Black Mirror (post insolitamente lungo)

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Attenzione, contiene tracce di spoiler

Black Mirror è una miniserie televisiva britannica attualmente alla seconda stagione (sei puntate in tutto), andata in onda per la prima volta in Inghilterra nel dicembre 2011 e terminata a febbraio di quest’anno.

La serie racconta, sotto vari aspetti, le degenerazioni causate dal continuo avanzamento e dall’invasione delle tecnologie nella vita di tutti i giorni, e che hanno costretto le persone a confrontarsi e a fare i conti con esse in aspetti sempre più intimi del nostro quotidiano. Ecco, forse il motivo per cui questa serie è così disturbante è proprio il fatto che descrive come l’intimità dell’individuo sia violata, sezionata, analizzata e resa pubblica in maniera sempre più sistematica. Ma la diversità rispetto ad altri film o telefilm sul genere, è che questa non è mai violata da un Grande Fratello, da una qualche dittatura che ha assunto il controllo, o da un generico cattivo che è riuscito a prendere il potere, bensì dalla società stessa, che, evolvendosi in funzione delle tecnologie e dei cambiamenti da loro apportati, ha portato l’umanità a diventarne definitivamente succube. In un certo senso, gli uomini scelgono liberamente di diventare schiavi. Infatti, in ogni episodio c’è sempre una via di uscita, e non ci sono dei veri e propri impedimenti per imboccarla, ma molto spesso è più dolorosa e quasi peggiore dell’alternativa.

The National Anthem è il terribile primo episodio della serie. Insieme all’ultimo della seconda stagione, è l’unico che ha una tematica strettamente politica, e che possa essere calato nei giorni nostri. La tecnologia è simile alla nostra, e non si può ancora considerare fantascienza, come invece tutti gli episodi successivi. Qui incontriamo il Primo Ministro britannico che viene svegliato nella notte perché la principessa Susannah, duchessa di Beaumont, è stata rapita da un maniaco che ha caricato su youtube un video in cui lei è costretta a chiedere, in cambio della sua liberazione, che il capo del governo abbia un rapporto sessuale completo e non fasullo, in diretta su tutti i media nazionali, con un maiale. Se la richiesta non verrà soddisfatta, la principessa verrà uccisa. La notizia, nonostante tutti i tentativi di insabbiarla, fa il giro del mondo in pochi giorni e, poiché non si riesce a risalire al luogo in cui il rapitore tiene nascosta la duchessa, l’opinione pubblica si schiera a favore dell’umiliazione del Primo Ministro, considerata poca cosa rispetto alla vita della donna. Nessuno si risparmierà di guardare in televisione la tremenda prova a cui l’uomo si sottoporrà, e, mentre le strade sono totalmente deserte, il rapitore libererà la principessa ben prima dell’orario stabilito per la diretta televisiva. Certo che non ci sarebbe stato nessuno a vederlo.

Black-Mirror

In 15 Millions Merits le persone sono ormai definitivamente assoggettate all’iper-tecnologizzazione della realtà, e hanno completamente cambiato il loro modo di vivere, dormire, mangiare, stare in casa, lavorare, rapportarsi con gli altri (sembra quasi che sia una nuova specie umana, in cui l’unica divisione è tra magri, che mandano avanti il sistema producendo energia andando in bicicletta, e grassi, che sono relegati agli unici ruoli di spazzini o fenomeni da baraccone). La libertà è qui rappresentata dalla possibilità di uscire dalla condizione di omologazione tramite le selezioni di un talent show, da cui i due protagonisti escono, rispettivamente, attrice porno e ospite di un programma televisivo. Lo stesso tentativo di protesta da parte di lui, che irrompe sul palco puntandosi al collo un pezzo di vetro, viene fatto immediatamente rientrare nella normalità, viene convertito in sketch televisivo, appare solo come una possibilità di aumentare l’audience. Viene reso innocuo, svuotato del significato originale, al quale fin dall’inizio nessuno, probabilmente, aveva dato ascolto.

Quando sospetti qualcosa, è sempre meglio che venga fuori che è vero.

In The Entire History of You i protagonisti potrebbero essere collocati in un futuro non troppo lontano: vivono in case non avvenieristiche, fanno lavori normali, cenano con gli amici, fanno figli e assumono babysitter, con l’unica differenza rappresentata da un chip impiantato dietro l’orecchio che funziona da scheda di memoria di raccolta di tutti i ricordi della persona, archiviati e potenzialmente rivisti all’infinito.

A guardare la coppia dei protagonisti che litiga disperata in camera da letto mentre riguardano immagini del tradimento di lei, non si prova alcun effetto straniante. È un litigio che abbiamo visto milioni di volte sullo schermo, conosciamo la dinamica. La differenza sostanziale è che non c’è  più alcuna possibilità di mentire. Il rivedere all’infinito i propri ricordi in formato video, e anche di zoomarne certi dettagli, fino a poterne ricostruire alcuni dialoghi di cui si era intuito solo il movimento delle labbra, impedisce qualsiasi errore. Ogni bugia verrà prima o poi smascherata. Anche qui c’è una via di uscita, rappresentata dall’eliminare il chip (in maniera violenta e dolorosa) e le sue conseguenze vengono accennate da un’ospite della cena con cui si apre la vicenda. Semplicemente, è più felice.

Be right back è il primo episodio della seconda stagione, ed è il mio preferito, forse solo per la stupenda Hayley Atwell, protagonista assoluta della storia. La vicenda è quella di Martha e del marito Ash, che conosciamo ma che è subito vittima di un incidente d’auto. Il dolore della perdita viene in qualche modo compensato dall’iscrizione di Martha a un sito che, in base alle informazioni trovate su internet e a quelle contenute in email, video e fotografie fornite dall’utente, crea un software che simula il pensiero della persona deceduta, con la quale si può continuare a chattare, parlare al telefono, fino a ricostruirne una sorta di copia robotica.

La sofferenza della donna è reale, tangibile, e per questo l’episodio è il più umano della serie. Qui la tecnologia è solo una scusa per indagare a fondo il dolore della perdita. È inevitabile provare un moto di sdegno di fronte a cosa si potrebbe arrivare pur di speculare su queste sofferenze, ma non c’è niente di diverso tra Martha che acquista questo software per cercare di colmare il vuoto lasciato dalla morte del marito e parlare di nuovo con lui, e chi si affida a maghi e ciarlatani che promettono lo stesso risultato.

Il centro di questa vicenda è l’essere umano, le sue imperfezioni, il contatto, il conflitto, tutto ciò che qualsiasi surrogato elettronico, seppure all’apparenza identico, non potrà mai dare.

Quindi questa… questa cosa in TV, il ….

Il segnale.

Dipende da quello… è quello che li fa agire così?

Credo che in fondo siano sempre stati così. È bastato cambiassero le regole, che nessuno intervenisse.

Ciò che rende interessante White Bear è che fino alla fine sembra un episodio più “classico” rispetto agli altri: descrive un mondo post-apocalittico in cui una donna si risveglia in una casa che non conosce senza alcun ricordo, e si ritrova in mezzo a persone rese schiave da un segnale acustico proveniente dalle televisioni e che le obbliga a fare un’unica cosa: filmare o fare fotografie con i propri telefoni. Solo alcuni ne sono immuni, e tra questi si è creata una divisione tra buoni, che non possono fare altro che scappare, e cattivi, che sfogano su di loro le loro perversioni, torturandoli e uccidendoli nelle maniere più brutali.

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Solo alla fine scopriamo che in realtà questa donna è un’assassina, che insieme al compagno ha rapito, ucciso e filmato una bambina, e quello che abbiamo visto è solo un set in cui ogni giorno degli attori la obbligano a rivivere la stessa giornata angosciosa, e che la concludono svuotandone la memoria, di modo da poter ripartire il mattino seguente con la stessa tortura. La storia descrive  una degenerazione estrema del ruolo che i media hanno nelle vicende di cronaca nera, in cui è tutto sotto gli occhi del pubblico, che qui diventa addirittura protagonista del “processo” alla donna, coinvolto e istruito come comparsa durante la giornata, spalla dei suoi aguzzini.

Come ci si sente ad essere un fenomeno?

Di merda.

Mentre guardavo The Waldo Moment ho avuto una strana sensazione di dèja-vu, forse partita da un frammento di dialogo e diventata sempre più acuta verso la fine dell’episodio:

Ascolta, il mondo non ha bisogno dei politici. Tutti hanno un Iphone o un computer, giusto? Quindi per qualunque decisione o questione politica, basterà mettere tutto online. Facciamo votare al popolo (…) Questa è democrazia.”  

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La storia è quella di un attore comico fortemente depresso, Jamie, che ha inventato questo cartone animato, Waldo, un orsetto blu a cui lui dà voce e movimento da dietro uno schermo, attraverso dei guanti e dei sensori fatti appositamente. L’orso viene utilizzato in uno show comico in cui inscena una specie di candid camera, prendendo in giro personaggi famosi convinti che sia un programma per bambini, ma che finiscono per essere brutalmente insultati e sbeffeggiati. Tutto questo prende una piega inaspettata quando viene invitato un politico conservatore, candidato al seggio parlamentare della circoscrizione (finta) di Stentonford. L’idea che viene al produttore del programma è quella di far competere anche Waldo alle elezioni.

Il pubblico si sente immediatamente rappresentato da questo cartone, che raccoglie subito i voti di protesta di tutti quelli che non si sentono più rappresentati da nessuno (a un certo punto qualcuno usa anche il termine “antipolitica”). Waldo si esprime a parolacce e manda a quel Paese politici di ogni schieramento, non dicendo nulla di concreto ma semplicemente mandandoli in crisi. Addirittura un agente della CIA si palesa per proporre un’esportazione mondiale del modello-Waldo. L’orsetto non vincerà le elezioni, ma risulterà il secondo candidato più votato.

Non credo di dover sottolineare a chi ho pensato mentre Waldo procedeva nella sua scalata al successo a suon di “vaffa” e “siete tutti uguali”, ma mi ha colpita parecchio il fatto che combaciasse perfettamente, in certi momenti, con quello che è successo alle ultime elezioni da noi. L’assonanza è inquietante quasi quanto le altre tematiche della serie.

Black Mirror è una serie interessante e mai banale. Racconta di tematiche molto attuali, che avrebbero rischiato la ripetitività e lo scadere nel già visto e già detto, ma che sono trattate, invece, in maniera originale, e arrivano allo spettatore in maniera o estremamente delicata, o violenta e inaspettata come un pugno allo stomaco.

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