Del perché ho deciso di fidarmi solo della mia estetista (e, a questo punto, anche del mio barista): parte terza

Avevo fatto un fioretto con me stessa, un po’ di tempo fa, ed era quello di smetterla di farmi abbindolare dalle super offerte dei siti che vendono voucher a prezzi scontatissimi. Non solo per i due  motivi di cui ho parlato diffusamente in questo blog, ma anche per una serie di cene in posti poco raccomandabili, ritardi e sparizioni di spedizioni, litigi con proprietari di ristoranti perché “non prendiamo più prenotazioni coi ticket”, “guardi che ho diritto a usarlo fino alla fine di questa settimana”, eccetera eccetera.

Il fioretto è durato il tempo di una email, che mi annunciava la possibilità di farmi fare un controllo totale della macchina, con ricarica dell’aria condizionata e sanificazione dell’abitacolo incluse (e già all’idea di un abitacolo sanificato non avrei potuto resistere), ma soprattutto, una COLAZIONE offerta per ingannare l’attesa. A questa proposta irrinunciabile, ho cliccato sul pulsante vendi l’anima al diavolo (che si legge in filigrana sotto un banale “acquista”) e ho subito telefonato per prenotare.

Stamattina sono partita piena di gioia alla volta del distributore dove avevo l’appuntamento, pregustando l’idea del mio cornetto e del mio abitacolo sanificato.

Intanto, devo precisare che il posto è dall’altra parte della città, il che, in certi orari della giornata, significa metterci mezz’ora ad arrivare, facendo lo slalom sul viali, in una dimensione parallela in cui sembra che le regole base da rispettare nel traffico siano state abolite.

Devo dire che il mio abitacolo è attualmente molto profumato e confortevole e, in linea di massima (escludendo un cambio dell’olio che mi è costato almeno il doppio di quello che avevo pagato il coupon), posso essere contenta del lavoro fatto con la mia macchina.

Il vero problema è stata la colazione. Appena arrivata al distributore, la moglie del gestore mi dà un bigliettino fatto in casa che mi sarebbe valso da buono al bar lì affianco. Che stento a chiamare bar perché più che altro è una stanza di un metro per un metro, senza bagno e senza sedie, con solo dei comodissimi sgabelli sui quali mi sono appollaiata, tentando, nell’attesa, di studiare un po’.

Il barista mi chiede: “allora, cappuccio o cappuccino?” e io, che ormai sono abituata a un certo tipo di umorismo à la bolonnaise, che spesso si basa su battute di questo tipo, rispondo: “ah, che scelta ardua. Faccia lei!”. Vedo che lui si imbarazza, fa la faccia a punto interrogativo e mi dice che posso scegliere tra caffè e cappuccino. Quando gli faccio notare che ho risposto così perché pensavo mi avesse fatto una battuta, si scusa dicendomi che è tutta la mattina che ha un dolore terribile, “un chiodo piantato nella testa”. Questo diventa l’argomento di due battute scambiate con un avventore che entra nel bar di lì a poco, che si dimostra preoccupato per questo chiodo che il pover barista ha conficcato nella tempia. Lui, a scanso di equivoci, ci tiene a precisare: “guarda che lo dicevo come modo di dire, intendevo che sembra che ci sia un chiodo!”. Sai mai.

Assisto poi a una conversazione tra altri due clienti, che termina con un italianissimo e fastidiosissimo “se ci vai, oh, digli che sei mio amico”. Un modo di fare al quale non mi abituerò mai.

Infine, alle undici e mezza, entra un signore anziano che si beve un grappino alla goccia.

C’è una parte di me che vorrebbe cancellarsi da tutte queste newsletter tentatrici, ma poi penso: se smetto di frequentare questi posti assurdi dove mi mandano i voucher, come farei ad aggiornare il mio bestiario umano in maniera così frequente?

Updates and cupcakes

Post di servizio.

Per la serie, non smettere mai di frazionare il pensiero e creare confusione dove già ce n’è parecchia, ho decido di approdare su tumblr, così posso sfogare il mio vorrei ma non posso: vorrei avere fatto quella foto lì, avere dipinto quel quadrò là, avere illustrato quel libro lì, eccetera eccetera. Soddisfo il mio gusto nell’accostare i colori e mi sento appagata e super creativa.

C’è anche un altro progetto che vorrei segnalare, sempre su tumblr. Si tratta di YouProust: “esperimento partecipativo in rete dove le persone convidono le loro memorie involontarie.
Sì, come quel sapore che inspiegabilmente e immediatamente ti ricorda la casa di tua zia, o quel vecchio spot televisivo che d’improvviso ti riporta all’adolescenza.
Foto o video, e parole: condividi la tua madeleine!
Nota: YouProust non ha nulla a che fare con YouTube, che noi amiamo.”

Se vi piace l’idea, fateci un giro e condividete.

Penso che l’unica cosa che mi salva da Twitter sia il fatto che non ho un Blackberry. Ma ci possiamo lavorare.

Del perché ho deciso di fidarmi solo della mia estetista: parte seconda

Si diceva delle sfighe che mi sono state causate indirettamente dall’acquisto dei coupon.

La settimana scorsa mi decido finalmente a sfruttarne uno comprato per un trattamento estetico. Faccio i chilometri per raggiungere il posto, pregustando un’oretta di relax.

Ma, chi l’avrebbe mai detto, mi trovo ad avere a che fare con un nuovo squilibrio mentale.

Chi si dovrebbe occupare di me è una signora di mezza età dalla vocina sottile, che mi figuro inizialmente come colei che gestisce il centro e si occupa in maniera impeccabile delle giovani apprendiste appena uscite dalla scuola di estetica. Dopo cinque minuti, mi chiedo di chi potrebbe essere la madre psicolabile lasciata girare lì dentro tranquillamente senza alcun controllo.

La tizia in questione esordisce guardandomi con gli occhi a cuore e commentando quanto sia una bella ragazza. Poi attacca, sottolineando come tutte le ragazzine (notare il termine) di oggi siano belle. Diverse da quando era giovane lei, ma belle. “Mi piacete, sì, siete belle”. All’improvviso va in loop e comincia a ripetere gli stessi concetti per quattro o cinque volte: “Non è un’offesa, eh? Mi piacete proprio”. Io, inizialmente, mi sento di doverle dare corda e le chiedo in cosa siamo diverse da quando era giovane lei, ma la metto evidentemente in imbarazzo, perché inizia a incespicare. Poi si riprende: “Io quando avevo dodici-tredici anni (?) giocavo ancora con le bambole, invece le ragazzine di oggi vengono già qui a farsi la ceretta. Io ho imparato che tutte le donne avevano i peli a sedici anni, quando sono entrata alla scuola di estetica!”. Mi chiedo quanti anni crede che io abbia, ma taccio. “Poi, certo, ci si sposava anche prima. Io mio marito l’ho incontrato a diciannove anni…non so cosa ci abbia trovato in me….comunque voi di sicuro vi divertite di più”. Ride, io comincio ad avere paura. Forse il mio sguardo interrogativo la spaventa, perché inizia a scusarsi “per avermi parlato” e lo fa, naturalmente, un paio di volte.

A quel punto tace, ma resiste solo per qualche minuto, perché poi inizia a parlare delle sue domeniche in camper, di come il suo sia piccolo ma bello e, siccome io ormai mi esprimo solo a “eeeeeh, aaaaah, uuuuuh” lei deve immaginare che la cosa m’interessi parecchio. Non può far altro, quindi, che invitarmi ad andarci. Io sorrido, o forse digrigno i denti.

Poi mi dà dei consigli di bellezza e, siccome lo fa attraverso una domanda: “lo sa che…?”, io rispondo: “sì, grazie!”, ma la cosa la turba e si scusa, di nuovo, per avermi parlato. Mi chiede conferma di ogni mossa che si accinge a fare, così io sono costretta a dirle che va bene ogni tre minuti. Poi, però, conclude soddisfatta che ha fatto quello che voleva perché “io non faccio le cose che non mi piacciono”. Bene, siamo contenti. Io mi rivesto, pronta a fuggire, mentre lei mi saluta e ringrazia (?), augurandomi buona domenica “se non ci vediamo prima”.

Questo succedeva di giovedì. Credo che sia sufficiente, per un po’.

Il sole a settembre

A settembre scatta la voglia di acquisti compulsivi. Di solito è il momento in cui il mio palato si affina e compro le cose migliori. Grazie a dio l’estate è finita, e posso mettere via collane, bracciali, gonnelline svolazzanti che, l’anno prossimo, vedrò nell’armadio e mi chiederò cosa avevo in testa quando le prese.

La mezza follia che farò quest’ autunno sarà la seguente:

Uno (o tutti e tre?) smalto dell’edizione limitata Les Khakis di Chanel, creati per la Vogue Fashion’s Night Out di Milano, il 9 settembre, e disponibili nei negozi a partire da ottobre.

La stagione è iniziata, la carta di credito inizia a tremare.

Le Printemps d’Alice

Mi ritrovo di nuovo a parlare di moda, di Parigi, e di Alice nel Paese delle Meraviglie.

Le Printemps è uno dei primi “grandi magazzini” della città. Si trova in Bouvelard Haussmann, proprio vicino alle Galeries Lafayette, ed è tutt’ora una mecca dello shopping.

In queste ultime settimane di attesa prima dell’uscita del nuovo film di Tim Burton, anche a Parigi è ufficialmente esplosa l’Alice-mania. Infatti, le Printemps ha dedicato alcune delle sue vetrine proprio a lei, dando massima libertà a un gruppo di designers internazionali che hanno usato la loro immaginazione per creare il loro personali vestiti da Alice. Tra questi, Haider Ackermann, Manish Arora, Chloé, Ann Demeulemeester, Christopher Kane, Nicholas Kirkwood, Maison Martin Mariangiela, Bernhard Willhelm, e Alexander McQueen, visionario stilista recentemente scomparso.

Come tributo al leggendario Tea Party del Cappellaio Matto, Printemps e Ladurée (il famoso marchio francese di pasticceria) hanno installato una vera e propria sala da tè all’interno del negozio.


In scena fino al 14 marzo.