Giorni a perdere

Ho deciso, ne parlerò anch’io, ma non temete, manterrò comunque la tendenza al racconto per aneddoti che spesso uso quando scrivo in questo blog. Tempo fa qualcuno mi disse (più di qualcuno, a dire il vero) che, quando scrivo, dovrei imparare a spostare sempre più in là i paletti che mi metto, rispetto a dove avrei la tendenza a fissarli. Che dovrei far emergere in maniera più esplicita tutto quello che normalmente faccio solo intendere, come per una strana paura di dire troppo. Ed è infatti quando lascio straripare il pensiero oltre gli argini che ne escono le cose migliori. O, quantomeno, quelle più sincere.

E allora, cercherò di essere il più sincera possibile.

Molto spesso penso che il vero momento in cui sono davvero diventata grande è stato quello in cui sono arrivata all’università. Non ho mai vissuto una vera crisi adolescenziale, ne ho piuttosto vissuta una post adolescenziale. La mia vera formazione è iniziata quando ho messo per la prima volta i piedi fuori di casa, e a questo ha contribuito anche la scelta che ho fatto di iscrivermi a Scienze Politiche. I motivi per cui all’epoca ho preso questa decisione partivano sicuramente da presupposti sbagliati (ma del resto, chi potrebbe dire che a diciott’anni si fanno delle scelte realmente ponderate? Io credo che ci siano solo scelte fortunate o sfortunate, e che soprattutto lo si scopra molti anni dopo), e continuo a dire che se tornassi indietro probabilmente mi iscriverei a un’altra facoltà. Ma poi penso che sono diventata la persona che sono adesso anche grazie a quella scelta fatta coi presupposti sbagliati. Ho iniziato un percorso credendo di aver preso una determinata direzione, per poi ritrovarmi su una strada completamente diversa, ma non per questo sbagliata.

La caratteristica che mi porterò dietro tutta la vita grazie a quella scelta è la particolare attenzione verso tutto ciò che è politica, e la consapevolezza che tutto quello che ho intorno è, appunto, politico (mi perdonerete la constatazione lapalissiana). Dall’accendere la luce sul comodino la mattina al poter essere qui a scrivere quello che penso senza che nessuno mi imponga di smettere. Tutto questo mi ha sempre portato a essere fortemente contraria al pensiero di coloro che, per scelta ponderata oppure per totale disinteresse o ignoranza, si rifiutano di andare a votare, pensando che sia un gesto del tutto inutile. Non voglio fare un trattato su tutto quello che sta dietro al diritto di voto né scadere nel basso e banale “il voto che non dai tu è un voto in più per quelli con cui tu non sei d’accordo”, ma, semplicemente, prendere questo come punto di partenza per una riflessione ulteriore.

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Per la prima volta nella mia vita ho pensato di non andare a votare. Quello che farò domani sarà uno sforzo immane e disgustato, immane perché entrerò nella cabina elettorale e deciderò in quel momento cosa fare, se fare scheda nulla o mettere una croce su qualche simbolo tappandomi non solo il naso, ma anche occhi e orecchie; disgustato perché non credevo che sarei mai arrivata a un punto tale, io, che in fondo a qualcosa ho sempre creduto, a qualcuno ho sempre dato la mia fiducia, e ho sempre cercato di farlo col massimo della consapevolezza possibile, perché così sono stata educata, perché non ho mai visto un solo giorno della mia vita i miei genitori tornare a casa dal lavoro senza almeno un giornale, perché ho visto ogni loro gesto, nel corso degli anni, ogni singolo gesto, condizionato da quello che chi ci dovrebbe rappresentare decideva di fare o non fare, e poi, crescendo, ho cominciato a vedere le conseguenze di quelle decisioni anche sui miei gesti, e su quelli delle persone che ho intorno. Perché a casa si è sempre discusso di tutto, si è letto, ascoltato e commentato, perché uno dei più grandi regali che mi hanno fatto i miei genitori è stato quello di avermi insegnato a usare la testa, ad avere degli argomenti su cui costruire un ragionamento, a interessarmi davvero a quello che mi succede intorno, e non solo per posa.

Ieri ho parlato a lungo al telefono con mio padre e la conversazione che abbiamo avuto non la dimenticherò mai. All’altro capo del telefono ho sentito la sua voce stanca (e l’ha ribadito più volte lui stesso: sono stanco), e dentro c’era una delusione vera, un rancore reale e tangibile, che mi ha stretto il cuore. Voteremo due cose diverse, per la prima volta nella mia vita, e il suo sarà un voto di protesta, mentre il mio sarà un voto dettato dalla paura. È come se i ruoli si fossero invertiti, la rottura la vuole la generazione del genitore, la paura delle conseguenze di questa rottura ce l’ha la figlia. Tanto che, a un certo punto, mi sono sentita dire che non sono dei facinorosi quelli che stanno in piazza, nella convinzione che le mie argomentazioni fossero quelle di una che fosse contraria alle manifestazioni. Capite? Mi ha fatto sentire una reazionaria.

Questa telefonata mi ha riempita di tristezza, per lui che non può godersi questi anni in totale serenità, perché sembra quasi che glielo stiano impedendo con tutte le forze, e per me, che guardo avanti ma faccio fatica a orientarmi, in mezzo a tutta questa nebbia.

Non sono d’accordo con la sua decisione, ma la capisco e la rispetto. Non so se avrà ragione lui, con questa provocazione, o se l’avrò io, che mi sento come una specie di amante ferita e tradita fino allo sfinimento, ma che per l’ennesima volta dirà ok, va bene, so che non lo rifarai mai più, hai detto che le cose cambieranno e ti credo ancora una volta.

L’unica certezza che ho è che le conseguenze saranno le stesse, proprio per la somma dei voti come il suo e di quelli come il mio. E le aspetto con ansia al varco.

Buon voto a tutti, insomma.

Del perché ho deciso di fidarmi solo della mia estetista (e, a questo punto, anche del mio barista): parte terza

Avevo fatto un fioretto con me stessa, un po’ di tempo fa, ed era quello di smetterla di farmi abbindolare dalle super offerte dei siti che vendono voucher a prezzi scontatissimi. Non solo per i due  motivi di cui ho parlato diffusamente in questo blog, ma anche per una serie di cene in posti poco raccomandabili, ritardi e sparizioni di spedizioni, litigi con proprietari di ristoranti perché “non prendiamo più prenotazioni coi ticket”, “guardi che ho diritto a usarlo fino alla fine di questa settimana”, eccetera eccetera.

Il fioretto è durato il tempo di una email, che mi annunciava la possibilità di farmi fare un controllo totale della macchina, con ricarica dell’aria condizionata e sanificazione dell’abitacolo incluse (e già all’idea di un abitacolo sanificato non avrei potuto resistere), ma soprattutto, una COLAZIONE offerta per ingannare l’attesa. A questa proposta irrinunciabile, ho cliccato sul pulsante vendi l’anima al diavolo (che si legge in filigrana sotto un banale “acquista”) e ho subito telefonato per prenotare.

Stamattina sono partita piena di gioia alla volta del distributore dove avevo l’appuntamento, pregustando l’idea del mio cornetto e del mio abitacolo sanificato.

Intanto, devo precisare che il posto è dall’altra parte della città, il che, in certi orari della giornata, significa metterci mezz’ora ad arrivare, facendo lo slalom sul viali, in una dimensione parallela in cui sembra che le regole base da rispettare nel traffico siano state abolite.

Devo dire che il mio abitacolo è attualmente molto profumato e confortevole e, in linea di massima (escludendo un cambio dell’olio che mi è costato almeno il doppio di quello che avevo pagato il coupon), posso essere contenta del lavoro fatto con la mia macchina.

Il vero problema è stata la colazione. Appena arrivata al distributore, la moglie del gestore mi dà un bigliettino fatto in casa che mi sarebbe valso da buono al bar lì affianco. Che stento a chiamare bar perché più che altro è una stanza di un metro per un metro, senza bagno e senza sedie, con solo dei comodissimi sgabelli sui quali mi sono appollaiata, tentando, nell’attesa, di studiare un po’.

Il barista mi chiede: “allora, cappuccio o cappuccino?” e io, che ormai sono abituata a un certo tipo di umorismo à la bolonnaise, che spesso si basa su battute di questo tipo, rispondo: “ah, che scelta ardua. Faccia lei!”. Vedo che lui si imbarazza, fa la faccia a punto interrogativo e mi dice che posso scegliere tra caffè e cappuccino. Quando gli faccio notare che ho risposto così perché pensavo mi avesse fatto una battuta, si scusa dicendomi che è tutta la mattina che ha un dolore terribile, “un chiodo piantato nella testa”. Questo diventa l’argomento di due battute scambiate con un avventore che entra nel bar di lì a poco, che si dimostra preoccupato per questo chiodo che il pover barista ha conficcato nella tempia. Lui, a scanso di equivoci, ci tiene a precisare: “guarda che lo dicevo come modo di dire, intendevo che sembra che ci sia un chiodo!”. Sai mai.

Assisto poi a una conversazione tra altri due clienti, che termina con un italianissimo e fastidiosissimo “se ci vai, oh, digli che sei mio amico”. Un modo di fare al quale non mi abituerò mai.

Infine, alle undici e mezza, entra un signore anziano che si beve un grappino alla goccia.

C’è una parte di me che vorrebbe cancellarsi da tutte queste newsletter tentatrici, ma poi penso: se smetto di frequentare questi posti assurdi dove mi mandano i voucher, come farei ad aggiornare il mio bestiario umano in maniera così frequente?

Melancholia

-Ecco che le candele sono accese, l’orchestra suona una musica dolce, la cupola protetta dal campo di forza si fa trasparente E sopra di noi appare visibile un cielo cupo e fosco, carico della luce livida di stelle antichissime dilatatesi fino a offrirci la visione di una favolosa apocalisse.

La musica sommessa dell’orchestra cessò del tutto, e la gente fissò sbalordita lo spettacolo che si presentava oltre la cupola.

Una luce mostruosa, orrenda, si rovesciò dall’alto sul pubblico.

Una luce abominevole.

Una luce terrificante, agghiacchiate,

Una luce che avrebbe potuto far sfigurare l’inferno.

L’Universo si stava avvicinando alla fine. (…)

-È fantastico però vedere come sia affollata questa sala –  disse – Non vi pare che sia fantastico? Sì, lo è. È fantastico che siate in tanti. Perché, vedete, io s che molti di voi vengono qui più e più volte, il che francamente lo trovo straordinario. Insomma, voi venite qui a vedere la fine di tutto, e poi tornate a casa, nelle rispettive epoche, e allevate figli, lottate per società migliori, combattete guerre terribili per cause che sapete giuste, fate tante e tante cose bellissime che ci danno motivo di sperare nel futuro. – Indicò il Caos cosmico fuori della cupola, e aggiunse: – Di sperare nel futuro, anche se noi sappiamo che non esiste un futuro…

ADAMS D., 2010, Ristorante al termine dell’Universo, p. 119 e p. 126, Milano, Oscar Mondadori, traduzione di Laura Serra

Nuove speranze e vecchie glorie

Circa un mese fa avevo iniziato a scrivere un post, un po’ scossa dalla notizia dell’ennesimo amico che lascerà l’Italia per trasferirsi all’estero. Era un post sconsolato, nel quale mi chiedevo che cosa succede a uno Stato da cui emigrano così tanti giovani, così tante belle teste che avevano iniziato un percorso qui, avevano delle speranze e poi, a un certo punto, hanno subìto una qualche battuta d’arresto e hanno deciso di andarsene. Ho pensato che questo Stato non riesce più a garantire delle alternative a queste persone: non se ne vanno perché ne hanno scelta una, lo fanno perché, ormai, è l’unica possibile.

Poi ci sono state le ultime elezioni e, soprattutto, il referendum e io, che ero a casa da sola a riaggiornare ogni cinque minuti il sito del Ministero dell’Interno, mi sono scoperta a commuovermi (piangere, capite?) per il quorum raggiunto. Perché per la prima volta ho creduto in qualcosa. Ho pensato che forse, da qualche parte, c’è ancora qualcosa di buono che possa trattenere i miei coetanei dall’andarsene e arginare questa fuga di massa.

Ho manifestato, sì, in passato (poco e male, partendo dalle superiori, quando ce la prendevamo con la Moratti gridando per le strade pezzi dell’Odissea in greco antico), ma ci ho sempre creduto il giusto: a muoverci era più il divertimento, che la reale convinzione che quello che stavamo facendo avrebbe portato a dei risultati concreti.

E ho anche sempre votato, ho fatto il salti mortali per farlo (ho pure lasciato un euro a certe primarie, e tutto quello che ho ricevuto in cambio è stata una newsletter che peggiore non si può e che non ha neanche il tastino “se non vuoi più ricevere altre email clicca qui”).

Ma mai come in questo giugno ho finalmente capito un concetto, che avevo sempre solo studiato, cioè quello di cittadinanza, che questa volta si è veramente attivata, ha fatto campagna, si è mobilitata, ha fermato le persone per strada e le ha convinte ad andare a votare. È tornata, per qualche giorno, una speranza sopita da tempo.

Però mi chiedo: adesso risprofonderemo nel buio? Dopo i “mi piace” sui vari status che esultavano per il raggiungimento del quorum, che facciamo? Torniamo a guardarci rispettivamente l’ombelico?

E intanto i giovani emigrano e fino a ieri la cosa mi rendeva solo molto triste.

Poi ho avuto un incontro con una persona che, ammetto, non mi piace incontrare. Anche lei mi ha detto che a settembre partirà, commentando che: “tanto qui non c’è più niente da fare!”, in maniera molto cordiale, dato che le avevo appena accennato al fatto che io, invece, vorrei aggrapparmi, qui, e continuare a viverci. Ma dopo il primo minuto di nervosismo, ho pensato che non è proprio vero il detto che se ne vanno sempre i migliori e la cosa mi ha decisamente tirato su di morale. Un po’ di giustizia, ogni tanto, ci vuole.

L’impero alla fine della decadenza

Mi capita spesso di pensare che mi dispiace che la maggior parte delle volte in cui mi viene voglia di scrivere è quando provo un sentimento negativo nei confronti di qualcosa che mi accade. Così sembro sempre triste o incazzata o, in alternativa, inacidita e criticona. Ma non preoccupatevi, lettori sconosciuti, io sono una persona buona, cara e sorridente, dal vivo.

E adesso qualcosa di completamente diverso:

ultimamente c’è una cosa che mi fa incazzare più delle altre ed è la tendenza che tante, troppe persone hanno di “fregarsene”. Con questo intendo una serie quasi infinita di declinazioni del concetto e mi spiegherò meglio facendone qualche esempio. Questa mancanza totale di attenzione per delle “piccole” cose quasi nascoste mi sta facendo preoccupare, perché ho paura che sia il sintomo di un cambiamento dei tempi, di cui non ci stiamo accorgendo, ma che corrode come un piccolo tarlo la nostra cultura .

Quello di cui sto parlando è qualcosa di opposto a una rivoluzione, che per sua natura è uno sconvolgimento brutale che avviene in un tempo relativamente breve, perché è un cambiamento lento, che si insinua man mano nella vita delle persone e diventerà palese solo tra decenni, forse secoli.

La lingua e il linguaggio sono degli aspetti  della società che variano in maniera quasi impercettibile. Da un momento all’altro ci renderemo conto che, per esempio, il congiuntivo sarà sparito dal parlato comune (anche se spero vivamente che ciò non succeda mai).

Credo che in questo momento siamo di fronte a un cambiamento culturale per diversi motivi, che vanno tutti nella direzione del “me ne frego”:

il fatto che la comunicazione, per le generazioni più giovani e, in tanti casi, anche per gli adulti (mi vengono in mente le campagne elettorali da Obama in poi o i nuovi metodi di selezione del personale attraverso l’analisi delle informazioni che si trovano in rete) trovi in internet il media preferito, è, secondo me, un esempio del cambiamento che sta avvenendo. Questo perché, purtroppo, molto spesso per comunicare in rete si “urla” per essere riconosciuti in una marea di informazioni che ogni giorno vengono prodotte. Queste urla sono (non sempre, ma spesso) volgari, sgrammaticate, incomprensibili, perché l’unica cosa che conta è rispondere agli stimoli il più velocemente possibile, fregandosene (appunto) della forma e, non raramente, anche di elaborare un minimo di concetto sensato. Così il livello della comunicazione si abbassa, se non addirittura si azzera.

Più in generale posso affermare che, per la maggior parte delle persone, non cambia nulla scrivere “pò” invece di «po’», o “qual’è” invece di “qual è”: non c’è cura nel modo in cui soprattutto si scrive, ma anche si parla.
Un’altra cosa che noto sempre più di frequente è il fatto che troppe persone si rivolgono  agli altri dimenticandosi completamente alcuni elementi base dell’educazione: dal salutare, al ringraziare, al chiedere scusa, all’avvisare in caso di ritardo o di sparizione definitiva.
Non so se attribuire il tutto ai soliti mali della società, per esempio al fatto che, ormai, la televisione è l’unico mezzo di informazione per la maggior parte delle persone (con tutto quello che ne consegue per il linguaggio, l’educazione, il modo di pensare…). Certo è che vorrei tenere alta la guardia, anche a costo di sembrare una predicatrice reazionaria.

Faccio una precisazione: chiaramente sto parlando di quello che vedo intorno a me ogni giorno, che è pure un campione piccolo, però è schifoso uguale.

Libero mercato in libero Stato

Voglio raccontarvi una storia che ha me come protagonista e due antagonisti. Li chiamerò le aziende “A” e “B”. Questa storia si svolge dopo la cosiddetta liberalizzazione del mercato dell’energia, che, permettendo ai privati di concorrere, dovrebbe dare la possibilità a noi consumatori di scegliere tra offerte diverse quella a noi più congeniale.

C’era una volta.

A dicembre mi arriva in casa un operatore dell’azienda A. Già il fatto che facesse questa specie di porta a porta avrebbe dovuto insospettirmi. Ma siccome in teoria questo simpatico ometto era lì solo per farci mettere una firma per la ormai nota tariffa bioraria (di cui ci avevano già avvisate con le ultime comunicazioni cartacee), mi fido. Lascio così la mia coinquilina dell’epoca a parlarci, inconsapevole del fatto che avrebbe firmato la mia condanna.

Passano un paio di mesi e ricevo una telefonata da una gentile operatrice dell’azienda B. “Lei è a conoscenza del fatto che il contratto che avete firmato a dicembre prevede il passaggio all’azienda A anche della fornitura di gas, oltre che quella di energia elettrica?”. No, naturalmente, il simpatico ometto non ci ha detto niente del genere. “Hanno fatto così con mezza città, signorina, vuole tornare con noi, che le abbiamo sempre fornito il gas con fedeltà ed efficienza?”. Sì, sì, certo che voglio, levate tutto a quei maledetti imbroglioni dell’azienda A, che fregano i poveri consumatori ignari di tutto. Riprendetevi il gas, prendetevi la luce, vi dono anche il sangue.

Dopo poco, mi arriva a casa il plicone dell’azienda B che conferma che siamo tornate di nuovo con loro per entrambe le cose, gas ed energia elettrica.

Passa il tempo e con sgomento e terrore mi accorgo che le fatture non arrivano più. Alla fine di marzo, telefono al servizio clienti dell’azienda A per chiedere che fine hanno fatto le mie bollette. “Sì, signorina, qui risulta una fattura insoluta a suo carico della fornitura di energia elettrica per i mesi invernali. È stata spedita un mese fa”. Non è vero, maledetti, rimandatemela. “Certo, cliente cretino, gliela rimando subito e prolungo la scadenza fino alla fine di aprile. Fatture del gas, invece, non sono ancora state emesse”. Grazie, arrivederci.

Dopo due giorni, incredibilmente, compare la bolletta che era misteriosamente sparita. Quella già scaduta, naturalmente, la seconda copia non è mai arrivata. Pago e taccio.

Passa un altro mese e non arriva nient’altro. Stamattina decido di telefonare di nuovo al servizio clienti dell’azienda A per chiedere se sono partire o no fatture del gas. “Sì, signorina, se non le è ancora arrivata gliela rimando via mail”. Quando spiego che a febbraio li ho abbandonati perché mi sono sentita truffata, la giovane operatrice del call center candidamente mi dice: “Sì, la fornitura del gas è effettivamente stata annullata, ma con l’energia elettrica è ancora con noi”. Ma come? E la fanciulla dell’azienda B che mi aveva accolta con amore solo pochi mesi fa? Mi ha imbrogliato pure lei?

Qualcosa mi dice che non è ancora finita. Se siete ancora in tempo, tenetevi stretti i vostri operatori e fottetevene del mercato libero. Perché ne diventerete schiavi.

Ho i miei dubbi

Domenica sono andata a manifestare. La goccia che ha fatto traboccare il vaso (nel senso, l’ultimo in ordine cronologico dei buoni motivi per andarci) è stata l’aver assistito, qualche sera fa, a una furiosa (?) discussione tra due ragazzi della mia età. Anzi, a essere precisi, tra un ragazzo e una ragazza. Era una discussione sull’attuale situazione politica italiana e le due posizioni erano radicalmente diverse. La cosa che mi ha fatto accapponare la pelle è stata il solito commento, fatto da lei, che da più parti viene usato come giustificazione a un certo tipo di comportamento, di qualcuno abbastanza in alto nella gerarchia di questo Paese. La ragazza in questione  ha detto che non le interessa quello che lui fa a casa sua, che è libero di portarsi chi vuole.

Questa cosa mi è rimasta sullo stomaco, non tanto perché fosse un’argomentazione nuova o particolarmente sconvolgente, quanto perché proveniva da una donna della mia età, giovane e che, se vogliamo proprio guardare il pelo nell’uovo, studia anche legge. Non una ex democristiana (come pure è la signora incredibile, molto più moderna di questa ragazza, che è la mia nonna), o un vecchio bavoso o un adolescente in piena crisi ormonale.
Sono andata a manifestare soprattutto contro questo tipo di mentalità, cieca, sorda e pericolosa.

Però, purtroppo, una volta in piazza, ho constatato con amarezza la vecchiaia (vecchiezza?) dell’evento. Sia per quanto riguarda l’età media dei partecipanti, sia (e forse proprio come conseguenza di questo) per l’uso di simboli, slogan e modalità di un mondo che non c’è più. Qualcuno urlava dagli altoparlanti “le donne in testa, gli uomini dietro”e io ho pensato che davvero non ci si riesce a schiodare da modelli sessantottini ormai superati. Se continuiamo con questa divisione netta, dove la troviamo la forza reale per controbattere con alternative concrete a chi pensa che “quello che lui fa a casa sua, non sono affari miei”? Perché alzare altre barriere dove già ce ne sono infinite?

Vanno bene i cortei, sì, ma ci vuole più coraggio, più creatività, meno slogan e più soluzioni. Altrimenti è la volta che davvero questo Paese si troverà senza giovani, tutti costretti a emigrare.

Se non ora, quando? Prima, mi ha detto qualcuno. E io condivido.