She (we gave her most of our lives)

Andare a casa dai miei si carica ogni volta di qualche significato particolare. Torno sempre indietro con qualche strascico di emozione, un po’ di tristezza, un po’ di nervosismo, come se mancasse sempre qualcosa, come se non avessi dedicato abbastanza tempo alle persone che sono lì, come se mi fossi dimenticata un particolare fondamentale per risolvere il dilemma.

Ma tutte le volte me ne vado da lì soprattutto con un gran sollievo. Perché, nonostante tutto, nonostante le nostalgie, le coccole di cui mi sommergono quando sono lì, nonostante l’aria pulita e le dormite da dieci ore filate nel silenzio più totale, tornarci a vivere mi costerebbe una gran fatica. Mi abbruttisco, quando sono lì.

In questi ultimi tre giorni sono successe almeno un paio di cose che mi hanno fatto venire il magone. La prima è stata il ritorno alla mia scuola superiore. Per la prima volta dopo sette (sette!) anni ho rivisto l’atrio, il corridoio, il parcheggio sul retro sotto le piante, tutti i posti dove ho trascorso degli anni per me fondamentali. È stato un momento intenso, tanto che non sono riuscita a rimanere dentro a lungo, la malinconia mi aveva preso allo stomaco.

Certe volte quel periodo della vita mi manca terribilmente, perché, nonostante i momenti difficili (forse tra i più difficili che abbia mai vissuto), ero chiusa nel mio piccolo mondo e lì stavo bene. Non avevo paura, almeno, non tanta, non mi sentivo mai sola, non mi preoccupavo del futuro, il mio futuro al massimo era rappresentato dall’estate successiva. Ho avvolto quegli anni con un velo romantico come fanno gli anziani con la loro giovinezza. E mi crogiolo nel ricordo di com’erano infantili alcuni miei ragionamenti, e nello stesso tempo com’ero già grande, responsabile, concreta. Mi faccio tenerezza da sola!

All’opposto, la seconda cosa che è successa è stata una conversazione con mio padre. Meglio, un suo monologo al quale non sono riuscita a ribattere più di tanto, perché mi ha lasciata a bocca aperta nella sua disarmante schiettezza. Di tutto si può dire, del mio papà, ma di certo non che sia una persona schietta. E per questo le sue parole mi hanno colpita manco mi avesse tirato uno schiaffo. Cercherò di riportarle abbastanza fedelmente.

“Adesso spiegami per quale motivo quella volta hai scelto di fare scienze politiche. Perché invece non hai fatto una facoltà scientifica, che ne so, tipo biologia… Eri brava in matematica!”

“Papà, ti ricordi male. Non è vero che ero brava in matematica… E poi non ero una grande amante delle materie scientifiche”

“Ma questo era solo colpa degli insegnanti che hai avuto, che non te l’hanno fatta amare. La matematica è bellissima!”

Ora, un appunto. Il mio babbo è laureato in fisica ed è decisamente di un’altra generazione. Per lui hanno dignità solo le facoltà classiche, e fa molta fatica a capire il sistema universitario attuale. Faccio fatica io, figurarsi lui. L’ultima volta che mi ha chiesto in cosa sono laureata è stato l’altro ieri.

“Beh, ma allora, visto che ami scrivere, perché non hai fatto la scuola di giornalismo?”

Ecco, papà, questa è un’altra storia e tocca delle corde più intime e delicate, e di sicuro non posso raccontarti il vero motivo per cui non l’ho fatta. Ma, forse, un giorno, ne parleremo.

“E poi, in un momento di crisi come questo, a nessuno interessa organizzare eventi!”

E questa è stata la vera mazzata in viso. Ma forse tutti dobbiamo avere qualcosa per cui lottare contro i nostri genitori, no?

“Se avessi fatto giornalismo, adesso potresti essere a fare l’inviata in Siria!”

“Papà?? Io, in Siria sotto le bombe? Ma mi ci vedi?”

Guardandolo, mentre un po’ rideva e un po’ no, ho cercato di capire se fosse una battuta, o credesse davvero di avere una figlia così coraggiosa. Forse pensa che lo sia solo in quanto sua figlia, chissà. Infine, questa assurda conversazione è terminata con la solita proposta di tornare su e lavorare con lui. Giusto perché meno di un mese fa mi aveva detto che aveva capito perfettamente che mi voglio prendere un po’ di tempo per cercare un lavoro che mi piaccia, prima di considerare questa opzione. Ma tant’è. Del resto, non c’è miglior sordo…

Anche questa volta, dunque, sono tornata qui satura di emozioni e vagamente confusa. Guardando un po’ indietro, un po’ avanti, un po’ guardandomi le scarpe. Magari mi iscrivo a Matematica, forse lì ci sono le risposte che cerco.

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