E pensare che mi ero pure portata da studiare

Avevo deciso di scrivere un post sul fatto che ho smesso di fumare (e prima o poi lo farò), ma stamattina in treno ho assistito all’ennesima scena di umano disagio e non posso fare a meno di condividerla.

Per tornare a Bologna, mi sono nuovamente affidata al modernissimo e costosissimo frecciaqualcosa che, da qualche tempo a questa parte, ho deciso di prendere per i miei spostamenti perché è l’unico che non mi fa arrivare in ritardo e perdere le coincidenze.

Appena mi siedo, sento una donna, qualche fila più in là, lamentarsi a voce alta con il controllore (una donna anche lei) per qualcosa che riguarda il fatto che “ha pagato 70 euro per andata e ritorno e ha almeno il diritto di lavorare”. Dopo un po’, capisco che il problema è che non arriva la corrente al suo pc, perché il controllore, visibilmente alterato, le dice che le prese funzionano e quasi la manda a quel Paese.

Mi sento immediatamente solidale con la donna, convinta che si tratti del solito disservizio di Trenitalia, che fa pagare sempre di più i biglietti e non è quasi mai in grado di garantire il minimo che uno pretenderebbe da un viaggio in treno. Dopo dieci minuti inizio a capire che c’è qualcosa di diverso.

La donna si alza dal sedile e si rivolge a un altro controllore seduto nella fila di fronte (evidentemente in pausa) e inizia a dire delle cose sempre più insensate: “di che colore è il vostro treno?”, a cui lui dà una risposta niente male: “veramente il treno non è mio, comunque è un frecciargento”. Al che la signora inizia a inveire contro il colore grigio, che secondo lei è l’origine di tutti i mali:

“il treno grigio significa che qui non fate arrivare apposta l’energia ai computer! Fate in modo che la gente non possa lavorare per obbligarla a parlare con i vicini di posto. Perché chi ti fa il biglietto SA DOVE VAI e ti assegna i vicini adatti a parlare con te!” Io penso che, con la sfiga che ho di solito con quelli che mi si siedono accanto in treno, evidentemente questo sistema con me non funziona.

La donna continua, inviperita: “il mio computer l’ho comprato 8 anni fa e l’ho pagato 3000 euro e mi protegge tutti i dati!”: come a dire due cose: la prima, che non è colpa del suo computer se non arriva la corrente elettrica, perché quello è un accessorio di lusso che quasi dieci anni fa sarebbe costato quanto ora ti fanno pagare un Macbook Pro; la seconda, che qualsiasi tentativo di phishing stiano facendo quelli di Trenitalia ai suoi danni, il suo sistema proteggerà tutti i suoi dati.

 

“La prossima volta, mi raccomando, il treno: bianco o rosso! Grigio non va bene! Guardi che io mi rivolgo a Federconsumatori, perché questa è una cosa molto grave!”.

Forse a questo punto dovrei fare una precisazione: la donna in questione era una signora giovane che all’apparenza sembrava del tutto “normale” (non come quella qui sotto, per intenderci).

L’ultima cosa che le ho sentito dire, prima di scendere alla mia fermata, è stata: “è colpa dell’energia nucleare”.

Ora, capisco che la dietrologia ormai stia contagiando un po’ tutti (me compresa, che mi sto convincendo sempre di più che l’uomo non è mai atterrato sulla Luna e che ho anche appena letto questo) e che ormai abbiamo paura di qualsiasi cosa, dalla valigia lasciata incustodita in aeroporto alla meningite allo spread, però è necessario che ci diamo una calmata e facciamo tutti un respiro profondo.

Del perché ho deciso di fidarmi solo della mia estetista (e, a questo punto, anche del mio barista): parte terza

Avevo fatto un fioretto con me stessa, un po’ di tempo fa, ed era quello di smetterla di farmi abbindolare dalle super offerte dei siti che vendono voucher a prezzi scontatissimi. Non solo per i due  motivi di cui ho parlato diffusamente in questo blog, ma anche per una serie di cene in posti poco raccomandabili, ritardi e sparizioni di spedizioni, litigi con proprietari di ristoranti perché “non prendiamo più prenotazioni coi ticket”, “guardi che ho diritto a usarlo fino alla fine di questa settimana”, eccetera eccetera.

Il fioretto è durato il tempo di una email, che mi annunciava la possibilità di farmi fare un controllo totale della macchina, con ricarica dell’aria condizionata e sanificazione dell’abitacolo incluse (e già all’idea di un abitacolo sanificato non avrei potuto resistere), ma soprattutto, una COLAZIONE offerta per ingannare l’attesa. A questa proposta irrinunciabile, ho cliccato sul pulsante vendi l’anima al diavolo (che si legge in filigrana sotto un banale “acquista”) e ho subito telefonato per prenotare.

Stamattina sono partita piena di gioia alla volta del distributore dove avevo l’appuntamento, pregustando l’idea del mio cornetto e del mio abitacolo sanificato.

Intanto, devo precisare che il posto è dall’altra parte della città, il che, in certi orari della giornata, significa metterci mezz’ora ad arrivare, facendo lo slalom sul viali, in una dimensione parallela in cui sembra che le regole base da rispettare nel traffico siano state abolite.

Devo dire che il mio abitacolo è attualmente molto profumato e confortevole e, in linea di massima (escludendo un cambio dell’olio che mi è costato almeno il doppio di quello che avevo pagato il coupon), posso essere contenta del lavoro fatto con la mia macchina.

Il vero problema è stata la colazione. Appena arrivata al distributore, la moglie del gestore mi dà un bigliettino fatto in casa che mi sarebbe valso da buono al bar lì affianco. Che stento a chiamare bar perché più che altro è una stanza di un metro per un metro, senza bagno e senza sedie, con solo dei comodissimi sgabelli sui quali mi sono appollaiata, tentando, nell’attesa, di studiare un po’.

Il barista mi chiede: “allora, cappuccio o cappuccino?” e io, che ormai sono abituata a un certo tipo di umorismo à la bolonnaise, che spesso si basa su battute di questo tipo, rispondo: “ah, che scelta ardua. Faccia lei!”. Vedo che lui si imbarazza, fa la faccia a punto interrogativo e mi dice che posso scegliere tra caffè e cappuccino. Quando gli faccio notare che ho risposto così perché pensavo mi avesse fatto una battuta, si scusa dicendomi che è tutta la mattina che ha un dolore terribile, “un chiodo piantato nella testa”. Questo diventa l’argomento di due battute scambiate con un avventore che entra nel bar di lì a poco, che si dimostra preoccupato per questo chiodo che il pover barista ha conficcato nella tempia. Lui, a scanso di equivoci, ci tiene a precisare: “guarda che lo dicevo come modo di dire, intendevo che sembra che ci sia un chiodo!”. Sai mai.

Assisto poi a una conversazione tra altri due clienti, che termina con un italianissimo e fastidiosissimo “se ci vai, oh, digli che sei mio amico”. Un modo di fare al quale non mi abituerò mai.

Infine, alle undici e mezza, entra un signore anziano che si beve un grappino alla goccia.

C’è una parte di me che vorrebbe cancellarsi da tutte queste newsletter tentatrici, ma poi penso: se smetto di frequentare questi posti assurdi dove mi mandano i voucher, come farei ad aggiornare il mio bestiario umano in maniera così frequente?

Melancholia

-Ecco che le candele sono accese, l’orchestra suona una musica dolce, la cupola protetta dal campo di forza si fa trasparente E sopra di noi appare visibile un cielo cupo e fosco, carico della luce livida di stelle antichissime dilatatesi fino a offrirci la visione di una favolosa apocalisse.

La musica sommessa dell’orchestra cessò del tutto, e la gente fissò sbalordita lo spettacolo che si presentava oltre la cupola.

Una luce mostruosa, orrenda, si rovesciò dall’alto sul pubblico.

Una luce abominevole.

Una luce terrificante, agghiacchiate,

Una luce che avrebbe potuto far sfigurare l’inferno.

L’Universo si stava avvicinando alla fine. (…)

-È fantastico però vedere come sia affollata questa sala –  disse – Non vi pare che sia fantastico? Sì, lo è. È fantastico che siate in tanti. Perché, vedete, io s che molti di voi vengono qui più e più volte, il che francamente lo trovo straordinario. Insomma, voi venite qui a vedere la fine di tutto, e poi tornate a casa, nelle rispettive epoche, e allevate figli, lottate per società migliori, combattete guerre terribili per cause che sapete giuste, fate tante e tante cose bellissime che ci danno motivo di sperare nel futuro. – Indicò il Caos cosmico fuori della cupola, e aggiunse: – Di sperare nel futuro, anche se noi sappiamo che non esiste un futuro…

ADAMS D., 2010, Ristorante al termine dell’Universo, p. 119 e p. 126, Milano, Oscar Mondadori, traduzione di Laura Serra

Del perché ho deciso di fidarmi solo della mia estetista: parte seconda

Si diceva delle sfighe che mi sono state causate indirettamente dall’acquisto dei coupon.

La settimana scorsa mi decido finalmente a sfruttarne uno comprato per un trattamento estetico. Faccio i chilometri per raggiungere il posto, pregustando un’oretta di relax.

Ma, chi l’avrebbe mai detto, mi trovo ad avere a che fare con un nuovo squilibrio mentale.

Chi si dovrebbe occupare di me è una signora di mezza età dalla vocina sottile, che mi figuro inizialmente come colei che gestisce il centro e si occupa in maniera impeccabile delle giovani apprendiste appena uscite dalla scuola di estetica. Dopo cinque minuti, mi chiedo di chi potrebbe essere la madre psicolabile lasciata girare lì dentro tranquillamente senza alcun controllo.

La tizia in questione esordisce guardandomi con gli occhi a cuore e commentando quanto sia una bella ragazza. Poi attacca, sottolineando come tutte le ragazzine (notare il termine) di oggi siano belle. Diverse da quando era giovane lei, ma belle. “Mi piacete, sì, siete belle”. All’improvviso va in loop e comincia a ripetere gli stessi concetti per quattro o cinque volte: “Non è un’offesa, eh? Mi piacete proprio”. Io, inizialmente, mi sento di doverle dare corda e le chiedo in cosa siamo diverse da quando era giovane lei, ma la metto evidentemente in imbarazzo, perché inizia a incespicare. Poi si riprende: “Io quando avevo dodici-tredici anni (?) giocavo ancora con le bambole, invece le ragazzine di oggi vengono già qui a farsi la ceretta. Io ho imparato che tutte le donne avevano i peli a sedici anni, quando sono entrata alla scuola di estetica!”. Mi chiedo quanti anni crede che io abbia, ma taccio. “Poi, certo, ci si sposava anche prima. Io mio marito l’ho incontrato a diciannove anni…non so cosa ci abbia trovato in me….comunque voi di sicuro vi divertite di più”. Ride, io comincio ad avere paura. Forse il mio sguardo interrogativo la spaventa, perché inizia a scusarsi “per avermi parlato” e lo fa, naturalmente, un paio di volte.

A quel punto tace, ma resiste solo per qualche minuto, perché poi inizia a parlare delle sue domeniche in camper, di come il suo sia piccolo ma bello e, siccome io ormai mi esprimo solo a “eeeeeh, aaaaah, uuuuuh” lei deve immaginare che la cosa m’interessi parecchio. Non può far altro, quindi, che invitarmi ad andarci. Io sorrido, o forse digrigno i denti.

Poi mi dà dei consigli di bellezza e, siccome lo fa attraverso una domanda: “lo sa che…?”, io rispondo: “sì, grazie!”, ma la cosa la turba e si scusa, di nuovo, per avermi parlato. Mi chiede conferma di ogni mossa che si accinge a fare, così io sono costretta a dirle che va bene ogni tre minuti. Poi, però, conclude soddisfatta che ha fatto quello che voleva perché “io non faccio le cose che non mi piacciono”. Bene, siamo contenti. Io mi rivesto, pronta a fuggire, mentre lei mi saluta e ringrazia (?), augurandomi buona domenica “se non ci vediamo prima”.

Questo succedeva di giovedì. Credo che sia sufficiente, per un po’.

Del perché ho deciso di fidarmi solo della mia estetista

Il motivo è molto più complesso di quello che potreste credere.

Ultimamente ho ceduto anch’io (e trascinato nel baratro con me anche molti altri) alle tentazioni di questi siti, che ormai si moltiplicano come funghi, in cui si possono acquistare, a prezzi scontatissimi, dei coupon da utilizzare in bar, ristoranti, parrucchieri, centri estetici e chi più ne ha più ne metta.  Le offerte comprendono trattamenti, cene, taglio e piega, ingressi alle terme, weekend fuori porta, camice da uomo, abiti da sposa… di tutto.

È divertente, non c’è che dire. E conviene, questo è sicuro. Però, nel mio caso, non ho avuto molta fortuna. Non tanto per alcune fregature, inevitabili quando si acquista a caso e in modo compulsivo (per esempio pizze schifose o posti non proprio raccomandabili per mangiare), quanto per degli incontri con dei matti incredibili che mi sono toccati le uniche due volte in cui ho acquistato dei voucher, diciamo così, più frivoli. Nella fattispecie, una seduta dal parrucchiere e una dall’estetista.

Nel primo caso, l’incontro insensato è stato con una cliente del salone. Io sono già lì, col mio colore in posa, quando all’improvviso entra a grandi falcate questa super topa (da ora in poi ST) alta due metri e conciata alla classica maniera “faccio finta di aver preso la prima cosa che sbucava dall’armadio, ma in realtà ci ho pensato due giorni prima di uscire di casa”. Nel negozio siamo io, lei e la parrucchiera, che evidentemente la conosce da molto, perché ST praticamente non saluta ed esordisce con un lapidario “l’ho lasciato”. La confidenza tra le due dura cinque minuti, il tempo in cui la parrucchiera la fa accomodare al lavateste e lì ST mi incendia con lo sguardo e mi si rivolge già scusandosi: “mi dispiace, ma quando io parto…”. A quel punto, effettivamente, parte. E inizia a lamentarsi del suo, dal giorno prima, ex fidanzato, che, ormai da sei mesi, “non mi tocca più, non mi fa più regalini, sorprese” e “quando ci mettiamo a letto vuole solo guardare il TELEVISORE”. Poi, agguantandomi un braccio per farmi capire la tragedia, precisa “ho ventidue anni io, e lui ventisei!”. Io, in risposta, faccio sì con la testa e le dico che ha fatto benissimo a lasciarlo. Lei prosegue, dicendo che si è pure ammalata, che non mangia più, che ha la tachicardia… finché il mistero mi è svelato: si rivolge alla parrucchiera e sbraita: “pensa che anche S.V. in trasmissione domenica ha dovuto dire in diretta che stavo male!”. Allora ho capito di essere finita dal parrucchiere delle dive. Che la cretina noiosa che ho di fianco è una specie di valletta di un noto programma televisivo.

Ma le sorpese non finiscono qui. Quando si alza per andare a farsi mettere in bigodini, fa un gesto plateale per dimostrare quanto effettivamente sia dimagrita per il dolore che questa storia le ha causato: si tira giù i pantaloni. In mezzo al negozio, al piano terra, con tutte le vetrate sulla strada. Io, a quel punto, benedico i miei genitori che hanno permesso al mio cervello di svilupparsi.

E lei era solo la prima.

Considerazioni lombrosiane

Ho un brutto vizio ed è quello di credere di capire le persone. Ma non tanto quelle che conosco bene, con quelle è troppo facile. Intendo quelle con cui ho a che fare per poco tempo, che incontro per la prima volta, che mi chiedono un’informazione per strada. Mi dico che pecco di superbia, che l’istinto non è tutto nella vita, che non posso comportarmi solo in base ai miei pruriti.

Eppure, quando succede che i miei pensieri iniziali vengono confermati e riconfermati e confermati ancora dai fatti, allora mi dico che dovrei agire in maniera ancora più istintiva di così.

Pensiero stupendo

Stamattina mi sono svegliata con un pensiero. Era un pensiero molto semplice, che si è tramutato ben presto in domanda. Partito da “ho bisogno di scrivere”, è diventato ben presto “come faccio a riprendere questa buona abitudine?”. Dopo aver passato in rassegna le più spietate tecniche di coercizione che avrei potuto rivolgermi contro, ho capito di dover iniziare da una cosa molto banale: limitare il consumo di blog. Come ho già ribadito, sono anch’io seguace del pensiero “i blog sono morti, lunga vita ai blog” e, nonostante tutto, continuo ad affidarmi al potere del rigor mortis, però averne addirittura due aveva iniziato a limitare decisamente la mia voglia di scriverci sopra (con il pensiero costante che, aggiornato uno, avrei dovuto sbrigarmi ad aggiornare anche l’altro). Il risultato è stato, per gli ultimi mesi, che non ho più considerato nessuno dei due.

Ecco quindi l’amara, ma speriamo profittevole, decisione. Chiudere l’amato compagno di merende pensiero viola e trasferirmi definitivamente qui. Portandomi dietro, oltre a tutti i miei amati castelli in aria e voli pindarici e vittorie di pirro e humor inglese, anche il titolo, al quale sono troppo affezionata per rinunciarci. Non più e non solo la medusa urticante che balla il cha cha cha, ma anche e soprattutto la sempreverde gamine impertinente.

Benvenuti, dunque, navigatori della rete, in questa nuova esperienza, che di sicuro non ve ne fregherà quasi nulla, ma a me sì. Io, da parte mia, cercherò di essere una brava padrona di casa. Voi fate i bravi e non sporcate.