All work and no play makes B. a dull girl

Considerando che sono ormai più di due mesi che non metto piede qui dentro, sono sicura che molti di voi si chiederanno che fine ho fatto (quanti di voi, eh? Tanti, vero?). Considerando, poi, che l’ultimo post era del tipo malinconico e sconsolato, mi pareva corretto iniziare l’anno nuovo con uno del tipo assurdo.

Ho riflettuto qualche giorno su quanto avrei rischiato se avessi deciso di raccontare questa storia. Penso che sì, sto rischiando, e forse un domani, quando mi licenzieranno, diventerò la protagonista di una qualche sentenza sulla libertà di espressione sul web. D’altra parte, la mia attrazione morbosa per la gente strana mi impedisce di tenere la bocca chiusa, o le mani lontane dalla tastiera. Perciò, vi ho voluto bene, ed eventualmente, le arance in galera sono sempre gradite.

La notizia è che ho iniziato un nuovo lavoro. Chiamo lavoro quello che è, per adesso, un tirocinio con rimborso spese per darmi la motivazione che altrimenti languirebbe. Tralasciando il contenuto di questo lavoro, che consiste nell’organizzazione di un grosso evento ma che non è interessante ai nostri fini, vorrei parlare piuttosto della persona con cui mi trovo ad avere a che fare in questo periodo: la proprietaria dell’ufficio al quale momentaneamente ci appoggiamo.

La signora è una di quelle che si potrebbero definire della Bologna bene, che ha adibito il piano di sotto del suo appartamento in una delle vie più alla moda della città, a ufficio, che quindi sembra effettivamente un’ala di una casa privata, dove tutto vira dal bianco ai toni dell’avorio e del panna. Le due cose messe assieme (il fatto che sia praticamente casa sua e la scelta dei colori dell’arredamento), aggiunte ai suoi nervi evidentemente fragili, mi ha fatto diventare oggetto di richieste a dir poco inquietanti, in un crescendo di follia dovuto probabilmente alla confidenza che man mano si sta prendendo.

Prima di tutto, un supporto fotografico:

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Questo è il delizioso quadretto incorniciato sopra il wc. Il primo giorno di lavoro la signora mi ha spiegato che, ogni volta che si utilizza il bagno e ci si lava le mani, bisogna asciugare il lavandino con un’apposita pezza in dotazione. Nel caso in cui, malauguratamente, qualche goccia finisca anche sullo specchio, c’è uno straccetto anche per quello. E questo è stato solo l’inizio.

Mi sono sentita chiedere se una luce che avevo acceso per evitare di diventare cieca a furia di inserire dati al computer fosse necessaria, perché a lei non piace. Mi sono anche sentita chiedere se una penna che avevo preso per scrivere due appunti fosse sua (“sì, ma gliela rido, non me la porto mica via…”). Una mattina in cui aspettava delle persone, mi ha chiesto se potevo aprire io e chiedere loro di pulirsi i piedi prima di entrare. Non l’ho fatto, ma l’ho visto fare a lei, con dei perfetti sconosciuti.

Ma il fondo penso che l’abbia toccato questa settimana (anche se temo che siano le mie ultime parole famose), quando, mentre le stavo parlando appoggiata allo stipite della porta, mi ha guardata con un misto di terrore e schifo e mi ha chiesto di spostarmi. Io, ingenua, l’ho quasi ringraziata perché pensavo che avesse paura che mi sporcassi la maglia di bianco. E invece no, il punto era esattamente il contrario: che io sporcassi il muro. Avete letto bene. Sai mai che nel 2040, quando ottocento persone coi maglioni impregnati di smog si saranno appoggiate in quel punto esatto e avranno lasciato un alone di grigio, dovrà ridipingere la parete.

Comunque la verità è che negli anni ho conosciuto talmente tante persone bislacche (del resto, una categoria di questo blog vi è interamente dedicata) che non mi stupisco più di niente e, grazie a dio, ho imparato a riderci sopra.

Ma che fatica la gente.

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