Tracce del mio passaggio

Torno per un secondo, tra una cosa e l'altra, solo per comunicare ai (pochi) che ancora si avventurano qui che ci sono ancora, ma che la mia testa è impegnata a partorire idee che nel blog non hanno ancora trovato spazio.
Piuttosto, spendo due minuti per scrivere quanto mi stupiscono le chiavi di ricerca che traghettano le persone qui. Mi piacerebbe che quello che scrivo potesse davvero dare delle risposte soddisfacenti alle loro richieste, però dubito di poter aiutare chi cerca buoni motivi per andare all'università (io, al massimo, posso trovarne milioni per non andarci), o immagini (?) di chi vuol vedere tarzan scoparsi jane o di santi protettori contro la sfortuna, o chi considera zuckerbergh l'anticristo, o chi vuole sapere se funzionano le fatture d'amore "facendo fumare una sigaretta", o chi cerca dritte su come rimorchiare su badoo o come diventare una buona commessa (io, piuttosto, posso indicarvi dove trovarne di pessime).
Ah, per colui o colei che cerca soluzioni per la carta della stampante che scende storta, vale sempre l'ottimo consiglio della nonna: capovolgila, e vedi se c'è una matita.

Però…

Domenica sono andata a manifestare. La goccia che ha fatto traboccare il vaso (nel senso, l'ultimo in ordine cronologico dei buoni motivi per andarci) è stato l'aver assistito, qualche sera fa, a una furiosa (?) discussione tra due ragazzi della mia età. Anzi, a essere precisi, tra un ragazzo e una ragazza. Era una discussione sull'attuale situazione politica italiana e le due posizioni erano radicalmente diverse. La cosa che mi ha fatto accapponare la pelle è stato il solito commento, fatto da lei, che da più parti viene usato come giustificazione a un certo tipo di comportamento. La ragazza in questione  ha detto che non le interessa quello che lui fa a casa sua, che è libero di portarsi chi vuole.
Questa cosa mi è rimasta sullo stomaco, non tanto perché fosse un'argomentazione nuova o particolarmente sconvolgente, quanto perché proveniva da una donna della mia età, giovane e che, se vogliamo proprio guardare il pelo nell'uovo, studia anche legge. Non una ex democristiana (come pure è la signora incredibile, molto più moderna di questa ragazza, che è la mia nonna), o un vecchio bavoso o un adolescente in piena crisi ormonale.
Sono andata a manifestare soprattutto contro questo tipo di mentalità, cieca e sorda e pericolosa.
Però, purtroppo, una volta in piazza, ho constatato con amarezza la vecchiaia dell'evento. Sia per quanto riguarda l'età media dei partecipanti, sia (e forse proprio come conseguenza di questo) per l'uso di simboli, slogan e modalità di un mondo che non c'è più. Qualcuno urlava dagli altoparlanti "le donne in testa, gli uomini dietro"e io ho pensato che davvero non ci si riesce a schiodare da modelli sessantottini ormai superati. Se continuiamo con questa divisione netta, dove la troviamo la forza reale per controbattere con alternative concrete a chi pensa che "quello che lui fa a casa sua, non sono affari miei"? Perché alzare altre barriere dove già ce ne sono infinite?
Vanno bene i cortei, sì, ma ci vuole più coraggio, più creatività, meno slogan e più soluzioni. Altrimenti è la volta che davvero questo Paese si troverà senza giovani, tutti costretti a emigrare.

Mentre fuori piove

Ritorno qui nel colpo di coda della mia mini influenza presa nel weekend.
(Non posso non corredare ogni alterazione del mio corpo con qualche sana preoccupazione, sempre più grande del dovuto).
Ma tant’è.
Venerdì si parte e si sta per una settimana sotto la neve a Liverpool. L’amica con cui vivo oggi mi ha chiesto: “Cosa farete?” e io ho risposto: “un pellegrinaggio”.
Nel frattempo posso finalmente dire che sto lavorando. Perché mi hanno scritto un contratto (seppur dandomelo dicendomi: “non credere che averlo o non averlo ti cambi qualcosa. Non ti dà nessuna garanzia, visto che è rescindibile in qualsiasi momento”. Beh, grazie e welcome on board!), perché sto guadagnando anche qualcosina e perché non andrò più in vacanza ma in ferie.
Poi faccio l’Università. Incrocio quasi per caso i miei compagni di facoltà a qualche corso superstite del mio piano di studi, ma i discorsi che sento in aula (quelli rubati poco prima che il professore accenda il proiettore) non mi piacciono. Mi annoiano, posso dirlo? Mi sembrano sempre gli stessi e pericolosamente banali. Ho paura, di questi discorsi smozzicati, perché chi li fa sono quelli che dovrebbero inventare, creare, esplodere, rinnovare, e invece mi pare che prendano le strade più comode e meno faticose (faccio una cosa orribile, cioè mi autocito, vogliate perdonarmi).
Meno male che ci sono i giochi in scatola, i letti dove raggomitolarsi quando la febbre si alza un po’, i dolci e i risotti, i mobili nuovi, le email degli amici che hanno le tue stesse sensazioni, le piccole soddisfazioni cui aggrapparsi quando a livello macroscopico le cose non vanno.

La sottile arte della discriminazione

Certe cose mi fanno letteralmente vedere rosso.
Una di queste è sentire che si dà del tu a chi non è bianco di pelle. Anche alle persone anziane, anche da parte di chi lavora in uffici o luoghi aperti al pubblico dove la regola è dare del lei a tutti.
A tutti, tranne a chi è un po' troppo scuro, a chi magari ha un italiano un po' stentato, che fa fatica a capire e ha bisogno che gli si parli lentamente, se ha bisogno di un'informazione.
La sento troppo spesso, questa cosa, e mi fa veramente incazzare. Ma incazzare a tal punto che mi metterei a urlare per strada, quando succede.
Ho sempre pensato che uno dei primi segni di civilità per un popolo è abituarsi a parlare in maniera corretta. Ma non intendo solo, per esempio, usando i verbi giusti, "corretta" anche nel senso di non discriminatoria, giusta, equa. Ci si deve rendere conto che le parole hanno il loro peso, non si possono buttare a caso, in un discorso, credendo che non abbiano delle conseguenze.
La lingua è la prima barriera da superare, anche attraverso queste attenzioni grammaticali, che sembrano banali e insignificanti, ma a quanto pare vanno insegnate, se non, addirittura, imposte.

Sì, generalizzare

Girovagavo tra i profili di myspace (che è l'unico social network che mi è rimasto, e mi piace usarlo soprattutto come piattaforma di studi antropologici sul genere umano) e mi sono resa conto che ormai riesco a identificare le persone dalla foto del profilo. La cosa divertente di myspace è che (a differenza di facebook che, a livello di grafica, è standard per tutti gli utenti e, di conseguenza, molto più anonimo) è visivamente più immediato.
Insomma, per farla breve: se sei un coglione, su facebook hai la possibilità di mascherarti meglio (se non altro c'è da fare lo sforzo di leggere la sezione "interessi" prima di capire chi hai di fronte), su myspace non hai molte chance. Anche perché lì la gente dà veramente il peggio di sè, quando si parla di scegliere la foto con cui presentarsi al mondo. Per non parlare dei layout, ma questa è un'altra storia…
Chiariamo subito una cosa: ho capito che la metà degli uomini si iscrive a myspace per rimorchiare. Laddove "ci si fa" facebook per i motivi più disparati, myspace è il ritrovo degli allupati.
I più arrapati di tutti si immortalano mezzi nudi: è abbastanza comune che, entrando nel profilo di uno che si ritrae con i pettorali di fuori, si noteranno una serie di "amiche" con le tette di fuori, o ammiccanti descrizioni delle proprie doti.
Altri piacioni sono quelli che pubblicano primi piani con broncio sexy (eh sì, non ci sono solo le ragazzine che lo fanno).
Gli artisti con le loro chitarre, pianole, violini, viole, cuffie, macchine fotografiche, mixer, pennelli, penne e calamai, anche loro, in fondo in fondo, vogliono rimorchiare.
Come, del resto, i veri o presunti rapper con le dita della mano a formare vari segni di saluto, col cappuccio della felpa ben calato sugli occhi.
Poi ci sono quelli che si fotografano in penombra, di spalle, lontani un chilometro. Oppure usano il loro avatar di South Park, o dei Simpson. O fanno diventare la loro foto una specie di disegno a matita. O, ancora, pubblicano l'immagine di qualsiasi cosa, purchè non sia la loro faccia. Questi, beh, ecco, di solito sono quelli, diciamo… orginali, simpatici, particolari?