Non c’è niente di male nella musica pop (ovvero, chi sono diventata adesso)

Fino a stasera avevo quasi paura a riaprire questa pagina.

No, leviamo pure il quasi. Ho paura di non riuscire più a scrivere niente, anche adesso che mi sono decisa a scrivere di nuovo, e ho anche paura di rileggere quello che ho scritto finora.

Ho anche, diciamo la verità, un po’ paura di aver perso la sfida che per me, fino a un anno fa, rappresentava questo blog. Volevo che diventasse qualcosa di più di un semplice flusso di coscienza, che diventasse “utile” a chi lo leggesse. Ma questo riuscivo a farlo quando potevo alzarmi con calma la mattina, bermi quattro tè uno di fila all’altro e poi andare a comprare la verdura al Mercato delle Erbe dalla Giada. Adesso, che scrivo quasi tutto il giorno, arrivo a sera che voglio solo guardare le figure.

Tirando le somme. È un anno, un mese e una decina di giorni che ho cambiato indirizzo, regione e orario della sveglia. Tra nove mesi e una decina di giorni compio trent’anni. Tra tre mesi e pochi giorni saranno dieci anni che mi sono diplomata (la patente l’ho già rinnovata, dieci mesi fa). Tra un mese saranno sei anni che mi sono laureata la prima volta.

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Non sono ancora sicura di dove mi stia portando il percorso che ho iniziato l’anno scorso con il mio primo vero lavoro (non che quelli fatti prima non avessero una dignità o un valore, ma questo è vero lavoro in ufficio, otto ore al giorno, cinque giorni a settimana. E questo, diciamocelo, cambia radicalmente la vita). Me lo chiedo spesso, e spesso mi dico che è una fase, un momento in cui sto mettendo le basi per progetti futuri, ed è questo quello che mi manda avanti nelle sere di maggiore sconforto, nelle quali mi manca tutto della mia vita prima, persino posti in cui non sono mai stata.

Ho letto recentemente che le persone che non riescono a tenere in ordine la propria vita si dividono in due gruppi: quelle con la nostalgia del passato e quelle con l’ansia del futuro. A giudicare dal tono che ha sempre avuto (e temo, continuerà ad avere) la mia scrittura, credo di sapere dove collocarmi.  Ma prima o poi, prometto, imparerò.

E a un certo punto, invece.

C’ero una volta io. Avevo i capelli corti e non sapevo mai come vestirmi. Uscivo di casa e mi sembrava sempre di aver preso la decisione sbagliata.

Pensavo che, se c’era qualcosa che non andava, fosse meglio lasciarla scivolare via senza intervenire, ché tanto qualche forza cosmica avrebbe sicuramente rimesso insieme i pezzi.

Mi abbandonavo placidamente alle mie superstizioni personali. Non sapevo di cosa fossi capace, una volta aperta bocca. Ero anche un po’ timida, a una prima occhiata. Pensavo che fare amicizia fosse difficilissimo, che dire di no fosse difficilissimo, che parlare in pubblico fosse una tortura senza senso. Imbarazzante quasi come parlare al telefono.

Che fosse sempre colpa mia. Che tutti avessero capito tutto di tutto, e io non capissi mai nulla.

Che non fosse educato che qualcuno non mi stesse simpatico. Che una signorina per bene va avanti da sola nonostante tutto, e non le sentirai mai dire “ho bisogno di aiuto”.

Che litigare è una cosa brutta, bruttissima, e non se ne può uscire vivi.donna allo specchio

Che è meglio aggirare gli ostacoli. Che se una cosa non mi piace è meglio non farlo capire.

E mi faccio prendere sempre troppo dagli entusiasmi iniziali. E girato l’angolo sarà sempre l’ennesima delusione.

E poi è tutto così complicato, non si risolverà mai nulla.

E non posso sempre pensare che il mio istinto abbia sempre ragione.

E ci deve essere sempre qualcosa di sbagliato. Mica può andare tutto bene.

E non vincerò mai nulla.

E nessuno mi metterà mai nei ringraziamenti di una tesi di laurea.

E nessuno mi farà mai una sorpresa vera, di quelle “ti dico che arrivo domani e, invece, stasera sono già qua”.

E non possiamo andare sempre d’accordo.

E avrò sempre nostalgia di qualcos’altro.

E non sarò mai clemente con me stessa.

Ah, sì, e poi non andrò mai a correre in vita mia.

Pendolo

Sabato mattina la rabbia mi ha riempito gli occhi di lacrime, e allora in treno mi sono infilata gli occhiali da sole anche se il cielo era coperto. Poco prima di partire mi ero sentita alzare la voce al telefono come era da tanto che non facevo. Poi ho risposto a un messaggio che chiedeva come stavo dicendo che avrei voluto passare tutto il giorno nascosta sotto il letto.

Gli ormoni no, non sono stati quelli, il giorno esatto del mese in cui vedo rosso senza motivo è già passato da un po’, ho già fatto i miei calcoli. Ormai ho capito che funziono così, con precisione quasi scientifica: la settimana di stanchezza e fame atavica, la settimana di placidità ed energia mentale e fisica che paiono inesauribili, e il brusco termine di quella giornata, una sola, in cui una bolla di rabbia si gonfia ed esplode, e i suoi frammenti schizzano intorno dappertutto.

Ecco, sabato no, il momento non era quello, il nervoso era diverso, era spesso e reale, era un grumo, non era una bolla.

Quando ho imparato a non avere più paura della mia ombra e a non scappare più di fronte al mio riflesso, ho deciso che avrei il più possibile cercato di dare un nome alle cose, di rendermele chiare e trasparenti, di rifare tutta la strada a ritroso e capire quale fosse il vero punto di partenza.

E quindi.viola-del-pensiero

Sabato ero arrabbiata perché in questo periodo ci sono troppi treni, troppe direzioni da cambiare. Non ho mai avuto una immediata capacità di adattamento alle condizioni nuove, mi ci vuole un po’ a ricreare il mio ambiente, e forse sarà per quello che quando si è trattato di decidere tra la continuità e il cambiamento, ho quasi sempre scelto la prima. Mi ci vuole un po’, faccio i fiori ma solo dopo qualche anno, se mi sposti mi devi assicurare continuità nel clima, al massimo faccio qualche migrazione ma poi devi riportarmi al punto di partenza. In quella che è la mia casa mi sento al sicuro, riconosco il mio vaso e anche se è sbeccato e comprato all’Ikea a me piace stare lì.

Sarà per questo che l’altro giorno a Milano, quando mi hanno chiesto quale penso che sia un mio pregio, ho detto che le persone si fidano di me. Affidabile, ha precisato per me la selezionatrice, e io l’ho ripetuto ad alta voce, affidabile, sì, è una parola bella con un suono morbido e che evoca la stabilità, la sicurezza, i piedi piantati a terra, appunto, le radici ben affondate nel terreno.

Per questo ci sono troppi treni e per questo sabato mi sono arrabbiata. Perché vorrei essere qui e là e continuo ad andare avanti e indietro da qui a lì perché qui c’è quello che ho costruito negli ultimi anni, il mio vasetto e le mie radici, ma è lì che stanno sbocciando dei fiori nuovi e della mia energia c’è bisogno anche là.

She (we gave her most of our lives)

Andare a casa dai miei si carica ogni volta di qualche significato particolare. Torno sempre indietro con qualche strascico di emozione, un po’ di tristezza, un po’ di nervosismo, come se mancasse sempre qualcosa, come se non avessi dedicato abbastanza tempo alle persone che sono lì, come se mi fossi dimenticata un particolare fondamentale per risolvere il dilemma.

Ma tutte le volte me ne vado da lì soprattutto con un gran sollievo. Perché, nonostante tutto, nonostante le nostalgie, le coccole di cui mi sommergono quando sono lì, nonostante l’aria pulita e le dormite da dieci ore filate nel silenzio più totale, tornarci a vivere mi costerebbe una gran fatica. Mi abbruttisco, quando sono lì.

In questi ultimi tre giorni sono successe almeno un paio di cose che mi hanno fatto venire il magone. La prima è stata il ritorno alla mia scuola superiore. Per la prima volta dopo sette (sette!) anni ho rivisto l’atrio, il corridoio, il parcheggio sul retro sotto le piante, tutti i posti dove ho trascorso degli anni per me fondamentali. È stato un momento intenso, tanto che non sono riuscita a rimanere dentro a lungo, la malinconia mi aveva preso allo stomaco.

Certe volte quel periodo della vita mi manca terribilmente, perché, nonostante i momenti difficili (forse tra i più difficili che abbia mai vissuto), ero chiusa nel mio piccolo mondo e lì stavo bene. Non avevo paura, almeno, non tanta, non mi sentivo mai sola, non mi preoccupavo del futuro, il mio futuro al massimo era rappresentato dall’estate successiva. Ho avvolto quegli anni con un velo romantico come fanno gli anziani con la loro giovinezza. E mi crogiolo nel ricordo di com’erano infantili alcuni miei ragionamenti, e nello stesso tempo com’ero già grande, responsabile, concreta. Mi faccio tenerezza da sola!

All’opposto, la seconda cosa che è successa è stata una conversazione con mio padre. Meglio, un suo monologo al quale non sono riuscita a ribattere più di tanto, perché mi ha lasciata a bocca aperta nella sua disarmante schiettezza. Di tutto si può dire, del mio papà, ma di certo non che sia una persona schietta. E per questo le sue parole mi hanno colpita manco mi avesse tirato uno schiaffo. Cercherò di riportarle abbastanza fedelmente.

“Adesso spiegami per quale motivo quella volta hai scelto di fare scienze politiche. Perché invece non hai fatto una facoltà scientifica, che ne so, tipo biologia… Eri brava in matematica!”

“Papà, ti ricordi male. Non è vero che ero brava in matematica… E poi non ero una grande amante delle materie scientifiche”

“Ma questo era solo colpa degli insegnanti che hai avuto, che non te l’hanno fatta amare. La matematica è bellissima!”

Ora, un appunto. Il mio babbo è laureato in fisica ed è decisamente di un’altra generazione. Per lui hanno dignità solo le facoltà classiche, e fa molta fatica a capire il sistema universitario attuale. Faccio fatica io, figurarsi lui. L’ultima volta che mi ha chiesto in cosa sono laureata è stato l’altro ieri.

“Beh, ma allora, visto che ami scrivere, perché non hai fatto la scuola di giornalismo?”

Ecco, papà, questa è un’altra storia e tocca delle corde più intime e delicate, e di sicuro non posso raccontarti il vero motivo per cui non l’ho fatta. Ma, forse, un giorno, ne parleremo.

“E poi, in un momento di crisi come questo, a nessuno interessa organizzare eventi!”

E questa è stata la vera mazzata in viso. Ma forse tutti dobbiamo avere qualcosa per cui lottare contro i nostri genitori, no?

“Se avessi fatto giornalismo, adesso potresti essere a fare l’inviata in Siria!”

“Papà?? Io, in Siria sotto le bombe? Ma mi ci vedi?”

Guardandolo, mentre un po’ rideva e un po’ no, ho cercato di capire se fosse una battuta, o credesse davvero di avere una figlia così coraggiosa. Forse pensa che lo sia solo in quanto sua figlia, chissà. Infine, questa assurda conversazione è terminata con la solita proposta di tornare su e lavorare con lui. Giusto perché meno di un mese fa mi aveva detto che aveva capito perfettamente che mi voglio prendere un po’ di tempo per cercare un lavoro che mi piaccia, prima di considerare questa opzione. Ma tant’è. Del resto, non c’è miglior sordo…

Anche questa volta, dunque, sono tornata qui satura di emozioni e vagamente confusa. Guardando un po’ indietro, un po’ avanti, un po’ guardandomi le scarpe. Magari mi iscrivo a Matematica, forse lì ci sono le risposte che cerco.

Applausi, sipario.

Per tutti quelli che, ancora speranzosi, passano da queste parti, a voi l'annuncio della fine (definitiva?) di questo spazio. Ma non disperate, tutto quello che la mia mente partoriva e riversava qui, lo troverete, con la consueta dose di sentimentalismi vari e acidità, qui. Ho deciso di riunire i miei due blog nati e cresciuti in momenti diversi, perché un tale sdoppiamento mi sembra ormai inutile, visto anche il fatto che questo mezzo di comunicazione, l'abbiamo ormai capito tutti, è morto .
Saluti e baci personalizzati a ognuno di voi. Lunga vita ai blog.

Ch-ch-changes

Quando io facevo le scuole medie, per me andare in gita scolastica significava provare l'ebbrezza di ascoltare la musica dal lettore cd.
Una delle invenzioni tecnologiche, che arrivò in quegli anni e che segnava il confine tra un oggetto nuovo e moderno e una vecchia carcassa, era l'antishock. Se l'avevi, non solo voleva dire che il tuo lettore era nuovo di pacca, ma anche che potevi tranquillamente superare i tornanti e le frenate brusche senza che la musica che stavi ascoltando s'interrompesse all'improvviso. I primi modelli avevano un pulsantino on/off, per cui eri libero di decidere se goderti questa possibilità oppure soffrire come chi ne era sprovvisto.
Ecco, io a volte vorrei avere il pusante dell'antishock. Così, quando la strada curva pericolosamente, oppure mi tocca frenare all'improvviso, non salta tutto per aria e la musica continua ad andare, senza interruzioni.

Il tempo delle mele

Sto accompagnando, non proprio volontariamente, due traslochi complementari. Uno, a dire il vero, era già terminato quando sono arrivata io. Mi sento ancora un po' in prestito, lì, e anche un po' stretta. Se voglio fare una telefonata, o mi chiudo in bagno, oppure congelo in terrazza. Di studiare, poi, non ne parliamo. E la stanza in realtà è una piccionaia aperta sul piano di sotto. Mi abituerò.
Il secondo è ancora nel suo svolgersi. Appena metto piede in casa, prima ancora di chiedermi come va, mi sento dare delle istruzioni con le cose da sistemare, o da buttare. E questo mi fa reagire subito col rifiuto di dare una mano. Poi, però, sospiro e mi ripeto il solito mantra: "sei tu che ti devi adattare a quello che è lui, non il contrario" e inizio a collaborare.
E allora è successo che mi sono infilata nel vortice dei miei giocattoli. Sul subito, presa dal desiderio di non perdere tempo e anche da quello di fare spazio (perché gli accumuli di oggetti diventano anche accumuli di energie negative, secondo una mia personale teoria), avevo dato l'ok per regalarli tutti.
Poi ho cambiato idea e sabato pomeriggio ci ho messo le mani. Alla fine sono di più quelli che terrò rispetto a quelli che darò via. Non ci ho potuto fare niente, dalle ceste sono sbucati fuori i ricordi e tutto il mio cinismo iniziale ("ma quante cose inutili avevo?") ha lasciato il posto a un bel po' di romanticismo.
La cosa che più mi ha impressionato è stata che mi sono resa conto che, quando frugo negli oggetti che mi hanno accompagnata in un passato più recente, ho spesso immagini di me che soffro per qualcosa e ricordi che mi sono rimasti più impressi sono i momenti dolorosi. Mentre l'altro giorno, ritrovando dei giocattoli che non sapevo di avere ancora, percepivo solo la gioia dei momenti in cui quelle cose impolverate avevano un loro senso.
Bella scoperta, direte voi. Beata innocenza.
Forse, a pochi giorni da un compleanno che mi sembra un nuovo giro di boa della mia vita, sto scoprendo un animo da vecchia nostalgica? Inizierò a fare discorsi del tipo "io alla tua età" oppure "vorrei tornare bambina"?
Adesso, scusate, vado a preparare il té per i miei pupazzi.