Stamattina in copisteria una ragazza fotocopiava l’Eneide

Ieri pomeriggio ho consegnato la tesina che dovevo preparare per l’ultimo esame, il cui appello sarebbe stato la prossima settimana. In meno di un’ora il professore mi ha risposto e, nel giro di un paio di email, abbiamo concordato il voto e così ho finito ufficialmente gli esami.

Pensavo sarebbe stato un momento carico di pathos e almeno un minimo simbolico, ma così, senza neanche che lui mi vedesse in faccia, è stato più lo stupore di essermi resa conto che era davvero finita, più che la gioia reale. Ancora adesso faccio fatica a rendermene conto, sarà perché sono sempre avanti e indietro per le biblioteche alla ricerca di libri per la tesi, sarà che ho tanti altri pensieri e cose in sospeso che incidono molto di più sul mio futuro del voto di ieri.

Ma comunque, ho finito gli esami. Era già da un po’ che non frequentavo l’università, praticamente da quando ho iniziato a lavorare e ho rinunciato ad andare a lezione, o quasi. Perciò non saprei dirvi come si chiamano i miei compagni di corso e da dove vengono, quanti anni hanno e se sono fidanzati. Tra dieci anni, quando ripenserò all’università, mi verrano subito in mente le persone con cui ho fatto il triennio, la facoltà che facevo prima, quei professori là che seguivo con tanto amore quanta paura. Mi verrà in mente il primo appartamento dove ho vissuto, la convivenza e la condivisione di allora, a volte forzata, a volte adorata. Probabilmente non mi torneranno in mente questa casa o le mie ultime coinquiline, o gli esami di questi ultimi due anni. Perché dentro di me l’università l’ho finita nel 2009, con le feste di laurea di quelli che studiavano relazioni internazionali e che adesso sono tutti emigrati, persi, traslocati.

Qualche settimana fa sono dovuta andare a prendere dei libri nella mia vecchia facoltà, e la nostalgia mi ha travolta in maniera inaspettata. Mi viene da sorridere, a ripensarci, perché in quegli anni ho sofferto terribilmente per tutte le mie questioni irrisolte, le mie tristezze quasi adolescenziali, i miei nodi da sciogliere. Di sicuro non ero serena, eppure adesso a pensarci provo nostalgia.

Forse sono già invecchiata così tanto che ho iniziato a pensare che si stava meglio prima, a prescindere dal fatto che sia vero o meno?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Comunque, sinceramente: adesso sono felice, non tornerei indietro per niente al mondo.

Thank you for smoking

Allora, dicevo, ho smesso di fumare.

A dire il vero, non è il primo tentativo che faccio: l’altro è stato nell’estate del 2008 ed è in tutto durato poco meno di tre mesi. Credo che anche allora fosse iniziato come adesso: a un certo punto, dall’oggi al domani, mi è semplicemente passata la voglia. 

Ieri ho superato il mese senza sigarette, quindi mi accendo una candelina e mi faccio gli auguri.

La mia storia con le sigarette è iniziata molto presto, più o meno a 15 anni. La prima l’ho provata a un Capodanno a casa di un’amica, da sole sul balcone, di nascosto dagli altri invitati alla festa. Poi, per qualche tempo, io, lei e un’altra abbiamo sminuito il nostro fumare nascoste nei parcheggi col fatto che compravamo le Camel extra slim, che tanto non ci facevano di certo male come le altre.

A un certo punto è diventato di moda e siamo tutte passate alle Marlboro Light, che ancora costavano meno di tre euro (ma erano sempre le più care) e ne accendevamo un paio ogni sabato sera, mentre chiacchieravamo sedute ai tavoli del locale dove si riuniva la gioventù del mio paese. Una sera è entrato persino mio padre con un suo amico mentre ne stavo fumando una, che è istantanemanete finita sotto la sedia.

A un certo punto mia mamma ne ha trovato un pacchetto in borsa e quando me l’ha detto lo ha fatto in un modo tipicamente suo: “sono pure le stesse che fumo io!”, non riuscendo nemmeno a sgridarmi.

Le sigarette, poi, negli ultimi anni di liceo, sono diventate il collante tra noi compagni di classe durante la ricreazione. Il nostro professore di biologia ci inseguiva per il cortile per intimarci di spegnerle, ma io, non so come ho fatto, non mi sono mai fatta scoprire.

La mattina prima della terza prova della maturità ho ricevuto una telefonata in cui candidamente mi si diceva: “sta arrivando tuo papà a portarti la colazione. Ah, gli ho detto che fumi”: mia mamma, anche qui. Non mi sono mai arrabbiata così tanto.

Arrivata all’università ho toccato i picchi più alti della dipendenza: la maggior parte delle persone che frequentavo ne abusava: le mie amiche in appartamento, i compagni di corso, i fidanzati. Ho sostituito le Marlboro con le Camel Azzurre e poi con le Winston Blu, che sono state con me fino a un mese fa.

Adesso le ho lasciate di nuovo, senza sbattermi dietro la porta né piangere o urlare: è stata una separazione consensuale e abbastanza indolore. Ho sentito la loro mancanza solo in un paio di momenti di pesante nervosismo. Lì le avrei volute con me di nuovo, perché da qualche parte nel cervello mi si è annidato un pensiero di nicotina che è convinto che grazie a loro troverei di nuovo la calma. Per ora le ho dimenticate bevendo tisane e pulendo ossessivamente casa e cucinando muffin a tutti i gusti. Smettere di fumare non mi ha ancora fatto ingrassare, piuttosto mi ha fatto diventare una casalinga.

 

 

E pensare che mi ero pure portata da studiare

Avevo deciso di scrivere un post sul fatto che ho smesso di fumare (e prima o poi lo farò), ma stamattina in treno ho assistito all’ennesima scena di umano disagio e non posso fare a meno di condividerla.

Per tornare a Bologna, mi sono nuovamente affidata al modernissimo e costosissimo frecciaqualcosa che, da qualche tempo a questa parte, ho deciso di prendere per i miei spostamenti perché è l’unico che non mi fa arrivare in ritardo e perdere le coincidenze.

Appena mi siedo, sento una donna, qualche fila più in là, lamentarsi a voce alta con il controllore (una donna anche lei) per qualcosa che riguarda il fatto che “ha pagato 70 euro per andata e ritorno e ha almeno il diritto di lavorare”. Dopo un po’, capisco che il problema è che non arriva la corrente al suo pc, perché il controllore, visibilmente alterato, le dice che le prese funzionano e quasi la manda a quel Paese.

Mi sento immediatamente solidale con la donna, convinta che si tratti del solito disservizio di Trenitalia, che fa pagare sempre di più i biglietti e non è quasi mai in grado di garantire il minimo che uno pretenderebbe da un viaggio in treno. Dopo dieci minuti inizio a capire che c’è qualcosa di diverso.

La donna si alza dal sedile e si rivolge a un altro controllore seduto nella fila di fronte (evidentemente in pausa) e inizia a dire delle cose sempre più insensate: “di che colore è il vostro treno?”, a cui lui dà una risposta niente male: “veramente il treno non è mio, comunque è un frecciargento”. Al che la signora inizia a inveire contro il colore grigio, che secondo lei è l’origine di tutti i mali:

“il treno grigio significa che qui non fate arrivare apposta l’energia ai computer! Fate in modo che la gente non possa lavorare per obbligarla a parlare con i vicini di posto. Perché chi ti fa il biglietto SA DOVE VAI e ti assegna i vicini adatti a parlare con te!” Io penso che, con la sfiga che ho di solito con quelli che mi si siedono accanto in treno, evidentemente questo sistema con me non funziona.

La donna continua, inviperita: “il mio computer l’ho comprato 8 anni fa e l’ho pagato 3000 euro e mi protegge tutti i dati!”: come a dire due cose: la prima, che non è colpa del suo computer se non arriva la corrente elettrica, perché quello è un accessorio di lusso che quasi dieci anni fa sarebbe costato quanto ora ti fanno pagare un Macbook Pro; la seconda, che qualsiasi tentativo di phishing stiano facendo quelli di Trenitalia ai suoi danni, il suo sistema proteggerà tutti i suoi dati.

 

“La prossima volta, mi raccomando, il treno: bianco o rosso! Grigio non va bene! Guardi che io mi rivolgo a Federconsumatori, perché questa è una cosa molto grave!”.

Forse a questo punto dovrei fare una precisazione: la donna in questione era una signora giovane che all’apparenza sembrava del tutto “normale” (non come quella qui sotto, per intenderci).

L’ultima cosa che le ho sentito dire, prima di scendere alla mia fermata, è stata: “è colpa dell’energia nucleare”.

Ora, capisco che la dietrologia ormai stia contagiando un po’ tutti (me compresa, che mi sto convincendo sempre di più che l’uomo non è mai atterrato sulla Luna e che ho anche appena letto questo) e che ormai abbiamo paura di qualsiasi cosa, dalla valigia lasciata incustodita in aeroporto alla meningite allo spread, però è necessario che ci diamo una calmata e facciamo tutti un respiro profondo.