Ch-ch-changes

Quando io facevo le scuole medie, per me andare in gita scolastica significava provare l'ebbrezza di ascoltare la musica dal lettore cd.
Una delle invenzioni tecnologiche, che arrivò in quegli anni e che segnava il confine tra un oggetto nuovo e moderno e una vecchia carcassa, era l'antishock. Se l'avevi, non solo voleva dire che il tuo lettore era nuovo di pacca, ma anche che potevi tranquillamente superare i tornanti e le frenate brusche senza che la musica che stavi ascoltando s'interrompesse all'improvviso. I primi modelli avevano un pulsantino on/off, per cui eri libero di decidere se goderti questa possibilità oppure soffrire come chi ne era sprovvisto.
Ecco, io a volte vorrei avere il pusante dell'antishock. Così, quando la strada curva pericolosamente, oppure mi tocca frenare all'improvviso, non salta tutto per aria e la musica continua ad andare, senza interruzioni.

Mentre fuori piove

Ritorno qui nel colpo di coda della mia mini influenza presa nel weekend.
(Non posso non corredare ogni alterazione del mio corpo con qualche sana preoccupazione, sempre più grande del dovuto).
Ma tant’è.
Venerdì si parte e si sta per una settimana sotto la neve a Liverpool. L’amica con cui vivo oggi mi ha chiesto: “Cosa farete?” e io ho risposto: “un pellegrinaggio”.
Nel frattempo posso finalmente dire che sto lavorando. Perché mi hanno scritto un contratto (seppur dandomelo dicendomi: “non credere che averlo o non averlo ti cambi qualcosa. Non ti dà nessuna garanzia, visto che è rescindibile in qualsiasi momento”. Beh, grazie e welcome on board!), perché sto guadagnando anche qualcosina e perché non andrò più in vacanza ma in ferie.
Poi faccio l’Università. Incrocio quasi per caso i miei compagni di facoltà a qualche corso superstite del mio piano di studi, ma i discorsi che sento in aula (quelli rubati poco prima che il professore accenda il proiettore) non mi piacciono. Mi annoiano, posso dirlo? Mi sembrano sempre gli stessi e pericolosamente banali. Ho paura, di questi discorsi smozzicati, perché chi li fa sono quelli che dovrebbero inventare, creare, esplodere, rinnovare, e invece mi pare che prendano le strade più comode e meno faticose (faccio una cosa orribile, cioè mi autocito, vogliate perdonarmi).
Meno male che ci sono i giochi in scatola, i letti dove raggomitolarsi quando la febbre si alza un po’, i dolci e i risotti, i mobili nuovi, le email degli amici che hanno le tue stesse sensazioni, le piccole soddisfazioni cui aggrapparsi quando a livello macroscopico le cose non vanno.

Puzzle

Passata la piastra, smaltate le unghie di mani e piedi, messa la maschera per il viso, prenotato il massaggio.
Il riposo del guerriero.
Mi scorre tutto davanti a una velocità raddoppiata rispetto ai ritmi che ho sempre avuto. Ieri, mentre camminavo per la città afosa come solo lei sa essere in questi primi accenni d'estate, pensavo che erano anni che le cose della vita non mi s'incastravano tutte così bene (alla faccia di chi, ancora, mi manda a cagare).
Questa settimana ho affrontato le mie prime grane "lavorative", e ho pensato che reagisco meglio a quelle che a 300 pagine di libro da studiare per un esame.
Questa settimana guardavo la mia coinquilina mentre mi parlava con gli occhi che brillavano, e mi sono immaginata un momento futuro in cui lei arrivi da me e mi dica "sono incinta". E mi stavo per commuovere da sola a quella fantasia. Voglio fare la zia dei figli che (chissà se) avranno le mie amiche. Io, che zia biologica non lo sarò mai.
Questa settimana ho sperimentato il brivido di una cosa proibita, e ho capito che i miei limiti sono molto più elastici di quello che credevo.
Questa settimana ho vissuto la dolcezza dell'amicizia che non cambia mai, ho guardato dall'altra parte di un muro al di là del quale c'è una persona al cui solo pensiero normalmente rabbrividivo, e invece ho riso con lei.
Questa settimana avrei voluto abbracciare lei che sta diventando grande piangendo la miseria di essere nata in un mondo in cui i Beatles si sono sciolti, e quella di avere sedici anni ed essere troppo incredibile per essere così giovane. Ho incrociato il suo sguardo azzurro e obliquo, e avrei voluto solo dirle, stai tranquilla, vedrai che passa.
Questa settimana è andata così.

Blu cobalto

Ho guardato il cielo dalla terrazza, fumando una sigaretta, seduta per terra perché non abbiamo ancora comprato le sedie da mettere fuori.
È un largo lenzuolo steso, ritagliato dai profili neri delle antenne della tivù. Una stella fa l'occhiolino un po' più in alto.
Sono ormai sette mesi che sono ritornata a vivere qui, e questa casa azzurra è diventata la mia casa. Un trampolino per i lanci, un materasso per gli atterraggi.
Mi piaceva fotografare il cielo, perché non è mai uguale a se stesso. Scatti, e un momento dopo è già un altro.
Mi sento fatta di cielo mutevole. Ogni anno uno diverso.

The Wall

 Condivido una parete della mia camera da letto con le mie vicine di casa. Credo che, al di là del muro, ci sia un’altra camera da letto.
Per qualche proprietà della fisica che di sicuro esiste, se io sento loro, loro sentono me. Quindi, se io dovessi cacciare un urlo, dovrebbero percepirlo chiaramente, e rendersi conto che la regola vale anche al contrario.
Ora, io credo che la ragazza che condivide la parete con me sia completamente deficiente. A parte le cantate a squarciagola che si fa ogni tanto (la rivisitazione in chiave r&b de "Il ballo di Simone" di ieri pomeriggio resterà nella storia), è quando arriva il suo fidanzato che inizia il vero spasso. E non per i motivi che supponete voi, lettori pervertiti. I due si vogliono bene, e si divertono un mondo insieme.
Si sono di sicuro conosciuti in un locale affollato, un sabato sera come tanti. Lei e la sua coinquilina avevano passato le ore al trucco e parrucco, aveva scelto una minigonna inguinale e décolétte tacco dodici (eh, sì, voleva fare un po’ la zoccola). Durante la serata avevano sbevazzato in allegria, quando si era avvicinato lui con fare da piacione erano già arrivate agli shottini di vodka. Insomma, erano parecchio sbronze. I due si erano trovati subito bene insieme, e il motivo era perché entrambi, per comunicare, urlavano come delle iene impazzite. Forse, anche mettendosi a quattro zampe e saltellandosi intorno. Da quella sera, non hanno più smesso. E a me ogni tanto prende un colpo, quando dall’altra parte del muro esplodono le loro risate sataniche. Fanno paura, ve lo giuro. Un pomeriggio dei primi di gennaio, sono andati avanti delle ore rincorrendosi e ridendo, sembrava un film dell’orrore.
E’ bello anche quando le mie vicine invitano le amiche, la sera. Devono aver fatto una cena di Natale esattamente il giorno prima di un mio esame. Si sono scambiate dei regali. Probabilmente erano in quaranta, lì dentro, perché sono andate avanti fino alle due di notte a lanciare degli urletti estatici ogni volta che ne aprivano uno.
Stanotte mi sono sentita una vecchia rompipalle. Dopo essersi scattate un intero album fotografico (belllaaaaaaa questaaaaaa! noooooo questaaaaaa è brutttiiiiiiisssiiiiimaaaaaa!), hanno deciso di giocare a carte. E ridevano, ridevano, ridevano, finché l’ho fatto. Ho buttato già la parete a forza di pugni.
E dire che avranno almeno sei/sette anni più di me. 

N.B. Ogni riferimento a fatti o persone realmente esistiti NON è puramente casuale. Anzi, se qualcuna di voi è la mia vicina di casa, regola la manopola del volume almeno finché i cani smettano di ululare, quando ridi.

trovo molto interessante la mia parte intollerante

Non sopporto la convivenza. O,per lo meno,non sopporto questa convivenza. Cinque persone sono tante,se poi due di queste sono due ragazzini incivili diventa un oltraggio alla pubblica decenza. L’universitario fuorisede deve sviluppare una capacità di adattamento necessaria alla sopravvivenza: volente o nolente,prima o poi ti capiterà di vivere con degli sconosciuti,e se all’inizio possono sembrare dei simpatici compagnoni, arriva il momento in cui non li sopporti più. Avevamo a deciso,a settembre,noi tre fanciulle rimaste in casa,dopo la partenza delle due amiche di sempre,di prenderci in casa due baldi giovanotti per tentare l’appartamento misto. Bene,dopo cinque mesi posso tranquillamente dire:è stata la decisione più sbagliata della mia vita. La sfiga volle che i due giovinastri fossero appena,o quasi,usciti dal nido,che tradotto in gergo significa: sono disordinato,non faccio le pulizie se non dopo ripetute suppliche,non porto fuori la spazzatura se non quando ne siamo totalmente invasi,mi faccio la barba nel lavandino ma non risciacquo neanche se mi paghi,i piatti devono accumularsi nel lavello ad altezza uomo prima che mi sogni di lavare due forchette. E noi donne abbiamo dovuto assumere il ruolo di vice madre,che sgrida, impone, lava, rassetta. Un impegno per il quale non mi sento ancora pronta… D’accordo,nel corso degli anni mi sono fatta la fama di quella intollerante,fissata con la pulizia e con l’ordine.Ma dal mio estremo che sa di ciff a vivere in un porcile ne passa di acqua sotto i ponti (e di mocho vileda).