stata spedita un mese fa”. Non è vero, maledetti, rimandatemela. “Certo, cliente cretino, gliela rimando subito e prolungo la scadenza fino alla fine di aprile. Fatture del gas, invece, non sono ancora state emesse”. Grazie, arrivederci.

Dopo due giorni, incredibilmente, compare la bolletta che era misteriosamente sparita. Quella già scaduta, naturalmente, la seconda copia non è mai arrivata. Pago e taccio.

Passa un altro mese e non arriva nient’altro. Stamattina decido di telefonare di nuovo al servizio clienti dell’azienda A per chiedere se sono partire o no fatture del gas. “Sì, signorina, se non le è ancora arrivata gliela rimando via mail”. Quando spiego che a febbraio li ho abbandonati perché mi sono sentita truffata, la giovane operatrice del call center candidamente mi dice: “Sì, la fornitura del gas è effettivamente stata annullata, ma con l’energia elettrica è ancora con noi”. Ma come? E la fanciulla dell’azienda B che mi aveva accolta con amore solo pochi mesi fa? Mi ha imbrogliato pure lei?

Qualcosa mi dice che non è ancora finita. Se siete ancora in tempo, tenetevi stretti i vostri operatori e fottetevene del mercato libero. Perché ne diventerete schiavi.

Nozze d’oro

Ieri sera ho ascoltato un racconto che sembrava uscito dalla più sperduta periferia italiana del dopoguerra, ancora più incredibile perché la protagonista è una donna, un medico, e per di più una ginecologa.

Alla domanda della sua paziente su quali anticoncezionali le consigliasse, lei le ha fatto una testa tanta su quanto la pillola sia il male, perché altera il ciclo naturale femminile, e su quanto assumerla sia sbagliato e dannoso.

È passata poi all’apologia contro il preservativo, per conculdere con un suggerimento moderno e sicuro: la temperatura basale.

“Amore, il pupo come lo chiamiamo? Ogino oppure Knauss?” (cit.)

In un mondo in cui il fondamentalismo (di ogni tipo) cerca di ridurre sempre più i diritti della donna e dell’uomo, questo è solo l’ultimo esempio di pericolosissimo pensiero reazionario.

A dispetto di questo, l’invenzione della pillola compie cinquant’anni. Il 9 maggio del 1960 ha ricevuto il benestare della Food and drug administration, dopo essere stata testata in laboratorio e su volontarie dallo scienziato americano Gregory Pincus. L’uso in Italia è legale dal 1971 (prima le “pratiche contro la procreazione” erano punite con l’arresto). Nonostante i progressi fatti in questo campo, oggi, nel nostro Paese, è usata solo dal 16% delle donne.

Io questo anniversario lo festeggio, sbattendolo in faccia alla ginecologa di qui sopra e a tutti quelli che, ancora, pensano di vivere nel Medioevo. Auguri!

Libertà di colore

Lo sappiamo tutti, quello che è successo al giudice Mesiano, il pedinamento e l’accusa di stravaganza, nell’intento di screditare pubblicamente “l’uomo del Lodo Mondadori”.

Premetto che, se tutte le volte, che aspetto il mio turno dalla parrucchiera fumando una sigaretta, mi pedinassero, verrebbe fuori che sono incredibilmente stravagante anch’io. Ma la cosa che mi spaventa di più in assoluto in questa storia, è proprio l’attenzione morbosa sul colore dei calzini indossati dal giudice. Dovremmo iniziare ad andare in giro tutti uguali, in divisa? Ci sarà un abito obbligatorio per il popolo?  Mi sembra una specie di razzismo dell’abbigliamento, il colore del calzino come il colore della pelle.

E allora io dico, prima che anche le calze della Befana siano sottoposte ad un giudizio politico, mettiamoci tutti non solo i calzini azzurri, ma anche quelli millerighe, che facciano eco alla bandiera della pace e all’arcobaleno del movimento omosessuale, che di questi tempi abbiamo decisamente bisogno di farci forza l’un l’altro.

calzini