Has the moon lost her memory?

Oggi sono capitata per caso a leggere questo articolo. All’apparenza non mi sembrava nulla di interessante, ma poi, vista la prospettiva di lavoro non esattamente stimolante che mi si apriva per la giornata, ho iniziato a leggere, e l’ho trovato carino e anche abbastanza divertente.

Il tema non è nuovo: si parla sostanzialmente del fatto che internet non dà praticamente più il diritto a dimenticare, che di certi fatti si faccia tabula rasa, che alcune persone, dopo qualche anno, inevitabilmente, vengano cancellate dai ricordi. Insomma, che il nostro cervello faccia autonomamente delle scelte su cosa trattenere e cosa lasciar andare via per sempre. Nel caso di quest’articolo, la questione è declinata nel sempreverde e annoso tema ex fidanzate/i, per cui spesso la presenza in social network vari non permetterebbe la cancellazione immediata dai propri pensieri (o, almeno, dalla vista sulla bacheca di facebook) dei suddetti. Con la tentazione sempre a portata di mano di scoprire dove vivono/con chi vivono/se sono ingrassati, dimagriti, hanno perso i capelli, hanno comprato casa/fatto bambini/buttato via la loro vita a causa del crack. E poi cosa fare delle fotografie che ci ritraevano insieme, c’è chi le nasconde, chi le elimina, chi le tiene lì con nonchalance e allora cosa significherà o non significherà.

Questo, a meno che non si compia l’atto estremo di cancellarli dagli amici (perché nasconderli dalle notizie in primo piano non vale), simbolico quasi quanto aggiornare la propria situazione sentimentale e ancora di dubbia interpretazione: se lo fanno, mi devo offendere o devo esserne contenta? E, se non lo fanno, ugualmente, mi devo offendere o devo esserne contenta?

Per non parlare degli/delle ex che stanno dall’altra parte (cioè quella del proprio fidanzato/a). Con quelli, la fortuna è dalla vostra se ogni tanto si dimenticano di limitare la privacy dei contenuti condivisi o a causa di qualche strana connessione eravate già amici in tempi non sospetti. E qui si apre un mondo: alzi la mano chi in questo caso non ha mai fatto un po’ di soft stalking.

Anche con amici con cui non si parla più funziona così. O ex compagni di classe, coi quali non ci si sente da sempre ma tutti sappiamo che quella si è sposata e quell’altra sta per avere un bambino, perché sì, dai, ci sono le foto dell’addio al nubilato e delle scarpine da bebè modificate col filtro di instagram!

diario

Tutto questo per ribadire che difficilmente il passato cade davvero nell’oblio. E probabilmente a nessuno interessa più tanto, che succeda. Qualche ex compagno delle elementari prima o poi pubblicherà una foto della classe e ci andrà bene che persone conosciute da adulti ci vedano com’eravamo a sei anni col grembiule sporco di penna. E senza una mamma di mezzo che tiri fuori un vecchio album di fotografie ingiallite.

Se ci penso, ringrazio Dio che facebook non esistesse nel 2000, quel capodanno in cui nessuno ha immortalato la mia acconciatura con clip a forma di farfalla e il mio trucco argentato. O, in generale, che facebook non esistesse quando ero adolescente, cosa che mi avrebbe: primo, impedito di studiare, secondo, peggiorato o comunque modificato lo struggimento amoroso di quell’età (mi innervosisco adesso, figurarsi a quindici anni cosa poteva essere, controllare se lui è online e perché non mi scrive e chi è quella che mette mi piace alle sue foto e a tutti i suoi status). Un sacco di diari non avrebbero nemmeno visto la luce, e al loro posto avrei una cronologia infinita di citazioni di canzoni che nemmeno mi ricordo più e forse anche una foto profilo in cui sorrido abbracciata a Daniele Groff (sì, qualcuno se lo ricorda, Daniele Groff?).

Non solo, esiste anche il problema contrario, cioè che adesso mi dispiace quando perdo delle informazioni che sono da qualche parte nell’etere, o nell’hard disk del computer, o in qualche vecchia conversazione su whatsapp. Coi cellulari, fino a qualche tempo fa (il primo l’ho avuto in seconda media, in classe mia eravamo solo in due, all’inizio, e ci guardavano anche un po’ strano) la memoria limitata imponeva di fare una scelta nei messaggi da tenere, e alcuni rimanevano salvati anche per anni. Adesso rimane tutto.

Io, per esempio, circa tre anni fa ho preso la coraggiosa decisione di cancellare in maniera definitiva il mio profilo di facebook (cosa che avevo ampiamente descritto qui e qui) , e di rimanerne sguarnita, pensavo per sempre, alla fine solo per un anno. Ho perso quindi tutto quello che è stata la mia attività sul social network prima di re iscrivermi e, lo ammetto, il fatto di non avere più l’archivio di cosa facessi, pensassi e credessi fosse interessante condividere col mondo in quei primi anni, adesso mi dispiace. Mi vergognerei di un sacco di cose, ma credo che avrebbero lo stesso valore di riaprire la vecchia scatola da scarpe rivestita di carta a fiori dove tengo le lettere che mandavo alle mie amiche di penna, o dei diari di scuola, o di qualsiasi ricordo che ho tenuto da parte. Sì, d’accordo, quelle erano cose private che solo io ho il permesso di rileggere, ma se tutto cambia, non cambia anche forse il modo di lasciare tracce del proprio passaggio?

Come sempre, non ho una posizione definitiva a riguardo. Ma almeno, per fortuna, di quel capodanno nessuno si ricorda.

Quello che internet mi ha dato

Forse non tutti sanno che sono stata senza computer per circa due settimane. In quei tredici giorni ho continuato a riflettere su cosa avrei scritto a riguardo, una volta che il poveretto sarebbe ritornato dall’assistenza, perché volevo capire quale fosse esattamente il mio livello di dipendenza da questo aggeggio.

Devo dire che è alto.

Inizio specificando che sono dotata ormai da qualche mese di uno smartphone e la verità è che il mio esperimento è stato per questo falsato, poiché senza la possibilità di connettermi con il telefono sono sicura che non avrei resistito: sarei probabilmente finita in un internet point una volta al giorno o a elemosinare qualche minuto al computer della mia coinquilina, almeno per controllare le email. E questo dice già parecchio.

In generale, sono diverse le cose che mi sono mancate, in quei giorni senza computer: mi è mancato non poter leggere comodamente gli articoli che mi interessavano nei vari siti e mi è mancato non poterli condividere e commentarli più di tanto. Ho ricevuto per un paio di volte delle email a cui avrei dovuto rispondere urgentemente ed è stata l’unica volta nella mia vita in cui ho pensato alla scomodità del fatto che, ormai, la maggior parte delle comunicazioni lavorative avviene tramite la rete. In quei due casi non avrei potuto ripiegare su una telefonata o un piccione viaggiatore e ho dovuto affidarmi al computer di un amico, altrimenti avrei perso l’occasione. Laddove di solito mi lamento se qualcuno non lavora con l’email, questa volta mi è successo l’esatto contrario. Altre difficoltà le ho avute quando sono dovuta andare a cercare un indirizzo che non conoscevo e capire come arrivarci in autobus (non so neanche dove ho messo la mia cartina di Bologna), quando ho pensato di controllare il meteo per decidere come vestirmi e ho dovuto aspettare che lo dicessero in radio, e nella ricerca delle offerte di lavoro (che ho dovuto del tutto sospendere).

Ma le cose che mi sono mancate di più in assoluto e che hanno reso le mie giornate più grigie sono state, nell’ordine: la mia musica, i miei film e la possibilità di scrivere. Certo, ho dato fondo ai brani che avevo nell’ipod e ai pochi dischi che ho in casa, ho come sempre ascoltato molto la radio e ho guardato alcuni dei film che ho in dvd, però non è stata la stessa cosa. Soprattutto per la mia voglia di scrivere, che da qualche anno a questa parte sfogo unicamente attraverso la tastiera, e che ho dovuto mettere da parte per questi lunghi giorni.

Ma è stata proprio la musica, la cosa alla quale ho pensato in continuazione. Mi sono resa conto che quando sono in casa è difficile che passi molto tempo in silenzio: almeno la radio deve essere accesa. L’immediato sollievo che ho provato copiando nuovamente i miei album nella libreria itunes è stata la cosa più evidente del momento in cui ho recuperato il computer.

Le cose che non mi sono mancate, invece, sono legate all’incapacità di concentrazione su un’unica attività che mi dà l’essere sempre connessa. Avere aperte sullo schermo almeno tre finestre del browser è ormai un’abitudine, e mentre sto leggendo qualcosa controllo chi c’è in chat, o se qualcuno ha commentato un link che ho pubblicato, e nel frattempo finisco di scrivere un pensiero nel blog. Quando mi perdo nelle pieghe della rete mi faccio catturare da un’infinità di stimoli, il che, come è ovvio, è una medaglia a due facce. Sono continuamente aggiornata riguardo gli argomenti che mi interessano, ma rischio di dedicare loro un approfondimento minimo. Ma di questo parlano in molti. Alla fine del mio periodo di astinenza forzata da internet, ho capito che neanch’io sono immune da questo rischio, e forse dovrei prendere delle precauzioni.

Come il miglior servizio di Studio Aperto sul caldo d’estate e il freddo d’inverno, a questo punto potrei ripetere i soliti consigli per evitare una degenerazione totale della mia dipendenza da internet: spegnere il computer almeno mezz’ora prima di andare a dormire e non accenderlo prima di un’ora da quando ci si sveglia, mentre si lavora al pc fare ogni tanto delle pause e guardare fuori dalla finestra, andare a fare delle lunghe passeggiate e incontrare gli amici dal vivo e non solo su facebook, etc. etc. Ma, a parte gli scherzi, dato che ormai non si può più tornare indietro e sarebbe impossibile immaginare un mondo non connesso alla rete (a meno di una catastrofe di qualche tipo, le cui conseguenze le avevo già ipotizzate qui ), l’unica parola d’ordine da tenere a mente è buonsenso. Anche se, purtroppo, spesso sembra un termine che in molti abbiamo dimenticato.

Le faremo sapere/2

Come avrete capito, da ora in poi, archiviato il lungo capitolo università, su questo blog avrete il piacere di leggere le mie elucubrazioni sul mondo del lavoro.

Sto ragionando ormai da giorni sul problema (che anticipavo un post più giù) dell’aggiornamento del curriculum, del come renderlo creativo. Da diverse parti ormai si afferma che il cosiddetto formato europeo per il curriculum vitae sia, a meno di casi specifici, abbastanza superato e poco adatto a farsi notare nel marasma di candidature tutte uguali che arrivano a chi si occupa di selezione del personale (o a chiunque sia alla ricerca di qualcuno da assumere).

Leggo in continuazione articoli che consigliano come fare un curriculum che attiri l’attenzione e, poiché non posso sostituire quello “classico” a un portfolio (perché non ho nessuna abilità che si possa tradurre in un portfolio), ho immaginato un percorso alternativo, documentandomi in rete e facendo dei tentativi.

Il ragionamento da cui sono partita è questo: in un curriculum si trovano elencate principalmente istruzione, formazione ed esperienze lavorative, e, relegate in fondo sotto le varie diciture “competenze” o “abilità”, tutte le cose che ritengo stiano diventando sempre più importanti, quelle che rendono una persona diversa rispetto alle centinaia di laureati in cerca di lavoro che hanno lo stesso identico percorso. Come fare, quindi, per esaltare altre capacità, passioni o aspetti del carattere che possano tornare utili in questo senso?

Ho pensato che, attraverso i vari social network in cui sono attiva, questo blog, i miei racconti e tutte le altre cose che faccio oltre a lavorare e studiare, si potesse ricostruire in maniera più completa la mia personalità e si potessero esaltare abilità da sfruttare sul lavoro. Nasce da qui l’idea di avere un sito wall (nel mio caso ho scelto about.me) che altro non è che una piattaforma online che funge da vetrina pubblicitaria (vedi post precedente). La struttura è molto semplice: un’unica immagine di sfondo (normalmente in sostituzione a quella del profilo), i link a tutti i propri siti personali, e una brevissima biografia. Un esempio? Il mio si trova qui.

Questa può ritenersi la “prima impressione” che si vuole dare. Più completi sono tutti quei servizi per creare delle infografiche dei propri CV, in cui sì, si accenna al percorso di studi e alle esperienze lavorative, ma c’è anche un po’ di biografia e qualche grafico a disposizione da riempire con le proprie competenze, abilità e hobby. Io ho scelto la piattaforma re.vu, che è un po’ scarsa per quanto riguarda i layout disponibili, ma se non altro permette, a differenza di altre molto simili, di caricare i propri lavori, documenti, ed eventualmente dare la possibilità di scaricare anche il curriculum classico: qui, il mio.

Il bello di questi servizi è che danno dei consigli extra su come promuovere queste pagine personali, che vanno dal pubblicarle come aggiornamenti sui vari social network, al metterne il link nella firma dell’email, alla creazione di codici QR per visualizzarli da smartphone (questo, per esempio, about.me lo fa gratuitamente).

Avendo curiosato negli ultimi giorni nel mondo dei siti gratuiti che offrono questi servizi, ho anche riscontrato qualche problema: cvgram.me ve lo sconsiglio perché disattiva in automatico la navigazione in https ed è poco sicuro; vizualize.me e clapps.me non danno la possibilità di cancellare l’account (in teoria lo dovrebbero fare dopo l’invio di un’email, ma devo ancora verificare). Sicuro e abbastanza carino è, invece, flavors.me (per me, quello da cui tutta la ricerca è iniziata).

Certo, se fossi una smanettona un po’ più esperta mi potrei inventare delle cose carine come queste, ma non è detto che in questo periodo di creatività non riesca a raggiungere anche questi livelli.

Le faremo sapere

Non volevo, davvero. Mi ero detta che avrei aspettato almeno la fine di giugno. Avevo giurato che mi sarei concentrata su quello che sto facendo adesso, che non mi sarei fatta tentare.

Scusate, però anche voi non mi avete aiutata a non pensarci. Me lo chiedete con la cadenza di almeno una volta a settimana, me lo scrivete sui giornali, persino l’università che ho appena abbandonato facendo finta di niente mi manda le email facendomi l’occhiolino.

Così, oggi sono crollata. E ho iniziato a pensare a che ne sarà di me, che lavoro voglio fare da grande, dove andare a cercarlo, come muovermi, da dove iniziare, con chi parlare. Devo cercare nei siti di annunci lavorativi? Devo spargere la voce tra le persone che conosco? Devo aprire un sito internet? O una partita IVA?

Oggi, come prima mossa, ho risposto a un’offerta di tirocinio sul sito dell’Università. Ma la sensazione che ho provato è stata quella di poter ormai saltare questo passaggio: del resto, io lavoro ormai già da un po’ e qualcosina mi danno, quindi le offerte di stage non pagati che fanno finta di essere solo dei periodi di prova e trampolini per una sicura assunzione hanno smesso di interessarmi.

Allora sono ritornata a spulciare i siti di annunci lavorativi, e ho mandata un’email in cui chiedevo informazioni più dettagliate riguardo uno di questi. Però mi è sembrato palese, anche qui, quanto la situazione sia nera quasi dappertutto. Ecco un’inserzione-tipo (e ce ne sono tantissime così):

DIVENTA PADRONE DELLA TUA VITA Selezioniamo 5 persone seriamente interessate ad avviare un’attività gestita da casa attraverso un sistema talmente semplice e collaudato che chiunque può fare. Non si tratta di attività di vendita. Gestibile anche part-time. Si richiede voglia di imparare, mentalità imprenditoriale.

Ormai, quando le leggo, non posso che cercare di ritradurle come nella rubrica Cedo cane perché morto e capire cosa devo leggere tra le righe di una richiesta apparentemente innocua, ma che probabilmente nasconde qualche tipo di fregatura o patto col diavolo.

Poi c’è l’annoso problema del curriculum. Avrò letto decine di articoli su come stenderne uno che si differenzi dalla massa, come fare una buona lettera di motivazione, come essere originale: e allora ho inserito qualsiasi cosa, dalla mia passione per lo yoga al fatto che curo un tumblr. Vorrei anche aggiungere che sono la personale correttrice di bozze di (quasi) tutti quelli che conosco, ma come lo metto dentro al modello unico europeo, visto che non ho né studiato in qualche scuola né tantomeno lavorato per diventarlo?

Vedo che va di gran moda costruirsi un sito internet personale: non un blog, bensì un vero e proprio dominio da usare come una vetrina in cui ci si fa pubblicità, e questo comprende e sorpassa il classico CV.

Certo è che, per quella che è la mia esperienza, nessuno mi ha ancora tolto dalla testa la convinzione che nessun profilo su internet può sostituire la rete di contatti fisica e il caro e vecchio passaparola, e le conoscenze che si fanno lavorando attivamente in mezzo alle persone.

Ma ci rifletto un altro po’ e poi vi faccio sapere.

Digressione

Considerazioni sulla fine del mondo

Adesso che sono sbarcata anche su twitter posso dirmi definitivamente perduta nelle trame del web.

Forse passerò il resto della mia vita ad aggiornare status e a cambiare immagini del profilo e a suggerire link (anche se il pensiero di stare seduta al computer più di quello che già non faccio mi fa venire immediatamente mal di schiena). È primavera, usciamo a fare delle passeggiate, ma senza dimenticarmi il nuovo smartphone appena ricevuto in dono, così posso controllare le email che arrivano in tempo reale o fare delle foto bellissime (ma senza instagram, ché mica c’ho l’iphone) da postare immediatamente su facebook oppure salutare qualche amico in chat su whatsapp.

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Meno male che mi sono appena laureata, dico io, perché sennò non avrei avuto tutto questo tempo a disposizione per restare collegata a internet. O forse era il contrario? Che essere collegata a internet per la maggior parte della giornata mi avrebbe distratta dallo studiare? Ma tant’è: adesso per fortuna lavoro soprattutto con le email, così posso tenere aperte tutte le finestre che voglio sul mio amato browser.

Non stento a credere che tra un po’ il sistema collasserà, ma mi chiedo quanto ci vorrà per riabituarsi all’eventualità di non poter togliersi qualsiasi dubbio utilizzando wikipedia, prenotare i voli sul sito di ryanair, darsi gli appuntamenti in chat su gmail, comprare i libri su amazon, leggere le notizie su repubblica.it e spostarsi seguendo le indicazioni del navigatore satellitare.

Forse poco, per chi ha passato metà della vita consultando libri in biblioteca, usando il telefono fisso per prendere appuntamenti e scrivendo appunti su quaderni formato A4. Io, conoscendomi, andrei nel panico totale per qualche settimana, ma qualche sinapsi mi funziona ancora e mi ricordo come si fa, quindi prima o poi riuscirei a riprendermi. Ma mi chiedo, chi si sta affacciando adesso alla vita adulta, attraverso gli ipad e le domande su yahoo! answers, ce la farà a smettere da un giorno all’altro a usare la comunicazione mediata e a tornare alla cara e vecchia trasmissione orale delle conoscenze?

Mi dicono che la soglia di attenzione nelle aule scolastiche (senza menzionare l’università, che mi viene subito un rigurgito di bile) è, negli ultimi anni, nettamente diminuita. Non lo metto in dubbio: quello è uno dei pochi posti in cui si apprende con lentezza (di mattina ti spiegano l’argomento in classe, di pomeriggio, a casa, si studia e qualche settimana più tardi c’è l’interrogazione) e un ragionamento può e deve essere più lungo di 160 caratteri. E poi ti viene richiesto un minimo di precisione e la rilettura delle cose aggiunge valore piuttosto che toglierne: concetti che, soprattutto nell’interazione sul web, sono diventati poco importanti. Più il messaggio è immediato, meglio è. E chi se ne frega se nella corsa mi sono dimenticato un accento o ne ho messo uno di troppo.

Le nuove generazioni (ahia, l’artrosi) sono meno attente, più imprecise, meno pazienti, si annoiano prima e vogliono tutto e subito? Questo mi spiegherebbe, almeno, il grande successo di Benedetta Parodi: non c’è tempo per cucinare come si deve, allora compro i cibi precotti, ché faccio prima, e fingo che sia nouvelle cuisine. Il giorno in cui internet si spegnerà e dovremo guardarci di nuovo negli occhi a lume di candela, solo chi conosce il trucchetto della pasta che va buttata quando l’acqua bolle sopravviverà. Oppure diventerà il capo della tribù e farà i miliardi (e tutto ricomincerà daccapo).