Iperglicemia

Ieri sono stata a un funerale. È un'apertura decisamente triste per questo post, ma lo stato d'animo con cui sto scrivendo non è di tristezza, tutt'altro.
Il funerale era del mio zio che, quand'ero piccola, mi salutava sempre con "Augh, capo indiano!". Chissà perché. Ho pochi altri ricordi, di lui.
Era tanto tempo fa.
Prima che una serie di motivi mi portassero ad allontanarmi da quel ramo della famiglia che ho sempre un po' cercato di rinnegare. O, comunque, di tenere fuori dalla mia vita.
Non è stato difficile perché non ci sono stati grandi tentativi, dall'altra parte, di trattenermi dalla mia fuga. È stato come se, di comune accordo, tutti avessimo deciso che non valeva la pena di tentare.
Matrimoni, malattie, lauree, spostamenti, separazioni, adozioni, nascite: di ogni cosa mi arriva una lontana eco. Qualche debole legame rimane: il Natale con qualcuno, un pranzo qualche estate fa, una telefonata o due.
Eppure.
Eppure ieri, mentre arrivavano sul piazzale della Chiesa cugini che non si ricordavano minimamente di me, e io di loro, sorridevo. Ho provato molta tenerezza per quel gruppo grande di parenti (e non erano neanche tutti), anche con i suoi difetti, le sue chiusure, le sue rigidità.
Ho aperto un piccolo spiraglio, e chissà che non riesca finalmente a dare il giusto peso alle cose, a perdonare e a capire certe mancanze e certi errori che mi sono sempre sembrati irreversibili. In fondo, anch'io ho avuto delle mancanze e ho fatto degli sbagli.
Vorrei ripartire da lì. Dalla foto in seppia del mio bisnonno playboy, dalla bravata di mio papà del finto corteo funebre alla sagra della mela durante gli anni dell'università, dalla grande casa gialla in mezzo alla campagna, dagli occhi ambra con le pagliuzze scure che si rincorrono dalle zie alle cugine, dai cugini geniali ma spaventati dalla vita, dai punti di contatti tra loro e l'altro ramo della famiglia.
Oggi sono sdolcinata, ma prometto che da domani ritroverò la mia proverbiale acidità 🙂

Bestiario umano parte settima (Ex Erasmus)

Riconoscibili dallo sguardo tipico:
insofferente, perchè i posti che frequentavano in Erasmus erano più cool,
sufficiente, perchè le cose che facevano in Erasmus erano più cool,
annoiato, perchè le persone che hanno conosciuto in Erasmus erano più cool (e venivano da tutta Europa, che ti credi? Loro sono cosmopoliti e torneranno a trovare tutti nei successivi cinquecento anni),
compassionevole, perchè tu non puoi capire come stavano in Erasmus.
Riconoscibili spesso anche per il cambio di look, di parlata (con aggiunta di termini in tutte le lingue del pianeta Terra), di alimentazione (“mi ero abituato a bere un litro di birra al minuto, non so come facessi, mangiavo solo pasta col ketchup, sono ingrassato venti chili”),sessuali ( mi sono trombato, nell’ordine, tutte le spagnole, polacche, danesi, americane, inglesi, russe, vietnamite e cingalesi che ho incontrato lì), di passioni (tornano al 99% fotografi, i cui soggetti preferiti sono angoli di soffitti in bianco e nero, biciclette parcheggiate sul canale di scolo e montagne di spazzatura in tonalità seppia).
Non sperare di liberarti di un ex Erasmus: un ex Erasmus è per sempre. Anche dopo vent’anni dal loro ritorno, saranno ancora lì a parlarti con l’occhio lucido di quella volta che con il pandino sgangherato sono andati in giro tutta la notte e hanno visto l’alba sul molo mentre si giuravano amicizia eterna coi loro compagni d’avventura. E ricordati che lui ne ha viste  più di te, quindi rassegnati: la tua vita al confronto fa schifo.
Loro non vogliono una ragazza, hanno bisogno di un gruppo d’ascolto.