Mentre fuori piove

Ritorno qui nel colpo di coda della mia mini influenza presa nel weekend.
(Non posso non corredare ogni alterazione del mio corpo con qualche sana preoccupazione, sempre più grande del dovuto).
Ma tant’è.
Venerdì si parte e si sta per una settimana sotto la neve a Liverpool. L’amica con cui vivo oggi mi ha chiesto: “Cosa farete?” e io ho risposto: “un pellegrinaggio”.
Nel frattempo posso finalmente dire che sto lavorando. Perché mi hanno scritto un contratto (seppur dandomelo dicendomi: “non credere che averlo o non averlo ti cambi qualcosa. Non ti dà nessuna garanzia, visto che è rescindibile in qualsiasi momento”. Beh, grazie e welcome on board!), perché sto guadagnando anche qualcosina e perché non andrò più in vacanza ma in ferie.
Poi faccio l’Università. Incrocio quasi per caso i miei compagni di facoltà a qualche corso superstite del mio piano di studi, ma i discorsi che sento in aula (quelli rubati poco prima che il professore accenda il proiettore) non mi piacciono. Mi annoiano, posso dirlo? Mi sembrano sempre gli stessi e pericolosamente banali. Ho paura, di questi discorsi smozzicati, perché chi li fa sono quelli che dovrebbero inventare, creare, esplodere, rinnovare, e invece mi pare che prendano le strade più comode e meno faticose (faccio una cosa orribile, cioè mi autocito, vogliate perdonarmi).
Meno male che ci sono i giochi in scatola, i letti dove raggomitolarsi quando la febbre si alza un po’, i dolci e i risotti, i mobili nuovi, le email degli amici che hanno le tue stesse sensazioni, le piccole soddisfazioni cui aggrapparsi quando a livello macroscopico le cose non vanno.

Perché è meglio non mangiare troppe merendine

Io sono un po’ preoccupata.

Sono preoccupata per le persone che, diciamo politicamente, la pensano come me. Cioè quelli che sanno perfettamente di avere idee di sinistra e per i quali Berlusconi, la Lega e quello che ci va dietro sono esattamente al polo opposto di tutto ciò in cui credono e che portano avanti giorno per giorno.

Ora. Con un PD non pervenuto, un Bersani poco credibile, un’Italia dei Valori che per un secondo aveva dato fiducia e che adesso è tornata ad essere un grosso punto interrogativo, mi sono improvvisamente resa conto di una cosa. Che la donna e l’uomo di sinistra italiani, ormai, hanno fatto pace con se stessi e si sono tranquillizzati, avendo finalmente trovato dei nuovi padri e leader, da orfani quali probabilmente si sentivano. Ma li hanno trovati nei posti sbagliati, ovvero tra le righe di un giornale (Travaglio), di un libro e poi sul piccolo schermo (Saviano), in qualche programma di satira (Sabina Guzzanti, Beppe Grillo, Daniele Luttazzi, Ascanio Celestini), a conduzione di un programma televisivo (Dandini, Santoro, o l’ultimo Mentana col nuovo Tg de La Sette).

Non troppi anni fa, nelle serate di un appartamento di sole donne che abbaiavano e ringhivano contro chiunque ammettesse di aver votato per il PDL, ci sentivamo veramente fighe a proclamare tutti loro, o quasi, come i nostri nuovi rappresentanti. Ed eravamo appagate così: andavamo a votare l’unico partito che sembrava potesse darci fiducia, ma, in fondo, perché ci piaceva quello che dicevano loro, che sapevamo avrebbero votato come noi. Ogni volta che uno scrittore, un comico o un attore si erge su un palco e dice qualcosa contro Berlusconi, gli si chiede subito se fonderà un partito. Ormai, politicamente, a sinistra siamo alla frutta e andiamo alla disperata ricerca di qualcuno nelle cui mani mettere il nostro destino. Perché si fa così, negli Stati grandi e popolosi, dove non ci si può più riunire tutti in assemblea a discutere: ci si fa rappresentare. Solo che se, sì, noi intellettuali col dolcevita nero amiamo chiacchierare la sera, con un bicchiere di rosso in mano, dell’ultimo articolo comparso su “Il Fatto Quotidiano”, o di certo siamo tutti andati a vedere “Draquila” al cinema, questo non basta. Perché è necessario che nelle istituzioni ci sia qualcuno, che sappia fare il suo mestiere perché l’ha studiato e praticato onestamente, che si faccia portavoce, garante ed esecutore dei bisogni nostri e di quello che dicono gli attori e i giornalisti. Che fanno un altro lavoro, non fanno i politici. E invece, in questo Paese, a mettersi contro il ministro dell’Interno sul tema della mafia è stato uno scrittore.

La morale della favola è: stiamo attenti a non farci appannare la vista da queste iniezioni di zuccheri che salgono al cervello e migliorano momentaneamente l’umore, perché passano subito e servono a poco.

Piece of advice

S’inaugura oggi un’altra rubrica inutile di questo blog. Per chi deve comprarsi un libro, un ciddì o un film e non sa quale. Ecco cosa ho per le mani io questa settimana.

Un libro:

Chiara Gamberale, Le luci nelle case degli altri.

Perché: perché lei è sempre una certezza, quando si ha voglia di immedesimarsi in qualche personaggio stralunato. Mi ricorderò sempre come, a una conferenza, disse, un po’ ridendo, che i suoi lettori li riconosce perché alle presentazioni dei suoi libri si guardano tutti con gli occhi sbarrati, e si capisce di avere le stesse turbe.

 

 

Un film:

That touch of mink

Perché: per ridere, perché si ride così solo con queste commedie. Perché tutte avremmo avuto la stessa reazione di Doris Day, che, entrando infuriata nell’ufficio di Cary Grant per dirgliene quattro a causa del vestito che lui le ha rovinato, rimane inebetita e non riesce a fare altro che sbattere gli occhioni. E perché un’amica come Audrey Meadows ogni tanto ci vorrebbe.

 

Un disco:

Jamie Lidell, Compass

Perché: per riacquistare il buonumore, nel caso in cui novembre se lo sia portato via. E anche per accompagnare qualche sospiro d’amore.

La sottile arte della discriminazione

Certe cose mi fanno letteralmente vedere rosso.
Una di queste è sentire che si dà del tu a chi non è bianco di pelle. Anche alle persone anziane, anche da parte di chi lavora in uffici o luoghi aperti al pubblico dove la regola è dare del lei a tutti.
A tutti, tranne a chi è un po' troppo scuro, a chi magari ha un italiano un po' stentato, che fa fatica a capire e ha bisogno che gli si parli lentamente, se ha bisogno di un'informazione.
La sento troppo spesso, questa cosa, e mi fa veramente incazzare. Ma incazzare a tal punto che mi metterei a urlare per strada, quando succede.
Ho sempre pensato che uno dei primi segni di civilità per un popolo è abituarsi a parlare in maniera corretta. Ma non intendo solo, per esempio, usando i verbi giusti, "corretta" anche nel senso di non discriminatoria, giusta, equa. Ci si deve rendere conto che le parole hanno il loro peso, non si possono buttare a caso, in un discorso, credendo che non abbiano delle conseguenze.
La lingua è la prima barriera da superare, anche attraverso queste attenzioni grammaticali, che sembrano banali e insignificanti, ma a quanto pare vanno insegnate, se non, addirittura, imposte.