Mentre fuori piove

Ritorno qui nel colpo di coda della mia mini influenza presa nel weekend.
(Non posso non corredare ogni alterazione del mio corpo con qualche sana preoccupazione, sempre più grande del dovuto).
Ma tant’è.
Venerdì si parte e si sta per una settimana sotto la neve a Liverpool. L’amica con cui vivo oggi mi ha chiesto: “Cosa farete?” e io ho risposto: “un pellegrinaggio”.
Nel frattempo posso finalmente dire che sto lavorando. Perché mi hanno scritto un contratto (seppur dandomelo dicendomi: “non credere che averlo o non averlo ti cambi qualcosa. Non ti dà nessuna garanzia, visto che è rescindibile in qualsiasi momento”. Beh, grazie e welcome on board!), perché sto guadagnando anche qualcosina e perché non andrò più in vacanza ma in ferie.
Poi faccio l’Università. Incrocio quasi per caso i miei compagni di facoltà a qualche corso superstite del mio piano di studi, ma i discorsi che sento in aula (quelli rubati poco prima che il professore accenda il proiettore) non mi piacciono. Mi annoiano, posso dirlo? Mi sembrano sempre gli stessi e pericolosamente banali. Ho paura, di questi discorsi smozzicati, perché chi li fa sono quelli che dovrebbero inventare, creare, esplodere, rinnovare, e invece mi pare che prendano le strade più comode e meno faticose (faccio una cosa orribile, cioè mi autocito, vogliate perdonarmi).
Meno male che ci sono i giochi in scatola, i letti dove raggomitolarsi quando la febbre si alza un po’, i dolci e i risotti, i mobili nuovi, le email degli amici che hanno le tue stesse sensazioni, le piccole soddisfazioni cui aggrapparsi quando a livello macroscopico le cose non vanno.

Chi ha paura dell’autoerotismo?

Scene da un appartamento, domenica mattina.
L'una, in partenza per tre mesi per lavoro, dice di aver ricevuto in regalo da un'amica un vibratore. L'altra fa due occhi così. Entrambe ridono, sconvolte, commentando la tristezza del gesto. Io, zitta, sorrido di sbieco.
Riporto qualche frase che mi ha fatto rizzare i capelli:
-Ma per tre mesi una si può anche trattenere!
-Avrei preferito che ti avesse detto "mi auguro che ti trovi qualcuno da scoparti"!
-Il mio fidanzato ha detto: "ma che schifo. Tu quella cosa non la usi. Mettila subito in cantina!"
-La gente è fuori di testa!
-Io se non riesco a trattenermi, piuttosto vado uno di cui non me ne frega niente…

Non è la prima volta, purtroppo, che mi ritrovo di fronte a una visione così retrograda. Una specie di corollario dell'ancora esistente disparità tra i sessi (e vi/mi risparmio il classico: se l'uomo ha molte partner sessuali è un playboy, se invece li ha la donna… perché mi stanco solo a scriverlo). Disparità, in questo caso, di cui si fanno portatrici prima di tutto le donne stesse, che, in molti casi (non tutti, per fortuna) vivono l'autoerotismo come una cosa: non necessaria (se sei eccitata, ti devi trovare un altro da te per fare sesso), peccaminosa nel senso più negativo del termine (retaggio cattolico? Ho la brutta sensazione che sia così), e, soprattutto, alternativa al sesso, quando in realtà è sesso essa stessa, un suo complemento, e, se vogliamo essere precisi, ne è il punto di partenza.
Io sono dell'idea, in questo campo come in tutti gli aspetti della vita, che se non conosci te stesso non puoi interagire in maniera sana con gli altri. Ognuno è la misura, il metro di giudizio, la cartina tornasole delle cose che succedono. Se io non so cosa mi fa stare bene e cosa mi fa stare male, come posso affrontare quello che ho intorno? Come posso provare piacere con qualcuno, se non so darmelo da sola/o?
Già le donne sono un meccanismo difficile da disinnescare (Californication docet), in molte arrivano all'orgasmo dopo anni e anni di pratica e fatica, e non c'è un bottone da premere e che sai con certezza che funzionerà. Se non ci diamo una mano, come possiamo pretendere che degli esseri fatti in maniera totalmente diversa da noi, che (normalmente) non hanno difficoltà a provare piacere, e che non si fanno alcun problema a (perdonatemi la finezza) ammazzarsi di seghe già in tenera età, sappiano al primo colpo come funzioniamo?
Questo è il vero problema. Ci si lamenta tanto che la lezione non è chiara, ma noi studiamo ben poco. E ci autolimitiamo senza nessun motivo. Perché quello che ne viene è tutto di guadagnato.

Ah, un'altra cosa che mi disturba ancora di più sono gli uomini a cui dà fastidio l'idea di una donna (meglio, della loro compagna, perché immagino che nei film porno sia cosa gradita) che si masturba. Cos'è, paura della competizione?

Faith

Ragioniamo sui blocchi. Di ogni tipo.
E ragioniamo sulle libertà. Anche queste, di ogni tipo.
Son stata educata in un grandissimo spazio aperto, un campo non recintato, in cui sono stata lasciata vagare senza guinzaglio, o quasi. 
Nel corso degli anni, ho cominciato a temerla, quella grandezza, quell'apertura. Allora mi sono procurata gli attrezzi, e ho iniziato a piantare i primi paletti, qua e là: devi, non devi, è giusto così, si deve fare in questo modo, questo non è permesso. Mi sono imposta un'educazione rigida, da sola, e non ho (quasi) mai sgarrato. 
Riflettendo, in questi giorni, ho capito che è stato quando ho osato, e sono uscita dal recinto, che ho sempre vinto. Le sconfitte sono arrivate quando mi sono imposta dei limiti, giocando al ribasso. Il livello è molto più alto di quello che ho sempre creduto. 
Le regole che mi sono data continueranno ad accompagnarmi, ma forse qualcuna è il caso di riadattarla, allargandone le maglie. Perché mi stanno (forse mi sono sempre state) strette, e ho voglia di smettere definitivamente di sentirmi, allo stesso tempo, giudice e imputato. Perché è vero, soffrire fa paura, ma è la vita, e tutelarsi da quello è impossibile. Ma soprattutto, alzare gli scudi vuol dire anche non godere appieno della stessa felicità, che è la più bella conseguenza dell'essere liberi.

Afraid of what?

La paura mi ha sempre bloccata perché fuggivo le situazioni, anche quelle più sciocche, senza nemmeno fare il tentativo di affrontarle. Le raggiravo come un animale che sente il pericolo anche dove non c’è, credendo di riuscire a proteggermi meglio facendo così. Piano piano, il cerchio delle cose inaffrontabili si allargava come una big babol, e appena arrivava l’imprevisto, lui stesso s’ingigantiva, finché la bolla non esplodeva. Poi tutto ricominciava daccapo.
Non è un luogo comune, dire che l’unico modo per superare una paura è passarci attraverso, anche con violenza. Anzi, di solito vale la regola dello strappo del cerotto.
Magari durante il tragitto chiudo gli occhi per non guardare, o tengo la mano di qualcuno, ma l’importante è capire che l’uscita è molto più vicina di quello che mi ero immaginata e, soprattutto, di là sarò di nuovo da sola. Non nel senso più claustrofobico del termine, ma in quello più forte, pronta ad attraversare una difficoltà nuova, questa volta senza aver lasciato quelle precedenti in sospeso.

Scritturaterapia

Ci sono giorni in cui mi sento piccolissima, debolissima, una bambina di cristallo che se la tocchi la rompi.
Sono i giorni in cui sto rifugiata dentro casa e tremo (letteralmente) di paura, e ho ancora bisogno della mano di qualcuno che rimanga l’unico sostegno, e mi ci aggrappo per non farmi trascinare giù.
Sono quei giorni che si sistemano tra altri due, e quei due che stanno intorno sono come colonne portanti, che sostengono tutta la struttura. Perché sono momenti felici, come il giorno di ieri e come quello di domani. In mezzo, il giorno d’oggi, che è stato pieno di preoccupazioni sovrapposte, che si sono manifestate nel silenzio.
Io il silenzio e la solitudine li ho sempre amati, ed ora li detesto. Li riempio di pensieri che si incatenano l’uno con l’altro e si gonfiano, fino ad esplodere.
Mi manca l’aria per un attimo.
Poi il cuore ritrova il suo battito regolare, e si fa domani, ed è un giorno bello.

Fobie ed altre delizie

A volte penso seriamente che potrei impazzire. Devo solo scegliere in quale modo.
La sindromi ossessivo-compulsive sono quelle che sento più affini a me. Si allarga ogni giorno di più la categoria delle cose che non posso fare, usare, dire, perché portano sfortuna. Prima tra tutte, una tazza con la foto di Abbey Road che mi piace tantissimo ma che è intoccabile da quando ho letto la storia delle teorie di PID (Paul is dead). Non chiedetemi perché. Qui la razionalità è bandita.
Ho un catalogo di fobie in continua evoluzione che probabilmente mi porteranno un giorno a chiudermi definitivamente in casa, quando finalmente avrò raggiunto la pace dei sensi, cioè la paura di TUTTO.
Ultimo in ordine di apparizione. l’incidente aereo. Non solo, dopo una vita di viaggi anche parecchio lunghi fatti utilizzando questo mezzo di trasporto, ho improvvisamente iniziato ad essere parecchio infastidita dal prenderne uno, ma la cosa più divertente è stare in pensiero ogni qualvolta deve salirci qualcuno che conosco (capite che, con amici e parenti che ultimamente sono stati dappertutto, l’ultimo periodo è stato un po’ stressante).
La paura dei temporali è un’altra simpatica new entry: mi è bastato vedere le foto dei danni che recentemente ha fatto una tromba d’aria da queste parti, che ogni volta che soffia una brezza leggera mi preparo allo scoperchiamento della casa. Per precauzione, ho iniziato anche a spegnere il computer appena qualche tuono risuona in lontananza (non sia mai che mi esploda il modem in faccia, perdìo!). Ho abolito anche il farmi la doccia, quando piove, dato che da qualche parte ho letto che una povera disgraziata è stata colpita da un fulmine che è passato attraverso il rubinetto..o qualcosa del genere.
E’ da segnalare anche il momento terribile che vivo quando accendo la macchina alla quale ho appena fatto il pieno, dato che potrei saltare in aria per l’esplosione del motore (non lo so come mi è venuta in mente questa, ve lo giuro).
Arriverò sul serio a dover accendere e spegnere la luce di una stanza tredici volte prima di uscirne, altrimenti succederà qualcosa di terribile a qualcuno cui voglio bene?
Grazie a dio ho ancora il senso dell’umorismo.
Restate sintonizzati, che di sicuro me ne inventerò di nuove.