Educare

L’altro giorno mi è capitato di ascoltare una conversazione in cui due signore (una anziana, l’altra un po’ meno) parlavano di una bambina che, facendo i capricci, aveva combinato dei notevoli disastri, pestando i piedi, rovesciando cose, urlando e piangendo. La signora meno anziana, definendo la maleducazione della bambina colpa del fatto che “la madre è cretina, e la nonna ancora di più” (in maniera del tutto inappropriata, considerando che eravamo in luogo pubblico e le due tizie di cui stava parlando erano sue clienti) ha iniziato una sua personale lamentela sul comportamento dei genitori d’oggi. Cose già sentite: sono assenti, i ragazzini crescono senza una guida, e non arriva loro neanche una sberla.

Poi, però, molto onestamente, ha ammesso che quelli della sua generazione hanno avuto degli altri problemi, con genitori troppo severi e rigidi, coi quali non si poteva parlare di niente: a tavola si mangiava stando zitti, nessuna difficoltà veniva affrontata apertamente. Sua madre, diceva, ginecologa che ha fatto nascere centinaia di bambini, quando i suoi figli avevano un problema lo rifiutava, ne fuggiva perché troppo spaventata. Così, ha aggiunto, grazie a questi metodi il fratello si è ammalato di una depressione che lo ha accompagnato per tutta la vita.

Il fatto che le colpe dei padri ricadano sui figli è un tema vecchio come il mondo e quello che ho ascoltato l’altro giorno non aggiunge né toglie niente a quello che sento ogni giorno.  Mi è capitato, nel frattempo, di leggere da qualche parte come una serie di gesti e toni della voce dei genitori, rivolti ai neonati anche nei primissimi mesi di vita, influenzino, pur non volontariamente, il suo sviluppo psichico in maniera definitiva, e che, in una società dove ci sono corsi per qualsiasi cosa, è assurdo che nessuno abbia ancora inventato i corsi per genitori, per permettere loro di evitare certi comportamenti che creano dei danni permanenti.

E poi sento di miei coetanei che vogliono dei figli, e che li fanno, li stanno facendo in tanti, e mi si dipinge sul volto un grosso punto di domanda. L’altra mattina ho visto girare con un passeggino molto alla moda (bellissimo e scomodissimo) una coppia di ragazzi poco più grandi di me, che conosco da sempre e che avrei inquadrato in qualsiasi categoria tranne che in quella di genitori. E mi ha assalito una grande tristezza, non solo per il piccolino che non ha nessuna colpa, ma anche perché ho avuto la sensazione che loro, e forse tanti altri, abbiano deciso di avere un figlio perché è così che si fa. A un certo punto, dopo aver studiato un po’, iniziato a lavorare e aver deciso di andare a vivere insieme, bisogna farlo, un bambino. Sarebbe meglio se prima ci si sposasse, ma se viene fuori dal matrimonio, vabbè, lo teniamo uguale.

Non penso che tutte le coppie che stanno figliando in questo momento storico lo facciano per moda, o che sbaglino. Storicamente, nei momenti di crisi e di difficoltà economiche, la tendenza è proprio quella di creare dei nuclei familiari e stringersi intorno alle persone che si amano: è spesso l’unica cosa che rimane. Però , quando vedo certe nuove famiglie nel mio paesino natale, temo per le future generazioni, considerando che la nostra è particolarmente fragile, non solo per le condizioni del mondo in cui viviamo e le sue incertezze, ma proprio nei confronti di se stessa. Spero di sbagliarmi, e spero di avere un campione non esaustivo della popolazione generale. Ma vedo così spesso intorno a me tanta difficoltà a gestire le proprie emozioni, tanti blocchi, paure, che il discorso ascoltato l’altra mattina mi sembra quasi un monito, e mi è molto familiare. E un po’ mi spaventa, a dirla tutta.

Certo, se ci si guardasse negli occhi una volta di più prima di decidere di fare un figlio, forse non li farebbe nessuno. Però, l’idea di qualche corso che aiuti a fare il genitore, oltre a quelli pre parto, non mi sembra così male. O iniziare con un cane, magari?

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4 thoughts on “Educare

  1. Ci ho riflettuto un po’ sopra e alla fine non so se effettivamente dei corsi potrebbero servire. L’educazione dovrebbe essere qualcosa di “naturale”: se in millenni di evoluzione i genitori sono sempre riusciti a crescere i propri figli, perchè non dovrebbero riuscirci oggi? E poi, c’è davvero un modo giusto di farli crescere? Chi ci dice che quello che i corsi (che comunque penso esistino) insegnino sia la cosa giusta per educarli e soprattutto sia quello con cui IO vorrei che i miei figli crescessero? Non si dovrebbe prendere l’esempio del “suo figlio poi è finito depresso”, perchè l’educazione magari c’entra molto, ma ci sono talmente tante cose al di là di essa che sarebbe limitativo pensarla così.

    Il problema è che noi oggi siamo una generazione di passaggio: pensa alle differenze nell’educazione che hanno avuto i nostri nonni, i nostri genitori e alla fine noi. Ad ogni salto di generazione i genitori si sono trovati ad insegnare ai propri figli a vivere in un mondo completamente diverso da quello in cui sono cresciuti e hanno dovuto fare il massimo per prepararci al domani. I nostri nonni hanno visto la guerra, i nostri genitori la rinascita del Paese, noi siamo cresciuti in un periodo di enorme crescita economica/tecnologica, oggi i nostri figli nascono in un mondo che fa fatica a reggersi su standard sempre più elevati. Come è possibile insegnare a crescere senza sapere neanche fra vent’anni a che punto saremo?

    Ci dovrebbe essere comunque più giudizio, quello sì, prima di mettere al mondo un figlio, ma oggi tante cose si sono perse e anche il “andiamo a vivere e facciamo un figlio – poi tanto se non va bene, ci si saluta e si riparte con un’altra storia” è diventato naturale, una cosa che fino a 20/30 anni fa non era neanche concepibile. Tanto giudizio e qualche valore in più dovrebbe esserci, ma se è vero (ed è vero) quello che dici che siamo in un momento di crisi e siamo una generazione fragile, non è il non fare figli che sistema la situazione: si torna invece al punto di partenza, ovvero al farli ma educarli bene per fare in modo che qualcosa di buono ci sia anche nella prossima generazione.

    Per concludere, penso che nessun genitore, davanti al proprio primo figlio, sia effettivamente pronto: si impara un po’ alla volta, l’importante è avere alle spalle qualcosa che sia un po’ di più che un semplice capriccio, una moda o la ricerca di una esperienza nuova… tutta lì la difficoltà di questa generazione di passaggio.

    (Ci sarebbe da parlarne per ore ma mi fermo qui, anche perchè si iniziano a tirare in mezzo fin troppi argomenti: scusa il mega-commento)

    • Sicuramente non dovrebbe esserci un “modello” al quale l’educazione dei figli dovrebbe uniformarsi a livello generale, perché significherebbe che saremmo in un autentico regime, e poi da lì si aprirebbe la questione di quello che è privato e quello che invece è pubblico, la libertà dell’individuo e via discorrendo…
      Ho fatto delle considerazioni appositamente aperte, come in tanti altri casi in questo blog, proprio perché mi piacerebbe (come ogni tanto succede, e ben vengano i commenti lunghi e articolati 🙂 ) che quello che scrivo suscitasse un minimo di confronto. Perché di fondo, riguardo questa questione, io un pensiero definitivo non ce l’ho, naturalmente.
      Adesso forse perderò di credibilità, ma sono una grande fan di “S.O.S. Tata” proprio perché mi incuriosisce il modo in cui fanno emergere lo scarto che ci può essere tra quello che un genitore “sente” di dover fare e le conseguenze reali che spesso hanno queste azioni sui bambini. Ci sono delle regole universali, credo, come quella per cui è importante che i figli vedano che i genitori si amano anche tra di loro, che sono una coppia e non solo mamma e papà. Perché questo condizionerà la loro visione futura dell’amore. E su questo mi sa che siamo tutti d’accordo. Quindi forse alcune cose sono generalizzabili, e non tutto è diverso da famiglia a famiglia, e da una generazione a un’altra.

      • Queste regole universali non so se possano essere incluse nel discorso “educazione”, o almeno l’esempio che hai fatto tu mi fa propendere ad altro. Forse, visto anche quello che dicevi nel post e nel tuo commento, bisognerebbe differenziare fra “cosa circonda il bambino” (e quindi lo influenza) e “cosa gli si insegna” (e quindi che vorremmo facesse). A questo punto sì che la sfera psicologica ha ancor più senso: se io insegno una cosa a mio figlio e poi mi comporto in maniera opposta davanti a lui, si ha un effetto imprevedibile, così come il fatto di “essere una coppia e non dei singoli” induce il bambino a comportarsi di conseguenza nella sua futura vita di coppia.

        Ma lasciando da parte questo, quello che dovrebbe essere sempre presente a cui alludevi nell’ultima parte non sono forse i valori morali? Anche qui, è possibile insegnare ad un adulto come dovrebbe comportarsi, se ha già vissuto parte della sua vita con determinate regole? E siamo sicuri che tali regole/valori siano gli stessi di generazione in generazione, al di là del “semplice” concetto di amore? Io non ne sono tanto sicuro…

      • Che siano “universali” nell’accezione di “eterni” no, non lo penso. E l’esempio dell’amore era uno, in mezzo a tante cose che secondo me andrebbero insegnate (anzi, diciamo trasmesse) ai propri figli. L’elenco sarebbe lungo, e prende esempio da tutte le situazioni e i comportamenti che vedo ogni giorno intorno a me e che, a seconda del caso, trovo terribili o meravigliosi.
        Ma è tutto secondo me, e per questo è relativo. Ma se concludo dicendo che tutto è relativo, allora nessun discorso di questo tipo ha valore, e perde di forza.

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