Tappe

Domani la mia amica di tutta la vita farà l'ultimo esame della sua carriera universitaria.
Allora pensavo che le ho visto fare il primo, quello della quinta elementare. Io avevo la gamba ingessata perché alla festa per la fine della scuola un nostro compagno di classe mi era letteralmente franato sul piede, e il mio piccolo quinto metatarso destro si era ben incrinato.
La sua ricerca era su Van Gogh (o Gaugin? Spero che mi perdonerà la confusione), la mia sulle isole Galapagos. Pochissime pagine scritte a mano, corredate dalle foto rubate all'album del viaggio di nozze dei miei.
Poi abbiamo fatto insieme anche gli esami di terza media, dopo il saggio di pianoforte dove avevamo portato il nostro masterpiece a quattro mani Calma sul mare (ho ancora la melodia in testa, se mi concentro bene).
La mia ricerca, quella volta, era sugli Stati Uniti negli anni Sessanta, le lotte per la conquista dei diritti civili degli afroamericani e l'I have a dream di Martin Luther King. La sua non la ricordo, purtroppo.
Eravamo insieme anche alla maturità. Io non sono riuscita ad arrivare in tempo al suo orale, perché la sera prima avevo fatto tardissimo e la mattina il sonno mi aveva fatto tamponare la macchina di fronte a me a una rotonda. Ci stavamo andando io e sua cugina, mia attuale compagna di casa.
La mia tesina era sulla Femme Fatale, la sua su l'Altrove. Chissà cosa avevamo in testa, tutte e due.
All'inizio dell'università abbiamo pure vissuto insieme e condiviso gioie e dolori dei primi esami veri e propri. Diritto romano, probabilmente, lei, Sociologia dei fenomeni politici, io.
E adesso la mia amica è in dirittura d'arrivo. Forse per quando si laureerà le regalerò il primo capitolo del romanzo che mi ha suggerito di scrivere.
Poi ci sarebbero tante altre cose, in mezzo. Ma per quelle aspetto le nozze d'argento.

Mentre fuori piove

Ritorno qui nel colpo di coda della mia mini influenza presa nel weekend.
(Non posso non corredare ogni alterazione del mio corpo con qualche sana preoccupazione, sempre più grande del dovuto).
Ma tant’è.
Venerdì si parte e si sta per una settimana sotto la neve a Liverpool. L’amica con cui vivo oggi mi ha chiesto: “Cosa farete?” e io ho risposto: “un pellegrinaggio”.
Nel frattempo posso finalmente dire che sto lavorando. Perché mi hanno scritto un contratto (seppur dandomelo dicendomi: “non credere che averlo o non averlo ti cambi qualcosa. Non ti dà nessuna garanzia, visto che è rescindibile in qualsiasi momento”. Beh, grazie e welcome on board!), perché sto guadagnando anche qualcosina e perché non andrò più in vacanza ma in ferie.
Poi faccio l’Università. Incrocio quasi per caso i miei compagni di facoltà a qualche corso superstite del mio piano di studi, ma i discorsi che sento in aula (quelli rubati poco prima che il professore accenda il proiettore) non mi piacciono. Mi annoiano, posso dirlo? Mi sembrano sempre gli stessi e pericolosamente banali. Ho paura, di questi discorsi smozzicati, perché chi li fa sono quelli che dovrebbero inventare, creare, esplodere, rinnovare, e invece mi pare che prendano le strade più comode e meno faticose (faccio una cosa orribile, cioè mi autocito, vogliate perdonarmi).
Meno male che ci sono i giochi in scatola, i letti dove raggomitolarsi quando la febbre si alza un po’, i dolci e i risotti, i mobili nuovi, le email degli amici che hanno le tue stesse sensazioni, le piccole soddisfazioni cui aggrapparsi quando a livello macroscopico le cose non vanno.

Traduire

Esistono certe cose, certi oggetti, che mi danno uno strano senso di pace, e non capisco perché. Poi magari, in un pomeriggio incerto come questo, ci rifletto e arrivo a una qualche conclusione. Che risulta romantica, un po' retro, come la maggior parte dei sentimenti che mi legano alle cose materiali.
Per esempio, stamattina avevo in mano un vocabolario, dopo tanti mesi che non ne usavo uno.
Non rimpiango i tempi del liceo passate a sudarci sopra, nel tentativo di tirare fuori un senso compiuto dalle innumerevoli "versioni" che ho tradotto negli anni, però ai miei vocabolari sono sempre stata affezionata.
Il mio Castiglioni Mariotti, che giace inutilizzato da tempo nella libreria della mia camera in mezzo ai monti, mi ricorda sempre la mattina della seconda prova, gli Annales di Tacito, e quel momento epifanico in cui, cercando freneticamente un termine che non capivo, venne fuori una frase intera. E la mattina, e la maturità tutta, furono salve.
Ecco, i vocabolari, i dizionari, le enciclopedie, per me portano dentro di sè un'idea di salvezza, di soluzione dell'enigma, di comprensione. Per questo amo ancora tradurre, quelle poche volte che lo faccio, con qualcosa di stampato su carta. Perché la ricerca è molto più lenta di quella fatta con un qualsiasi programma su internet, perché ci vuole una certa dose di fatica, prima di capire. Perché non sempre nella vita, le soluzioni, le traduzioni, le comprensioni, sono a portata di mano, e ci vuole l'impegno e l'aiuto di qualcuno, per trovarle.

Oggi è uno di quei giorni

Torno, sfinita, dall’esame al quale tenevo di più di tutti questi anni all’università.
L’ho preparato in quest’afa che ogni volta mi sembra più umida e più faticosa, e invece in una telefonata impazzita di qualche giorno fa ho scoperto che tutte le estati dico la stessa cosa.
L’ho preparato cercando il filo di vento che pigramente si affacciava alla mia finestra, maledicendo il caldo e maledicendo me che lo maledicevo.
L’ho preparato in mezzo a tantissimi altri impegni, rincorrendo le pagine che mi scappavano dalle dita e andando a dormire ogni sera come il coniglio di Alice che è sempre in ritardo.
Stamattina mi sono svegliata con le grida disperate di un bambino che da qualche parte chiedeva incessantemente del latte. È andato avanti per un sacco di tempo, urlando sempre più forte.
Ieri notte mi sono svegliata con la paura che mi entrassero i topi dalla finestra. Mi succede sempre così, ultimamente. Mi vengono delle paure da bambina. Sublimo lo stress nei mostri dell’infanzia.
Arrivando in facoltà, oggi, ho ripensato al mio esame di maturità. All’amico più grande che mi aveva incontrata qualche giorno prima e ridendo mi aveva detto che quello sarebbe stato il più difficile di tutti, perché era il primo. E allora ho pensato, sono sopravvissuta a quello e a tutti quelli successivi, sopravviverò anche a questo.
Oggi mi riposo, e stasera magari stappo una bottiglia di vino.

Puzzle

Passata la piastra, smaltate le unghie di mani e piedi, messa la maschera per il viso, prenotato il massaggio.
Il riposo del guerriero.
Mi scorre tutto davanti a una velocità raddoppiata rispetto ai ritmi che ho sempre avuto. Ieri, mentre camminavo per la città afosa come solo lei sa essere in questi primi accenni d'estate, pensavo che erano anni che le cose della vita non mi s'incastravano tutte così bene (alla faccia di chi, ancora, mi manda a cagare).
Questa settimana ho affrontato le mie prime grane "lavorative", e ho pensato che reagisco meglio a quelle che a 300 pagine di libro da studiare per un esame.
Questa settimana guardavo la mia coinquilina mentre mi parlava con gli occhi che brillavano, e mi sono immaginata un momento futuro in cui lei arrivi da me e mi dica "sono incinta". E mi stavo per commuovere da sola a quella fantasia. Voglio fare la zia dei figli che (chissà se) avranno le mie amiche. Io, che zia biologica non lo sarò mai.
Questa settimana ho sperimentato il brivido di una cosa proibita, e ho capito che i miei limiti sono molto più elastici di quello che credevo.
Questa settimana ho vissuto la dolcezza dell'amicizia che non cambia mai, ho guardato dall'altra parte di un muro al di là del quale c'è una persona al cui solo pensiero normalmente rabbrividivo, e invece ho riso con lei.
Questa settimana avrei voluto abbracciare lei che sta diventando grande piangendo la miseria di essere nata in un mondo in cui i Beatles si sono sciolti, e quella di avere sedici anni ed essere troppo incredibile per essere così giovane. Ho incrociato il suo sguardo azzurro e obliquo, e avrei voluto solo dirle, stai tranquilla, vedrai che passa.
Questa settimana è andata così.

Blu cobalto

Ho guardato il cielo dalla terrazza, fumando una sigaretta, seduta per terra perché non abbiamo ancora comprato le sedie da mettere fuori.
È un largo lenzuolo steso, ritagliato dai profili neri delle antenne della tivù. Una stella fa l'occhiolino un po' più in alto.
Sono ormai sette mesi che sono ritornata a vivere qui, e questa casa azzurra è diventata la mia casa. Un trampolino per i lanci, un materasso per gli atterraggi.
Mi piaceva fotografare il cielo, perché non è mai uguale a se stesso. Scatti, e un momento dopo è già un altro.
Mi sento fatta di cielo mutevole. Ogni anno uno diverso.