Io e il servizio sanitario regionale, una storia d’amore. Parte seconda

Scelgo tra i medici dello studio vicino a casa mia una donna, per il semplice motivo che è l’unica che riceve senza appuntamento.
Alle dieci del mattino di un paio di giorni dopo mi dirigo, ancora allegra, verso la meta.
Entro nello studio, che è su due piani, enorme. I medici lì dentro saranno almeno una decina. C’è un gigantesco display in cui si alternano serie infinite di numeri, e ci metto un po’ a capire dove sia la colonnina dove premere il pulsante accanto al nome della prescelta, la dottoressa F.
Sono vagamente stordita dal numero impressionante di persone in sala d’attesa, e mi metto in piedi di fronte alla porta del suo studio, dicendomi che comunque non ci sarà molto da aspettare, vista l’apparente efficienza del sistema per smistare i pazienti. Una signora anziana, anche lei di fronte alla stessa porta, sbuffa da dieci minuti. Quando intercetta il mio sguardo, borbotta nella mia direzione: "Non è possibile, sarà dentro da mezz’ora… " Purtroppo intuisco che sta parlando di una paziente della dottoressa F. "Ma è sempre così?" domando, speranzosa, ridacchiando nervosamente. "Sempre, seeempre, seeeeeeeeeeeempre…" mormora lei, allungando la "e" a dismisura. Inizio a sudare freddo.
Per un po’ resto in piedi, ma quando le lamentela della donna mi diventano insopportabili, vado a cercare un posto a sedere. Questa volta mi sono portata un libro, e mi eclisso per un po’. Quando alzo la testa, vedo che la sala d’aspetto si sta svuotando, e rimaniamo in poche anime. Alcuni iniziano a chiacchierare, e ascoltando i loro discorsi ho un’illuminazione improvvisa: stiamo tutti aspettando la dottoressa F., che tiene nel suo studio ogni paziente per un’infinità di tempo.
Due pensieri contrastanti si affacciano alla mia mente: il primo, consolante, è che sia una persona scrupolosa, che ha veramente a cuore la salute delle persone e non le lascia andare prima di essersi accertata di aver dato il consiglio giusto. Il secondo, splatter, è che ci metta così tanto perché si nutre di cervello umano e viviseziona ogni volta i pazienti per averne un po’ e mantenersi in vita. Scacciando questa divagazione alla Romero, riprendo con la mia lettura.
Il tempo sembra dilatarsi, e dopo qualche ora mi sento precipitata in una dimensione parallela, l’Universo delle Sale d’Aspetto, in cui si perde tutta la povera gente vittima dei ritardi delle diverse tipologie di medico. Urgh.
Finalmente, all’una meno dieci, arriva il mio turno. Apro la porta dello studio, il sorriso mi muore immediatamente sulle labbra. Ad attendermi, la famigerata dottoressa F.

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