Tracce del mio passaggio

Torno per un secondo, tra una cosa e l'altra, solo per comunicare ai (pochi) che ancora si avventurano qui che ci sono ancora, ma che la mia testa è impegnata a partorire idee che nel blog non hanno ancora trovato spazio.
Piuttosto, spendo due minuti per scrivere quanto mi stupiscono le chiavi di ricerca che traghettano le persone qui. Mi piacerebbe che quello che scrivo potesse davvero dare delle risposte soddisfacenti alle loro richieste, però dubito di poter aiutare chi cerca buoni motivi per andare all'università (io, al massimo, posso trovarne milioni per non andarci), o immagini (?) di chi vuol vedere tarzan scoparsi jane o di santi protettori contro la sfortuna, o chi considera zuckerbergh l'anticristo, o chi vuole sapere se funzionano le fatture d'amore "facendo fumare una sigaretta", o chi cerca dritte su come rimorchiare su badoo o come diventare una buona commessa (io, piuttosto, posso indicarvi dove trovarne di pessime).
Ah, per colui o colei che cerca soluzioni per la carta della stampante che scende storta, vale sempre l'ottimo consiglio della nonna: capovolgila, e vedi se c'è una matita.

Mentre fuori piove

Ritorno qui nel colpo di coda della mia mini influenza presa nel weekend.
(Non posso non corredare ogni alterazione del mio corpo con qualche sana preoccupazione, sempre più grande del dovuto).
Ma tant’è.
Venerdì si parte e si sta per una settimana sotto la neve a Liverpool. L’amica con cui vivo oggi mi ha chiesto: “Cosa farete?” e io ho risposto: “un pellegrinaggio”.
Nel frattempo posso finalmente dire che sto lavorando. Perché mi hanno scritto un contratto (seppur dandomelo dicendomi: “non credere che averlo o non averlo ti cambi qualcosa. Non ti dà nessuna garanzia, visto che è rescindibile in qualsiasi momento”. Beh, grazie e welcome on board!), perché sto guadagnando anche qualcosina e perché non andrò più in vacanza ma in ferie.
Poi faccio l’Università. Incrocio quasi per caso i miei compagni di facoltà a qualche corso superstite del mio piano di studi, ma i discorsi che sento in aula (quelli rubati poco prima che il professore accenda il proiettore) non mi piacciono. Mi annoiano, posso dirlo? Mi sembrano sempre gli stessi e pericolosamente banali. Ho paura, di questi discorsi smozzicati, perché chi li fa sono quelli che dovrebbero inventare, creare, esplodere, rinnovare, e invece mi pare che prendano le strade più comode e meno faticose (faccio una cosa orribile, cioè mi autocito, vogliate perdonarmi).
Meno male che ci sono i giochi in scatola, i letti dove raggomitolarsi quando la febbre si alza un po’, i dolci e i risotti, i mobili nuovi, le email degli amici che hanno le tue stesse sensazioni, le piccole soddisfazioni cui aggrapparsi quando a livello macroscopico le cose non vanno.