L’impero alla fine della decadenza

Mi capita spesso di pensare che mi dispiace che la maggior parte delle volte in cui mi viene voglia di scrivere è quando provo un sentimento negativo nei confronti di qualcosa che mi accade. Così sembro sempre triste o incazzata o, in alternativa, inacidita e criticona. Ma non preoccupatevi, lettori sconosciuti, io sono una persona buona, cara e sorridente, dal vivo.

E adesso qualcosa di completamente diverso:

ultimamente c’è una cosa che mi fa incazzare più delle altre ed è la tendenza che tante, troppe persone hanno di “fregarsene”. Con questo intendo una serie quasi infinita di declinazioni del concetto e mi spiegherò meglio facendone qualche esempio. Questa mancanza totale di attenzione per delle “piccole” cose quasi nascoste mi sta facendo preoccupare, perché ho paura che sia il sintomo di un cambiamento dei tempi, di cui non ci stiamo accorgendo, ma che corrode come un piccolo tarlo la nostra cultura .

Quello di cui sto parlando è qualcosa di opposto a una rivoluzione, che per sua natura è uno sconvolgimento brutale che avviene in un tempo relativamente breve, perché è un cambiamento lento, che si insinua man mano nella vita delle persone e diventerà palese solo tra decenni, forse secoli.

La lingua e il linguaggio sono degli aspetti  della società che variano in maniera quasi impercettibile. Da un momento all’altro ci renderemo conto che, per esempio, il congiuntivo sarà sparito dal parlato comune (anche se spero vivamente che ciò non succeda mai).

Credo che in questo momento siamo di fronte a un cambiamento culturale per diversi motivi, che vanno tutti nella direzione del “me ne frego”:

il fatto che la comunicazione, per le generazioni più giovani e, in tanti casi, anche per gli adulti (mi vengono in mente le campagne elettorali da Obama in poi o i nuovi metodi di selezione del personale attraverso l’analisi delle informazioni che si trovano in rete) trovi in internet il media preferito, è, secondo me, un esempio del cambiamento che sta avvenendo. Questo perché, purtroppo, molto spesso per comunicare in rete si “urla” per essere riconosciuti in una marea di informazioni che ogni giorno vengono prodotte. Queste urla sono (non sempre, ma spesso) volgari, sgrammaticate, incomprensibili, perché l’unica cosa che conta è rispondere agli stimoli il più velocemente possibile, fregandosene (appunto) della forma e, non raramente, anche di elaborare un minimo di concetto sensato. Così il livello della comunicazione si abbassa, se non addirittura si azzera.

Più in generale posso affermare che, per la maggior parte delle persone, non cambia nulla scrivere “pò” invece di «po’», o “qual’è” invece di “qual è”: non c’è cura nel modo in cui soprattutto si scrive, ma anche si parla.
Un’altra cosa che noto sempre più di frequente è il fatto che troppe persone si rivolgono  agli altri dimenticandosi completamente alcuni elementi base dell’educazione: dal salutare, al ringraziare, al chiedere scusa, all’avvisare in caso di ritardo o di sparizione definitiva.
Non so se attribuire il tutto ai soliti mali della società, per esempio al fatto che, ormai, la televisione è l’unico mezzo di informazione per la maggior parte delle persone (con tutto quello che ne consegue per il linguaggio, l’educazione, il modo di pensare…). Certo è che vorrei tenere alta la guardia, anche a costo di sembrare una predicatrice reazionaria.

Faccio una precisazione: chiaramente sto parlando di quello che vedo intorno a me ogni giorno, che è pure un campione piccolo, però è schifoso uguale.

Mulini a vento

Al Fus sono stati chiusi i rubinetti, l’Università è diventata un salvadanaio da cui pescare per le spese extra, i cervelli continuano a fuggire perché nel nostro Paese “Ricerca e Sviluppo” potrebbe essere il nome di un reality sulle nuove frontiere della plastica al seno, i cineasti e gli artisti in genere sono considerati dei parassiti e adesso leggo questa novità, che fa esplodere il mio cuore di gioia:

“Nei dati dell’Unione Europea, dai quali l’Italia esce a pezzi, è racchiusa (…) un’atroce conferma(…). La giornata dell’italiano medio comincia non leggendo il giornale, prosegue non comprando dischi o libri, e finisce non andando ad un concerto o a teatro. Il che spiega come una famiglia italiana spenda per cultura e ricreazione circa la metà di una famiglia inglese o tedesca. Ma tout se tient: in Italia la percentuale dei laureati è la metà della media europea, mentre l’editoria dà lavoro a 40.000 dipendenti contro i 180.000 della Germania. (…) un europeo, quattro volte su dieci, alla parola “cultura” associa la musica e il teatro (…) Per gli italiani cultura vuol dire tutt’altro (…) soprattutto famiglia, in piena sintonia con un’assordante campagna mediatica fra i cui effetti  c’è anche la scarsa considerazione per valori quali libertà di opinione o tolleranza(…).” G. Montecchi su L’Unità del 26 ottobre.

Ecco. Meno male che io posso andare in giro a vantarmi di avere una laurea, leggere un quotidiano al giorno, comprare dischi e libri, andare al cinema, ai concerti e pure a teatro (pure!).

Mio dio, come mi sento sovversiva.

 

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