Curriculum vitae

Settembre 2012: faccio un colloquio in quella che si presenta come un’agenzia di comunicazione, ma che mi propone di diventare una di quei ragazzi che girano per la città a chiedere offerte per Save the Children (“marketing diretto”, lo chiamavano).

Dicembre 2012: nella stessa settimana, vinco un progetto Leonardo in Portogallo, mi offrono un lavoro e passo le selezioni per una scuola di scrittura. Scopro che il progetto Leonardo mi manda a fare la cameriera per tre mesi (lo chiamavano “settore del turismo”), penso che ho voglia di lavorare e rinuncio alla scuola.

Gennaio 2013: preparo le carte per un tirocinio e passo un mese in queste condizioni a fare telefonate alla ricerca di finanziamenti per un Festival che, dopo poco, si rivela un fallimento.

Febbraio 2013: passo un altro mese di tirocinio ad aspettare che chi me lo ho firmato mi dia concretamente qualcosa da fare. Sono forse l’unica al mondo a non essere iper ma ipo sfruttata durante uno stage. Aspetto, chiedo, mi sento dire “ho dei progetti, te ne parlerò”, capisco che non esiste nessun ufficio di cui mi era stato parlato a dicembre, che non esiste nessun progetto, e ottengo che venga annullato.

Marzo 2013: faccio le selezioni per un Master, non le passo. keep-calm-and-call-batman-918

Maggio 2013: inizio a lavorare per un’azienda che vende aspiratori industriali. Mi muovo in macchina perché non è a Bologna, mi danno un rimborso spese che copre poco più dei i costi della benzina. Faccio ancora telefonate, odio telefonare ma tutti me lo fanno fare. Sistemo dati in file excel, mi porto da mangiare da casa, mi viene la gastrite, ho sonno.

Luglio 2013: faccio un colloquio per un lavoro molto bello che spero vada a buon fine. Mi telefonano anche dalle selezioni del personale di un’altra azienda e mi braccano con affermazioni terribili come: non prendiamo neanche in considerazione la tua candidatura se hai intenzione di sposarti e avere figli.

Settembre 2013: penso che avrò tempo nella vita per fare lavori brutti e pagati troppo poco e decido di mollare l’azienda di aspiratori. Mi richiamano dal lavoro bellissimo ma hanno troppa fretta, io non riesco a organizzarmi e così va a finire che scelgono un altro.

Ottobre 2013: prendo un po’ di respiro seguendo due progetti in mezzo a facce amiche, mi diverto. Mando curriculum in maniera compulsiva a tutti i posti dove mi piacerebbe lavorare, anche se non hanno posizioni aperte. Mi chiamano da un’agenzia di comunicazione, mi dicono che il mio profilo è interessante, molto interessante, su centinaia di cv che riceviamo il tuo mi ha proprio colpito, se vuoi vieni a fare un colloquio. Ah, però non ho niente da offrirti. Forse in futuro, ci sono dei progetti in cantiere ma non posso assicurarti nulla. Vado lo stesso, più perché mi sembra una barzelletta che perché ci credo realmente.

Novembre 2013: inizio un master breve in web marketing. Mi assicurano un tirocinio a partire da gennaio 2014.

Nel frattempo ho: lavorato nei weekend tesserando nei locali, sbigliettando alle serate, venduto prevendite, volantinato, distribuito e corretto, e risposto a un’infinità di annunci di lavoro.

Ma ho anche: passato il primo Capodanno divertente degli ultimi dieci anni, fatto la giovane alle feste con scarsi risultati, visto una marea di film e serie televisive,  avuto troppo sonno per leggere tutte le sere, centellinato i concerti ma godendomeli mille volte di più, fatto un weekend ad Amsterdam, una settimana ad Alicante, quattro giorni in Umbria, partecipato a un matrimonio, ricevuto sorprese e fiori, iniziato ad andare a correre, passato le ore al telefono aspettando il weekend che è diventato il momento più importante del mondo, fatto volare via un anno senza alcuno sforzo.

Insomma, non perdo le speranze, ci faccio solo una risata sopra.

All work and no play makes B. a dull girl

Considerando che sono ormai più di due mesi che non metto piede qui dentro, sono sicura che molti di voi si chiederanno che fine ho fatto (quanti di voi, eh? Tanti, vero?). Considerando, poi, che l’ultimo post era del tipo malinconico e sconsolato, mi pareva corretto iniziare l’anno nuovo con uno del tipo assurdo.

Ho riflettuto qualche giorno su quanto avrei rischiato se avessi deciso di raccontare questa storia. Penso che sì, sto rischiando, e forse un domani, quando mi licenzieranno, diventerò la protagonista di una qualche sentenza sulla libertà di espressione sul web. D’altra parte, la mia attrazione morbosa per la gente strana mi impedisce di tenere la bocca chiusa, o le mani lontane dalla tastiera. Perciò, vi ho voluto bene, ed eventualmente, le arance in galera sono sempre gradite.

La notizia è che ho iniziato un nuovo lavoro. Chiamo lavoro quello che è, per adesso, un tirocinio con rimborso spese per darmi la motivazione che altrimenti languirebbe. Tralasciando il contenuto di questo lavoro, che consiste nell’organizzazione di un grosso evento ma che non è interessante ai nostri fini, vorrei parlare piuttosto della persona con cui mi trovo ad avere a che fare in questo periodo: la proprietaria dell’ufficio al quale momentaneamente ci appoggiamo.

La signora è una di quelle che si potrebbero definire della Bologna bene, che ha adibito il piano di sotto del suo appartamento in una delle vie più alla moda della città, a ufficio, che quindi sembra effettivamente un’ala di una casa privata, dove tutto vira dal bianco ai toni dell’avorio e del panna. Le due cose messe assieme (il fatto che sia praticamente casa sua e la scelta dei colori dell’arredamento), aggiunte ai suoi nervi evidentemente fragili, mi ha fatto diventare oggetto di richieste a dir poco inquietanti, in un crescendo di follia dovuto probabilmente alla confidenza che man mano si sta prendendo.

Prima di tutto, un supporto fotografico:

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Questo è il delizioso quadretto incorniciato sopra il wc. Il primo giorno di lavoro la signora mi ha spiegato che, ogni volta che si utilizza il bagno e ci si lava le mani, bisogna asciugare il lavandino con un’apposita pezza in dotazione. Nel caso in cui, malauguratamente, qualche goccia finisca anche sullo specchio, c’è uno straccetto anche per quello. E questo è stato solo l’inizio.

Mi sono sentita chiedere se una luce che avevo acceso per evitare di diventare cieca a furia di inserire dati al computer fosse necessaria, perché a lei non piace. Mi sono anche sentita chiedere se una penna che avevo preso per scrivere due appunti fosse sua (“sì, ma gliela rido, non me la porto mica via…”). Una mattina in cui aspettava delle persone, mi ha chiesto se potevo aprire io e chiedere loro di pulirsi i piedi prima di entrare. Non l’ho fatto, ma l’ho visto fare a lei, con dei perfetti sconosciuti.

Ma il fondo penso che l’abbia toccato questa settimana (anche se temo che siano le mie ultime parole famose), quando, mentre le stavo parlando appoggiata allo stipite della porta, mi ha guardata con un misto di terrore e schifo e mi ha chiesto di spostarmi. Io, ingenua, l’ho quasi ringraziata perché pensavo che avesse paura che mi sporcassi la maglia di bianco. E invece no, il punto era esattamente il contrario: che io sporcassi il muro. Avete letto bene. Sai mai che nel 2040, quando ottocento persone coi maglioni impregnati di smog si saranno appoggiate in quel punto esatto e avranno lasciato un alone di grigio, dovrà ridipingere la parete.

Comunque la verità è che negli anni ho conosciuto talmente tante persone bislacche (del resto, una categoria di questo blog vi è interamente dedicata) che non mi stupisco più di niente e, grazie a dio, ho imparato a riderci sopra.

Ma che fatica la gente.

Qui

Ci ho messo un sacco di tempo a decidermi a scrivere di nuovo. Ho fatto un po’ di fatica a mettere ordine nelle cose che sono successe negli ultimi tempi e la tentazione che avrei è quello di farne un elenco. Gli elenchi mi vengono bene, come avete /avuto/ modo/ di leggere.

Ci sono alcune novità, tra queste il fatto che, un anno dopo aver scritto questo, me lo ritroverò pubblicato, tra pochi giorni, sul numero estivo della rivista. Una piccola soddisfazione che mi riporta a pensare a quanto poco scrivo, giustificandomi ogni volta con una scusa diversa. A proposito, qui, all’interno del famoso tentativo di creare un curriculum online, ho anche aggiunto i racconti più compiuti che ho scritto negli ultimi anni.

Stamattina ho fatto un colloquio per un tirocinio in un posto bellissimo e serioso immerso nel verde, fuori dal centro. Mi è stato esplicitamente chiesto il perché e il percome della mia bizzarra carriera universitaria, e per la prima volta me lo chiedeva una persona alla quale non potevo rispondere il vero motivo per cui dopo il triennio ho fatto una simile inversione di rotta, la crisi che ho attraversato dopo la laurea, lenita solo dall’idea di tornare a Bologna, così ho improvvisato, e ne è venuto fuori una cosa a metà tra il volevo studiare delle cose nuove per ampliare i miei orizzonti e il già dopo la laurea triennale volevo iniziare a lavorare, quindi avevo bisogno di studiare qualcosa che mi lasciasse lo spazio per farlo. La vecchia scusa del voglio diventare giornalista non regge più: mi sembra di prendere in giro me, figuriamoci un esaminatore.

Se mai questa possibilità di fare quattro mesi dentro il posto serioso immerso nel verde diventerà reale, forse sto iniziando davvero a costruirmi una strada e una professione. Quasi mi spaventa, pensarlo, e se lo dico, lo faccio sottovoce, perché per tutta la vita ho zigzagato tra una possibilità e l’altra e adesso ho un obiettivo preciso  e la cosa mi rende felice ma anche riflettere: insomma, cosa volevo fare da grande quand’ero una bambina?

Non volevo mettermi un tutù e  fare la ballerina equilibrista al circo con un ombrellino in mano? Non volevo fare la scrittrice perché c’era quella signora che si chiamava come me, più o meno, solo che faceva Potter di cognome, e magari potevo diventare come lei?

E poi, come immaginavo il mio futuro quando sono cresciuta un pochino? Non volevo forse diventare una ballerina, anche allora, solo che convertita nella versione più moderna del funky?

E infine, cosa avevo nella testa quando mi sono iscritta all’università? A questo devo dare ancora una risposta, lo ammetto. Ma ormai mi è sempre più chiaro come alcune decisioni che ho preso, anche se sul momento mi sembravano insensate o, nel migliore dei casi, casuali, hanno acquistato di senso sul lungo periodo. Quindi non mi faccio turbare più di tanto, quando mi guardo indietro e vedo i cambi di direzione, le frenate e le accelerate che ho dato durante il mio percorso. Come diceva un vecchio adagio, c’è sempre un motivo dietro.

Le faremo sapere/2

Come avrete capito, da ora in poi, archiviato il lungo capitolo università, su questo blog avrete il piacere di leggere le mie elucubrazioni sul mondo del lavoro.

Sto ragionando ormai da giorni sul problema (che anticipavo un post più giù) dell’aggiornamento del curriculum, del come renderlo creativo. Da diverse parti ormai si afferma che il cosiddetto formato europeo per il curriculum vitae sia, a meno di casi specifici, abbastanza superato e poco adatto a farsi notare nel marasma di candidature tutte uguali che arrivano a chi si occupa di selezione del personale (o a chiunque sia alla ricerca di qualcuno da assumere).

Leggo in continuazione articoli che consigliano come fare un curriculum che attiri l’attenzione e, poiché non posso sostituire quello “classico” a un portfolio (perché non ho nessuna abilità che si possa tradurre in un portfolio), ho immaginato un percorso alternativo, documentandomi in rete e facendo dei tentativi.

Il ragionamento da cui sono partita è questo: in un curriculum si trovano elencate principalmente istruzione, formazione ed esperienze lavorative, e, relegate in fondo sotto le varie diciture “competenze” o “abilità”, tutte le cose che ritengo stiano diventando sempre più importanti, quelle che rendono una persona diversa rispetto alle centinaia di laureati in cerca di lavoro che hanno lo stesso identico percorso. Come fare, quindi, per esaltare altre capacità, passioni o aspetti del carattere che possano tornare utili in questo senso?

Ho pensato che, attraverso i vari social network in cui sono attiva, questo blog, i miei racconti e tutte le altre cose che faccio oltre a lavorare e studiare, si potesse ricostruire in maniera più completa la mia personalità e si potessero esaltare abilità da sfruttare sul lavoro. Nasce da qui l’idea di avere un sito wall (nel mio caso ho scelto about.me) che altro non è che una piattaforma online che funge da vetrina pubblicitaria (vedi post precedente). La struttura è molto semplice: un’unica immagine di sfondo (normalmente in sostituzione a quella del profilo), i link a tutti i propri siti personali, e una brevissima biografia. Un esempio? Il mio si trova qui.

Questa può ritenersi la “prima impressione” che si vuole dare. Più completi sono tutti quei servizi per creare delle infografiche dei propri CV, in cui sì, si accenna al percorso di studi e alle esperienze lavorative, ma c’è anche un po’ di biografia e qualche grafico a disposizione da riempire con le proprie competenze, abilità e hobby. Io ho scelto la piattaforma re.vu, che è un po’ scarsa per quanto riguarda i layout disponibili, ma se non altro permette, a differenza di altre molto simili, di caricare i propri lavori, documenti, ed eventualmente dare la possibilità di scaricare anche il curriculum classico: qui, il mio.

Il bello di questi servizi è che danno dei consigli extra su come promuovere queste pagine personali, che vanno dal pubblicarle come aggiornamenti sui vari social network, al metterne il link nella firma dell’email, alla creazione di codici QR per visualizzarli da smartphone (questo, per esempio, about.me lo fa gratuitamente).

Avendo curiosato negli ultimi giorni nel mondo dei siti gratuiti che offrono questi servizi, ho anche riscontrato qualche problema: cvgram.me ve lo sconsiglio perché disattiva in automatico la navigazione in https ed è poco sicuro; vizualize.me e clapps.me non danno la possibilità di cancellare l’account (in teoria lo dovrebbero fare dopo l’invio di un’email, ma devo ancora verificare). Sicuro e abbastanza carino è, invece, flavors.me (per me, quello da cui tutta la ricerca è iniziata).

Certo, se fossi una smanettona un po’ più esperta mi potrei inventare delle cose carine come queste, ma non è detto che in questo periodo di creatività non riesca a raggiungere anche questi livelli.

Le faremo sapere

Non volevo, davvero. Mi ero detta che avrei aspettato almeno la fine di giugno. Avevo giurato che mi sarei concentrata su quello che sto facendo adesso, che non mi sarei fatta tentare.

Scusate, però anche voi non mi avete aiutata a non pensarci. Me lo chiedete con la cadenza di almeno una volta a settimana, me lo scrivete sui giornali, persino l’università che ho appena abbandonato facendo finta di niente mi manda le email facendomi l’occhiolino.

Così, oggi sono crollata. E ho iniziato a pensare a che ne sarà di me, che lavoro voglio fare da grande, dove andare a cercarlo, come muovermi, da dove iniziare, con chi parlare. Devo cercare nei siti di annunci lavorativi? Devo spargere la voce tra le persone che conosco? Devo aprire un sito internet? O una partita IVA?

Oggi, come prima mossa, ho risposto a un’offerta di tirocinio sul sito dell’Università. Ma la sensazione che ho provato è stata quella di poter ormai saltare questo passaggio: del resto, io lavoro ormai già da un po’ e qualcosina mi danno, quindi le offerte di stage non pagati che fanno finta di essere solo dei periodi di prova e trampolini per una sicura assunzione hanno smesso di interessarmi.

Allora sono ritornata a spulciare i siti di annunci lavorativi, e ho mandata un’email in cui chiedevo informazioni più dettagliate riguardo uno di questi. Però mi è sembrato palese, anche qui, quanto la situazione sia nera quasi dappertutto. Ecco un’inserzione-tipo (e ce ne sono tantissime così):

DIVENTA PADRONE DELLA TUA VITA Selezioniamo 5 persone seriamente interessate ad avviare un’attività gestita da casa attraverso un sistema talmente semplice e collaudato che chiunque può fare. Non si tratta di attività di vendita. Gestibile anche part-time. Si richiede voglia di imparare, mentalità imprenditoriale.

Ormai, quando le leggo, non posso che cercare di ritradurle come nella rubrica Cedo cane perché morto e capire cosa devo leggere tra le righe di una richiesta apparentemente innocua, ma che probabilmente nasconde qualche tipo di fregatura o patto col diavolo.

Poi c’è l’annoso problema del curriculum. Avrò letto decine di articoli su come stenderne uno che si differenzi dalla massa, come fare una buona lettera di motivazione, come essere originale: e allora ho inserito qualsiasi cosa, dalla mia passione per lo yoga al fatto che curo un tumblr. Vorrei anche aggiungere che sono la personale correttrice di bozze di (quasi) tutti quelli che conosco, ma come lo metto dentro al modello unico europeo, visto che non ho né studiato in qualche scuola né tantomeno lavorato per diventarlo?

Vedo che va di gran moda costruirsi un sito internet personale: non un blog, bensì un vero e proprio dominio da usare come una vetrina in cui ci si fa pubblicità, e questo comprende e sorpassa il classico CV.

Certo è che, per quella che è la mia esperienza, nessuno mi ha ancora tolto dalla testa la convinzione che nessun profilo su internet può sostituire la rete di contatti fisica e il caro e vecchio passaparola, e le conoscenze che si fanno lavorando attivamente in mezzo alle persone.

Ma ci rifletto un altro po’ e poi vi faccio sapere.

Nuove speranze e vecchie glorie

Circa un mese fa avevo iniziato a scrivere un post, un po’ scossa dalla notizia dell’ennesimo amico che lascerà l’Italia per trasferirsi all’estero. Era un post sconsolato, nel quale mi chiedevo che cosa succede a uno Stato da cui emigrano così tanti giovani, così tante belle teste che avevano iniziato un percorso qui, avevano delle speranze e poi, a un certo punto, hanno subìto una qualche battuta d’arresto e hanno deciso di andarsene. Ho pensato che questo Stato non riesce più a garantire delle alternative a queste persone: non se ne vanno perché ne hanno scelta una, lo fanno perché, ormai, è l’unica possibile.

Poi ci sono state le ultime elezioni e, soprattutto, il referendum e io, che ero a casa da sola a riaggiornare ogni cinque minuti il sito del Ministero dell’Interno, mi sono scoperta a commuovermi (piangere, capite?) per il quorum raggiunto. Perché per la prima volta ho creduto in qualcosa. Ho pensato che forse, da qualche parte, c’è ancora qualcosa di buono che possa trattenere i miei coetanei dall’andarsene e arginare questa fuga di massa.

Ho manifestato, sì, in passato (poco e male, partendo dalle superiori, quando ce la prendevamo con la Moratti gridando per le strade pezzi dell’Odissea in greco antico), ma ci ho sempre creduto il giusto: a muoverci era più il divertimento, che la reale convinzione che quello che stavamo facendo avrebbe portato a dei risultati concreti.

E ho anche sempre votato, ho fatto il salti mortali per farlo (ho pure lasciato un euro a certe primarie, e tutto quello che ho ricevuto in cambio è stata una newsletter che peggiore non si può e che non ha neanche il tastino “se non vuoi più ricevere altre email clicca qui”).

Ma mai come in questo giugno ho finalmente capito un concetto, che avevo sempre solo studiato, cioè quello di cittadinanza, che questa volta si è veramente attivata, ha fatto campagna, si è mobilitata, ha fermato le persone per strada e le ha convinte ad andare a votare. È tornata, per qualche giorno, una speranza sopita da tempo.

Però mi chiedo: adesso risprofonderemo nel buio? Dopo i “mi piace” sui vari status che esultavano per il raggiungimento del quorum, che facciamo? Torniamo a guardarci rispettivamente l’ombelico?

E intanto i giovani emigrano e fino a ieri la cosa mi rendeva solo molto triste.

Poi ho avuto un incontro con una persona che, ammetto, non mi piace incontrare. Anche lei mi ha detto che a settembre partirà, commentando che: “tanto qui non c’è più niente da fare!”, in maniera molto cordiale, dato che le avevo appena accennato al fatto che io, invece, vorrei aggrapparmi, qui, e continuare a viverci. Ma dopo il primo minuto di nervosismo, ho pensato che non è proprio vero il detto che se ne vanno sempre i migliori e la cosa mi ha decisamente tirato su di morale. Un po’ di giustizia, ogni tanto, ci vuole.