Déjà -vu

E insomma, oggi sono andata a studiare nella mia biblioteca preferita. Quella dove al piano di sopra sta chi si legge il quotidiano, di sotto c'è una sala grandissima che ti fa venire subito voglia di respirare e le persone la passeggiano e si siedono sulle poltroncine che qualcuno chiama "di design", ma che io penso siano inutilmente scomode.
È la biblioteca bella proprio al centro della città, lì studi in mezzo a chiunque, non è come quelle di facoltà in cui per forza ti trovi o tutti futuri avvocati o tutti medici o, nella maggior parte dei casi, tutti disoccupati.
E adesso, con un raggio di sole che taglia in obliquo il pavimento della mia camera e sul davanzale fa brillare quel color mattore che hanno solo i palazzi di Bologna in questo periodo dell'anno, mi sento felice perché oggi non è successo niente.
Non è successo come due anni fa, che, seduta in quella stessa stanza di quella stessa biblioteca, con in mano un libro dello stesso autore di quello di oggi, la paura si è fatta troppo grande e mi sono tremate le mani. Di quella volta lì ho anche scritto, c'è un inizio di racconto che parla di questo e della famiglia Kennedy, perché era il capitolo che stavo studiando, me lo ricordo fin troppo bene. Quel racconto adesso è nascosto da qualche parte, nel file sul desktop che, in maniera pomposa e anche logicamente sbagliata, ho chiamato "portfolio". Come se lo potessi prendere e me lo potessi mettere sotto il braccio come una cartellina con dentro i disegni, mentre cammino in mezzo a tutto questo rosso mattone.

Tracce del mio passaggio

Torno per un secondo, tra una cosa e l'altra, solo per comunicare ai (pochi) che ancora si avventurano qui che ci sono ancora, ma che la mia testa è impegnata a partorire idee che nel blog non hanno ancora trovato spazio.
Piuttosto, spendo due minuti per scrivere quanto mi stupiscono le chiavi di ricerca che traghettano le persone qui. Mi piacerebbe che quello che scrivo potesse davvero dare delle risposte soddisfacenti alle loro richieste, però dubito di poter aiutare chi cerca buoni motivi per andare all'università (io, al massimo, posso trovarne milioni per non andarci), o immagini (?) di chi vuol vedere tarzan scoparsi jane o di santi protettori contro la sfortuna, o chi considera zuckerbergh l'anticristo, o chi vuole sapere se funzionano le fatture d'amore "facendo fumare una sigaretta", o chi cerca dritte su come rimorchiare su badoo o come diventare una buona commessa (io, piuttosto, posso indicarvi dove trovarne di pessime).
Ah, per colui o colei che cerca soluzioni per la carta della stampante che scende storta, vale sempre l'ottimo consiglio della nonna: capovolgila, e vedi se c'è una matita.

Ch-ch-changes

Quando io facevo le scuole medie, per me andare in gita scolastica significava provare l'ebbrezza di ascoltare la musica dal lettore cd.
Una delle invenzioni tecnologiche, che arrivò in quegli anni e che segnava il confine tra un oggetto nuovo e moderno e una vecchia carcassa, era l'antishock. Se l'avevi, non solo voleva dire che il tuo lettore era nuovo di pacca, ma anche che potevi tranquillamente superare i tornanti e le frenate brusche senza che la musica che stavi ascoltando s'interrompesse all'improvviso. I primi modelli avevano un pulsantino on/off, per cui eri libero di decidere se goderti questa possibilità oppure soffrire come chi ne era sprovvisto.
Ecco, io a volte vorrei avere il pusante dell'antishock. Così, quando la strada curva pericolosamente, oppure mi tocca frenare all'improvviso, non salta tutto per aria e la musica continua ad andare, senza interruzioni.

Il tempo delle mele

Sto accompagnando, non proprio volontariamente, due traslochi complementari. Uno, a dire il vero, era già terminato quando sono arrivata io. Mi sento ancora un po' in prestito, lì, e anche un po' stretta. Se voglio fare una telefonata, o mi chiudo in bagno, oppure congelo in terrazza. Di studiare, poi, non ne parliamo. E la stanza in realtà è una piccionaia aperta sul piano di sotto. Mi abituerò.
Il secondo è ancora nel suo svolgersi. Appena metto piede in casa, prima ancora di chiedermi come va, mi sento dare delle istruzioni con le cose da sistemare, o da buttare. E questo mi fa reagire subito col rifiuto di dare una mano. Poi, però, sospiro e mi ripeto il solito mantra: "sei tu che ti devi adattare a quello che è lui, non il contrario" e inizio a collaborare.
E allora è successo che mi sono infilata nel vortice dei miei giocattoli. Sul subito, presa dal desiderio di non perdere tempo e anche da quello di fare spazio (perché gli accumuli di oggetti diventano anche accumuli di energie negative, secondo una mia personale teoria), avevo dato l'ok per regalarli tutti.
Poi ho cambiato idea e sabato pomeriggio ci ho messo le mani. Alla fine sono di più quelli che terrò rispetto a quelli che darò via. Non ci ho potuto fare niente, dalle ceste sono sbucati fuori i ricordi e tutto il mio cinismo iniziale ("ma quante cose inutili avevo?") ha lasciato il posto a un bel po' di romanticismo.
La cosa che più mi ha impressionato è stata che mi sono resa conto che, quando frugo negli oggetti che mi hanno accompagnata in un passato più recente, ho spesso immagini di me che soffro per qualcosa e ricordi che mi sono rimasti più impressi sono i momenti dolorosi. Mentre l'altro giorno, ritrovando dei giocattoli che non sapevo di avere ancora, percepivo solo la gioia dei momenti in cui quelle cose impolverate avevano un loro senso.
Bella scoperta, direte voi. Beata innocenza.
Forse, a pochi giorni da un compleanno che mi sembra un nuovo giro di boa della mia vita, sto scoprendo un animo da vecchia nostalgica? Inizierò a fare discorsi del tipo "io alla tua età" oppure "vorrei tornare bambina"?
Adesso, scusate, vado a preparare il té per i miei pupazzi.

Oggi è uno di quei giorni

Torno, sfinita, dall’esame al quale tenevo di più di tutti questi anni all’università.
L’ho preparato in quest’afa che ogni volta mi sembra più umida e più faticosa, e invece in una telefonata impazzita di qualche giorno fa ho scoperto che tutte le estati dico la stessa cosa.
L’ho preparato cercando il filo di vento che pigramente si affacciava alla mia finestra, maledicendo il caldo e maledicendo me che lo maledicevo.
L’ho preparato in mezzo a tantissimi altri impegni, rincorrendo le pagine che mi scappavano dalle dita e andando a dormire ogni sera come il coniglio di Alice che è sempre in ritardo.
Stamattina mi sono svegliata con le grida disperate di un bambino che da qualche parte chiedeva incessantemente del latte. È andato avanti per un sacco di tempo, urlando sempre più forte.
Ieri notte mi sono svegliata con la paura che mi entrassero i topi dalla finestra. Mi succede sempre così, ultimamente. Mi vengono delle paure da bambina. Sublimo lo stress nei mostri dell’infanzia.
Arrivando in facoltà, oggi, ho ripensato al mio esame di maturità. All’amico più grande che mi aveva incontrata qualche giorno prima e ridendo mi aveva detto che quello sarebbe stato il più difficile di tutti, perché era il primo. E allora ho pensato, sono sopravvissuta a quello e a tutti quelli successivi, sopravviverò anche a questo.
Oggi mi riposo, e stasera magari stappo una bottiglia di vino.

Pensieri sparsi

Tra due mesi a quest'ora sarò davanti a un mare il cui blu ormai è una parte di me. Una seconda casa.
Ma per ora sono qui a combattere il caldo. Avanti e indietro per tribunali ad affiggere locandine per questo (fateci un salto, se vi interessa, mi troverete lì ad agonizzare per tutto il giorno), a cercare di studiare, ad aspettare l'esito di esami e di fare un test d'ammissione per un corso che sì, sulla carta… però chissà se. Troverò il tempo di ragionare anche su questo.
Nel frattempo ho un racconto in concorso e attendo i risultati. Un altro sta viaggiando nell'etere e, anche qui, attendo delle risposte. Mi insegnano che è quando smetti di pensarci che le cose accadono e, in fondo, anche a me succede sempre così. Sempre. Probabilmente c'è una formula matematica alla base, una curva che dimostra come la possibilità che accada qualcosa di veramente incredibile e il tempo che si usa per pensare a quanto sarebbe bello che succedesse sono inversamente proporzionali.
Cercherò di tenermi la mente occupata, nel frattempo.
C'è qualcuno di voi blogger che ha del tempo da perdere per mettere le mani sul mio template?