Digressione

Considerazioni sulla fine del mondo

Adesso che sono sbarcata anche su twitter posso dirmi definitivamente perduta nelle trame del web.

Forse passerò il resto della mia vita ad aggiornare status e a cambiare immagini del profilo e a suggerire link (anche se il pensiero di stare seduta al computer più di quello che già non faccio mi fa venire immediatamente mal di schiena). È primavera, usciamo a fare delle passeggiate, ma senza dimenticarmi il nuovo smartphone appena ricevuto in dono, così posso controllare le email che arrivano in tempo reale o fare delle foto bellissime (ma senza instagram, ché mica c’ho l’iphone) da postare immediatamente su facebook oppure salutare qualche amico in chat su whatsapp.

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Meno male che mi sono appena laureata, dico io, perché sennò non avrei avuto tutto questo tempo a disposizione per restare collegata a internet. O forse era il contrario? Che essere collegata a internet per la maggior parte della giornata mi avrebbe distratta dallo studiare? Ma tant’è: adesso per fortuna lavoro soprattutto con le email, così posso tenere aperte tutte le finestre che voglio sul mio amato browser.

Non stento a credere che tra un po’ il sistema collasserà, ma mi chiedo quanto ci vorrà per riabituarsi all’eventualità di non poter togliersi qualsiasi dubbio utilizzando wikipedia, prenotare i voli sul sito di ryanair, darsi gli appuntamenti in chat su gmail, comprare i libri su amazon, leggere le notizie su repubblica.it e spostarsi seguendo le indicazioni del navigatore satellitare.

Forse poco, per chi ha passato metà della vita consultando libri in biblioteca, usando il telefono fisso per prendere appuntamenti e scrivendo appunti su quaderni formato A4. Io, conoscendomi, andrei nel panico totale per qualche settimana, ma qualche sinapsi mi funziona ancora e mi ricordo come si fa, quindi prima o poi riuscirei a riprendermi. Ma mi chiedo, chi si sta affacciando adesso alla vita adulta, attraverso gli ipad e le domande su yahoo! answers, ce la farà a smettere da un giorno all’altro a usare la comunicazione mediata e a tornare alla cara e vecchia trasmissione orale delle conoscenze?

Mi dicono che la soglia di attenzione nelle aule scolastiche (senza menzionare l’università, che mi viene subito un rigurgito di bile) è, negli ultimi anni, nettamente diminuita. Non lo metto in dubbio: quello è uno dei pochi posti in cui si apprende con lentezza (di mattina ti spiegano l’argomento in classe, di pomeriggio, a casa, si studia e qualche settimana più tardi c’è l’interrogazione) e un ragionamento può e deve essere più lungo di 160 caratteri. E poi ti viene richiesto un minimo di precisione e la rilettura delle cose aggiunge valore piuttosto che toglierne: concetti che, soprattutto nell’interazione sul web, sono diventati poco importanti. Più il messaggio è immediato, meglio è. E chi se ne frega se nella corsa mi sono dimenticato un accento o ne ho messo uno di troppo.

Le nuove generazioni (ahia, l’artrosi) sono meno attente, più imprecise, meno pazienti, si annoiano prima e vogliono tutto e subito? Questo mi spiegherebbe, almeno, il grande successo di Benedetta Parodi: non c’è tempo per cucinare come si deve, allora compro i cibi precotti, ché faccio prima, e fingo che sia nouvelle cuisine. Il giorno in cui internet si spegnerà e dovremo guardarci di nuovo negli occhi a lume di candela, solo chi conosce il trucchetto della pasta che va buttata quando l’acqua bolle sopravviverà. Oppure diventerà il capo della tribù e farà i miliardi (e tutto ricomincerà daccapo).

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