Io e il servizio sanitario regionale, una storia d’amore. Parte prima

Dopo aver controllato qual è il CUP metropolitano più vicino a casa mia, esco di casa con spensieratezza. Sono anche abbastanza emozionata, mi sento una persona adulta che si prende la responsabilità della propria salute, e non vedo l’ora di conoscere il mio nuovo medico. Me lo figuro come un uomo brizzolato di mezza età, sorridente e disponibile come quello che avevo da bambina. Forse, mi dico, sulla scrivania avrà la foto dei figli e un piatto pieno di caramelle.
Entro in ambulatorio circa alle due del pomeriggio, mi faccio indirizzare allo sportello giusto, e prendo il numeretto.
Il cartello affisso recita "Scelta e rinuncia del medico di base e del pediatra. Assistenza sanitaria per stranieri".
Immagino che ci sarà un po’ da aspettare, ma sono ancora beatamente inconsapevole di quello che mi aspetterà da quel giorno in poi, e mi metto in coda.
Dopo poco più di un quarto d’ora, mi rendo conto che i numeri che lampeggiano sul display sono aumentati solo di poche cifre (e per poche intendo due o tre) e, considerando che il mio turno sarebbe arrivato solo una ventina di pazienti dopo, decido di tornare a casa.
Bevo un caffè, chiacchiero con la mia coinquilina, e verso le tre ritorno al CUP. I numeri sono mollemente aumentati di una decina. Decido di andare a comprarmi un giornale, e mi siedo in sala d’aspetto.
Quando finalmente è il mio turno, mi dirigo tutta contenta allo sportello. L’operatrice che mi accoglie è una signora affabile, che mi consegna immediatamente un raccoglitore con l’elenco dei medici disponibili. Compilo una carta con i miei dati, ma quando lei legge che sono una studentessa, mi avvisa che ho un’altra opzione.
L’Università a cui sono iscritta è convenzionata con il servizio sanitario regionale, e per gli studenti fuori sede è possibile scegliere un secondo medico di base, pur mantenendo quello del comune di residenza.
Perfetto, farò così.
In tal caso, devo però rivolgermi direttamente al medico.
Quindi andare lì è stato praticamente inutile.
Mi faccio stampare gli orari di uno studio dalle parti di casa mia, ringrazio e saluto. Esco di lì alle cinque passate.

Tempo perduto: tre ore.

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