Qui

Ci ho messo un sacco di tempo a decidermi a scrivere di nuovo. Ho fatto un po’ di fatica a mettere ordine nelle cose che sono successe negli ultimi tempi e la tentazione che avrei è quello di farne un elenco. Gli elenchi mi vengono bene, come avete /avuto/ modo/ di leggere.

Ci sono alcune novità, tra queste il fatto che, un anno dopo aver scritto questo, me lo ritroverò pubblicato, tra pochi giorni, sul numero estivo della rivista. Una piccola soddisfazione che mi riporta a pensare a quanto poco scrivo, giustificandomi ogni volta con una scusa diversa. A proposito, qui, all’interno del famoso tentativo di creare un curriculum online, ho anche aggiunto i racconti più compiuti che ho scritto negli ultimi anni.

Stamattina ho fatto un colloquio per un tirocinio in un posto bellissimo e serioso immerso nel verde, fuori dal centro. Mi è stato esplicitamente chiesto il perché e il percome della mia bizzarra carriera universitaria, e per la prima volta me lo chiedeva una persona alla quale non potevo rispondere il vero motivo per cui dopo il triennio ho fatto una simile inversione di rotta, la crisi che ho attraversato dopo la laurea, lenita solo dall’idea di tornare a Bologna, così ho improvvisato, e ne è venuto fuori una cosa a metà tra il volevo studiare delle cose nuove per ampliare i miei orizzonti e il già dopo la laurea triennale volevo iniziare a lavorare, quindi avevo bisogno di studiare qualcosa che mi lasciasse lo spazio per farlo. La vecchia scusa del voglio diventare giornalista non regge più: mi sembra di prendere in giro me, figuriamoci un esaminatore.

Se mai questa possibilità di fare quattro mesi dentro il posto serioso immerso nel verde diventerà reale, forse sto iniziando davvero a costruirmi una strada e una professione. Quasi mi spaventa, pensarlo, e se lo dico, lo faccio sottovoce, perché per tutta la vita ho zigzagato tra una possibilità e l’altra e adesso ho un obiettivo preciso  e la cosa mi rende felice ma anche riflettere: insomma, cosa volevo fare da grande quand’ero una bambina?

Non volevo mettermi un tutù e  fare la ballerina equilibrista al circo con un ombrellino in mano? Non volevo fare la scrittrice perché c’era quella signora che si chiamava come me, più o meno, solo che faceva Potter di cognome, e magari potevo diventare come lei?

E poi, come immaginavo il mio futuro quando sono cresciuta un pochino? Non volevo forse diventare una ballerina, anche allora, solo che convertita nella versione più moderna del funky?

E infine, cosa avevo nella testa quando mi sono iscritta all’università? A questo devo dare ancora una risposta, lo ammetto. Ma ormai mi è sempre più chiaro come alcune decisioni che ho preso, anche se sul momento mi sembravano insensate o, nel migliore dei casi, casuali, hanno acquistato di senso sul lungo periodo. Quindi non mi faccio turbare più di tanto, quando mi guardo indietro e vedo i cambi di direzione, le frenate e le accelerate che ho dato durante il mio percorso. Come diceva un vecchio adagio, c’è sempre un motivo dietro.

Melancholia

-Ecco che le candele sono accese, l’orchestra suona una musica dolce, la cupola protetta dal campo di forza si fa trasparente E sopra di noi appare visibile un cielo cupo e fosco, carico della luce livida di stelle antichissime dilatatesi fino a offrirci la visione di una favolosa apocalisse.

La musica sommessa dell’orchestra cessò del tutto, e la gente fissò sbalordita lo spettacolo che si presentava oltre la cupola.

Una luce mostruosa, orrenda, si rovesciò dall’alto sul pubblico.

Una luce abominevole.

Una luce terrificante, agghiacchiate,

Una luce che avrebbe potuto far sfigurare l’inferno.

L’Universo si stava avvicinando alla fine. (…)

-È fantastico però vedere come sia affollata questa sala –  disse – Non vi pare che sia fantastico? Sì, lo è. È fantastico che siate in tanti. Perché, vedete, io s che molti di voi vengono qui più e più volte, il che francamente lo trovo straordinario. Insomma, voi venite qui a vedere la fine di tutto, e poi tornate a casa, nelle rispettive epoche, e allevate figli, lottate per società migliori, combattete guerre terribili per cause che sapete giuste, fate tante e tante cose bellissime che ci danno motivo di sperare nel futuro. – Indicò il Caos cosmico fuori della cupola, e aggiunse: – Di sperare nel futuro, anche se noi sappiamo che non esiste un futuro…

ADAMS D., 2010, Ristorante al termine dell’Universo, p. 119 e p. 126, Milano, Oscar Mondadori, traduzione di Laura Serra

Nuove speranze e vecchie glorie

Circa un mese fa avevo iniziato a scrivere un post, un po’ scossa dalla notizia dell’ennesimo amico che lascerà l’Italia per trasferirsi all’estero. Era un post sconsolato, nel quale mi chiedevo che cosa succede a uno Stato da cui emigrano così tanti giovani, così tante belle teste che avevano iniziato un percorso qui, avevano delle speranze e poi, a un certo punto, hanno subìto una qualche battuta d’arresto e hanno deciso di andarsene. Ho pensato che questo Stato non riesce più a garantire delle alternative a queste persone: non se ne vanno perché ne hanno scelta una, lo fanno perché, ormai, è l’unica possibile.

Poi ci sono state le ultime elezioni e, soprattutto, il referendum e io, che ero a casa da sola a riaggiornare ogni cinque minuti il sito del Ministero dell’Interno, mi sono scoperta a commuovermi (piangere, capite?) per il quorum raggiunto. Perché per la prima volta ho creduto in qualcosa. Ho pensato che forse, da qualche parte, c’è ancora qualcosa di buono che possa trattenere i miei coetanei dall’andarsene e arginare questa fuga di massa.

Ho manifestato, sì, in passato (poco e male, partendo dalle superiori, quando ce la prendevamo con la Moratti gridando per le strade pezzi dell’Odissea in greco antico), ma ci ho sempre creduto il giusto: a muoverci era più il divertimento, che la reale convinzione che quello che stavamo facendo avrebbe portato a dei risultati concreti.

E ho anche sempre votato, ho fatto il salti mortali per farlo (ho pure lasciato un euro a certe primarie, e tutto quello che ho ricevuto in cambio è stata una newsletter che peggiore non si può e che non ha neanche il tastino “se non vuoi più ricevere altre email clicca qui”).

Ma mai come in questo giugno ho finalmente capito un concetto, che avevo sempre solo studiato, cioè quello di cittadinanza, che questa volta si è veramente attivata, ha fatto campagna, si è mobilitata, ha fermato le persone per strada e le ha convinte ad andare a votare. È tornata, per qualche giorno, una speranza sopita da tempo.

Però mi chiedo: adesso risprofonderemo nel buio? Dopo i “mi piace” sui vari status che esultavano per il raggiungimento del quorum, che facciamo? Torniamo a guardarci rispettivamente l’ombelico?

E intanto i giovani emigrano e fino a ieri la cosa mi rendeva solo molto triste.

Poi ho avuto un incontro con una persona che, ammetto, non mi piace incontrare. Anche lei mi ha detto che a settembre partirà, commentando che: “tanto qui non c’è più niente da fare!”, in maniera molto cordiale, dato che le avevo appena accennato al fatto che io, invece, vorrei aggrapparmi, qui, e continuare a viverci. Ma dopo il primo minuto di nervosismo, ho pensato che non è proprio vero il detto che se ne vanno sempre i migliori e la cosa mi ha decisamente tirato su di morale. Un po’ di giustizia, ogni tanto, ci vuole.

L’impero alla fine della decadenza

Mi capita spesso di pensare che mi dispiace che la maggior parte delle volte in cui mi viene voglia di scrivere è quando provo un sentimento negativo nei confronti di qualcosa che mi accade. Così sembro sempre triste o incazzata o, in alternativa, inacidita e criticona. Ma non preoccupatevi, lettori sconosciuti, io sono una persona buona, cara e sorridente, dal vivo.

E adesso qualcosa di completamente diverso:

ultimamente c’è una cosa che mi fa incazzare più delle altre ed è la tendenza che tante, troppe persone hanno di “fregarsene”. Con questo intendo una serie quasi infinita di declinazioni del concetto e mi spiegherò meglio facendone qualche esempio. Questa mancanza totale di attenzione per delle “piccole” cose quasi nascoste mi sta facendo preoccupare, perché ho paura che sia il sintomo di un cambiamento dei tempi, di cui non ci stiamo accorgendo, ma che corrode come un piccolo tarlo la nostra cultura .

Quello di cui sto parlando è qualcosa di opposto a una rivoluzione, che per sua natura è uno sconvolgimento brutale che avviene in un tempo relativamente breve, perché è un cambiamento lento, che si insinua man mano nella vita delle persone e diventerà palese solo tra decenni, forse secoli.

La lingua e il linguaggio sono degli aspetti  della società che variano in maniera quasi impercettibile. Da un momento all’altro ci renderemo conto che, per esempio, il congiuntivo sarà sparito dal parlato comune (anche se spero vivamente che ciò non succeda mai).

Credo che in questo momento siamo di fronte a un cambiamento culturale per diversi motivi, che vanno tutti nella direzione del “me ne frego”:

il fatto che la comunicazione, per le generazioni più giovani e, in tanti casi, anche per gli adulti (mi vengono in mente le campagne elettorali da Obama in poi o i nuovi metodi di selezione del personale attraverso l’analisi delle informazioni che si trovano in rete) trovi in internet il media preferito, è, secondo me, un esempio del cambiamento che sta avvenendo. Questo perché, purtroppo, molto spesso per comunicare in rete si “urla” per essere riconosciuti in una marea di informazioni che ogni giorno vengono prodotte. Queste urla sono (non sempre, ma spesso) volgari, sgrammaticate, incomprensibili, perché l’unica cosa che conta è rispondere agli stimoli il più velocemente possibile, fregandosene (appunto) della forma e, non raramente, anche di elaborare un minimo di concetto sensato. Così il livello della comunicazione si abbassa, se non addirittura si azzera.

Più in generale posso affermare che, per la maggior parte delle persone, non cambia nulla scrivere “pò” invece di «po’», o “qual’è” invece di “qual è”: non c’è cura nel modo in cui soprattutto si scrive, ma anche si parla.
Un’altra cosa che noto sempre più di frequente è il fatto che troppe persone si rivolgono  agli altri dimenticandosi completamente alcuni elementi base dell’educazione: dal salutare, al ringraziare, al chiedere scusa, all’avvisare in caso di ritardo o di sparizione definitiva.
Non so se attribuire il tutto ai soliti mali della società, per esempio al fatto che, ormai, la televisione è l’unico mezzo di informazione per la maggior parte delle persone (con tutto quello che ne consegue per il linguaggio, l’educazione, il modo di pensare…). Certo è che vorrei tenere alta la guardia, anche a costo di sembrare una predicatrice reazionaria.

Faccio una precisazione: chiaramente sto parlando di quello che vedo intorno a me ogni giorno, che è pure un campione piccolo, però è schifoso uguale.

Pensiero stupendo

Stamattina mi sono svegliata con un pensiero. Era un pensiero molto semplice, che si è tramutato ben presto in domanda. Partito da “ho bisogno di scrivere”, è diventato ben presto “come faccio a riprendere questa buona abitudine?”. Dopo aver passato in rassegna le più spietate tecniche di coercizione che avrei potuto rivolgermi contro, ho capito di dover iniziare da una cosa molto banale: limitare il consumo di blog. Come ho già ribadito, sono anch’io seguace del pensiero “i blog sono morti, lunga vita ai blog” e, nonostante tutto, continuo ad affidarmi al potere del rigor mortis, però averne addirittura due aveva iniziato a limitare decisamente la mia voglia di scriverci sopra (con il pensiero costante che, aggiornato uno, avrei dovuto sbrigarmi ad aggiornare anche l’altro). Il risultato è stato, per gli ultimi mesi, che non ho più considerato nessuno dei due.

Ecco quindi l’amara, ma speriamo profittevole, decisione. Chiudere l’amato compagno di merende pensiero viola e trasferirmi definitivamente qui. Portandomi dietro, oltre a tutti i miei amati castelli in aria e voli pindarici e vittorie di pirro e humor inglese, anche il titolo, al quale sono troppo affezionata per rinunciarci. Non più e non solo la medusa urticante che balla il cha cha cha, ma anche e soprattutto la sempreverde gamine impertinente.

Benvenuti, dunque, navigatori della rete, in questa nuova esperienza, che di sicuro non ve ne fregherà quasi nulla, ma a me sì. Io, da parte mia, cercherò di essere una brava padrona di casa. Voi fate i bravi e non sporcate.

Perché è meglio non mangiare troppe merendine

Io sono un po’ preoccupata.

Sono preoccupata per le persone che, diciamo politicamente, la pensano come me. Cioè quelli che sanno perfettamente di avere idee di sinistra e per i quali Berlusconi, la Lega e quello che ci va dietro sono esattamente al polo opposto di tutto ciò in cui credono e che portano avanti giorno per giorno.

Ora. Con un PD non pervenuto, un Bersani poco credibile, un’Italia dei Valori che per un secondo aveva dato fiducia e che adesso è tornata ad essere un grosso punto interrogativo, mi sono improvvisamente resa conto di una cosa. Che la donna e l’uomo di sinistra italiani, ormai, hanno fatto pace con se stessi e si sono tranquillizzati, avendo finalmente trovato dei nuovi padri e leader, da orfani quali probabilmente si sentivano. Ma li hanno trovati nei posti sbagliati, ovvero tra le righe di un giornale (Travaglio), di un libro e poi sul piccolo schermo (Saviano), in qualche programma di satira (Sabina Guzzanti, Beppe Grillo, Daniele Luttazzi, Ascanio Celestini), a conduzione di un programma televisivo (Dandini, Santoro, o l’ultimo Mentana col nuovo Tg de La Sette).

Non troppi anni fa, nelle serate di un appartamento di sole donne che abbaiavano e ringhivano contro chiunque ammettesse di aver votato per il PDL, ci sentivamo veramente fighe a proclamare tutti loro, o quasi, come i nostri nuovi rappresentanti. Ed eravamo appagate così: andavamo a votare l’unico partito che sembrava potesse darci fiducia, ma, in fondo, perché ci piaceva quello che dicevano loro, che sapevamo avrebbero votato come noi. Ogni volta che uno scrittore, un comico o un attore si erge su un palco e dice qualcosa contro Berlusconi, gli si chiede subito se fonderà un partito. Ormai, politicamente, a sinistra siamo alla frutta e andiamo alla disperata ricerca di qualcuno nelle cui mani mettere il nostro destino. Perché si fa così, negli Stati grandi e popolosi, dove non ci si può più riunire tutti in assemblea a discutere: ci si fa rappresentare. Solo che se, sì, noi intellettuali col dolcevita nero amiamo chiacchierare la sera, con un bicchiere di rosso in mano, dell’ultimo articolo comparso su “Il Fatto Quotidiano”, o di certo siamo tutti andati a vedere “Draquila” al cinema, questo non basta. Perché è necessario che nelle istituzioni ci sia qualcuno, che sappia fare il suo mestiere perché l’ha studiato e praticato onestamente, che si faccia portavoce, garante ed esecutore dei bisogni nostri e di quello che dicono gli attori e i giornalisti. Che fanno un altro lavoro, non fanno i politici. E invece, in questo Paese, a mettersi contro il ministro dell’Interno sul tema della mafia è stato uno scrittore.

La morale della favola è: stiamo attenti a non farci appannare la vista da queste iniezioni di zuccheri che salgono al cervello e migliorano momentaneamente l’umore, perché passano subito e servono a poco.