Four more years

La tecnologia a volte segue il filo dei miei pensieri e mi offre le scuse per scrivere. Ieri WordPress mi ha fatto gli auguri cadeva il quarto anniversario dell’apertura di questo blog.

Quindi sono anche quattro anni che vivo in questa casa.  Quattro anni fa la salutavo con questo, e adesso che ci penso questa casa vorrei poterla non lasciare mai, piuttosto regalo una stanza all’appartamento accanto, nel caso non servisse più. Quattro anni fa iniziavo di nuovo l’università. Quattro anni fa andavo a Roma a parlare del primo racconto che mi avevano pubblicato (e avevo paura di prendere il treno e fuori era buio pesto).  Quattro anni fa dedicavo questo a un amico che era un po’ selvatico e ogni tanto passava le serate senza rivolgere la parola a nessuno ma stava lì lo stesso, e sorrido pensando a quello che è diventato adesso, alla tutta la fatica che è stata ricompensata, a quella volta che l’ho costretto a parlare dell’amore (e forse adesso bisogna che ne parliamo ancora), a quando ha detto che non mi capisce ma anche a tutte le volte che ha detto che mi sente una sua simile.

Quattro anni fa iniziavo un percorso doloroso che mi ha portata a capire molte cose, troppe cose, tante di quelle cose che a volte mi sorprendo di quanto spazio ho nella testa e di quanti tempi morti riempia soltanto pensando. Che poi tutti vogliono parlare con me (o non vogliono proprio) perché porto fuori i problemi, li servo in tavola dopo aver apparecchiato per bene, li condisco e li accompagno anche col vino adatto. Ma non ho ancora capito come digerire i miei.

Quattro anni fa nemmeno sapevo cosa fosse un colloquio di lavoro e adesso ne ho fatti talmente tanti che ci vado senza neanche pensarci, tanto so cosa dire e cosa non dire, e mi fa sorridere chi si mette la camicia bianca sotto la giacca scura e ha solo vent’anni e vuole sembrare professionale, e l’esaminatore invece ha una sciarpa tutta colorata e il cardigan da hipster.

Quattro anni fa stavo per compiere 24 anni, e pensavo che arrivare ai 25 sarebbe stata una svolta epocale. Adesso guardo con tenerezza chi ha quell’età lì dice le stesse cose che dicevo io, e penso che ormai mi sono abituata a non essere il tipo da svolte epocali, ma da delicate transizioni.

Quattro anni fa avevo gli stessi identici difetti di oggi, ma mi stavano tutti antipatici. Qualcosa è migliorato, dai.

E allora buon compleanno blog e buon compleanno un po’ anche a me.

torta-cuori

 

Thank you for smoking

Allora, dicevo, ho smesso di fumare.

A dire il vero, non è il primo tentativo che faccio: l’altro è stato nell’estate del 2008 ed è in tutto durato poco meno di tre mesi. Credo che anche allora fosse iniziato come adesso: a un certo punto, dall’oggi al domani, mi è semplicemente passata la voglia. 

Ieri ho superato il mese senza sigarette, quindi mi accendo una candelina e mi faccio gli auguri.

La mia storia con le sigarette è iniziata molto presto, più o meno a 15 anni. La prima l’ho provata a un Capodanno a casa di un’amica, da sole sul balcone, di nascosto dagli altri invitati alla festa. Poi, per qualche tempo, io, lei e un’altra abbiamo sminuito il nostro fumare nascoste nei parcheggi col fatto che compravamo le Camel extra slim, che tanto non ci facevano di certo male come le altre.

A un certo punto è diventato di moda e siamo tutte passate alle Marlboro Light, che ancora costavano meno di tre euro (ma erano sempre le più care) e ne accendevamo un paio ogni sabato sera, mentre chiacchieravamo sedute ai tavoli del locale dove si riuniva la gioventù del mio paese. Una sera è entrato persino mio padre con un suo amico mentre ne stavo fumando una, che è istantanemanete finita sotto la sedia.

A un certo punto mia mamma ne ha trovato un pacchetto in borsa e quando me l’ha detto lo ha fatto in un modo tipicamente suo: “sono pure le stesse che fumo io!”, non riuscendo nemmeno a sgridarmi.

Le sigarette, poi, negli ultimi anni di liceo, sono diventate il collante tra noi compagni di classe durante la ricreazione. Il nostro professore di biologia ci inseguiva per il cortile per intimarci di spegnerle, ma io, non so come ho fatto, non mi sono mai fatta scoprire.

La mattina prima della terza prova della maturità ho ricevuto una telefonata in cui candidamente mi si diceva: “sta arrivando tuo papà a portarti la colazione. Ah, gli ho detto che fumi”: mia mamma, anche qui. Non mi sono mai arrabbiata così tanto.

Arrivata all’università ho toccato i picchi più alti della dipendenza: la maggior parte delle persone che frequentavo ne abusava: le mie amiche in appartamento, i compagni di corso, i fidanzati. Ho sostituito le Marlboro con le Camel Azzurre e poi con le Winston Blu, che sono state con me fino a un mese fa.

Adesso le ho lasciate di nuovo, senza sbattermi dietro la porta né piangere o urlare: è stata una separazione consensuale e abbastanza indolore. Ho sentito la loro mancanza solo in un paio di momenti di pesante nervosismo. Lì le avrei volute con me di nuovo, perché da qualche parte nel cervello mi si è annidato un pensiero di nicotina che è convinto che grazie a loro troverei di nuovo la calma. Per ora le ho dimenticate bevendo tisane e pulendo ossessivamente casa e cucinando muffin a tutti i gusti. Smettere di fumare non mi ha ancora fatto ingrassare, piuttosto mi ha fatto diventare una casalinga.

 

 

Nozze d’oro

Ieri sera ho ascoltato un racconto che sembrava uscito dalla più sperduta periferia italiana del dopoguerra, ancora più incredibile perché la protagonista è una donna, un medico, e per di più una ginecologa.

Alla domanda della sua paziente su quali anticoncezionali le consigliasse, lei le ha fatto una testa tanta su quanto la pillola sia il male, perché altera il ciclo naturale femminile, e su quanto assumerla sia sbagliato e dannoso.

È passata poi all’apologia contro il preservativo, per conculdere con un suggerimento moderno e sicuro: la temperatura basale.

“Amore, il pupo come lo chiamiamo? Ogino oppure Knauss?” (cit.)

In un mondo in cui il fondamentalismo (di ogni tipo) cerca di ridurre sempre più i diritti della donna e dell’uomo, questo è solo l’ultimo esempio di pericolosissimo pensiero reazionario.

A dispetto di questo, l’invenzione della pillola compie cinquant’anni. Il 9 maggio del 1960 ha ricevuto il benestare della Food and drug administration, dopo essere stata testata in laboratorio e su volontarie dallo scienziato americano Gregory Pincus. L’uso in Italia è legale dal 1971 (prima le “pratiche contro la procreazione” erano punite con l’arresto). Nonostante i progressi fatti in questo campo, oggi, nel nostro Paese, è usata solo dal 16% delle donne.

Io questo anniversario lo festeggio, sbattendolo in faccia alla ginecologa di qui sopra e a tutti quelli che, ancora, pensano di vivere nel Medioevo. Auguri!