Ho definitivamente smesso di sopportare:

-gli scorbutici e tutti quelli che non sorridono. Diffido sempre, di chi non sorride;

-chi non ringrazia e chi non è riconoscente, cioè tutti quelli che credono che ogni cosa sia loro dovuta;

-chi ti sta attaccato in coda e chi ti si affianca, quando è il tuo turno, senza aspettare che tu finisca;

-chi parla e commenta ogni scena al cinema;

-quelli che ti fischiano per strada: ho superato il limite con un “ullallà!” e un "oh my God!";

-chi arriva sempre in ritardo senza alcun motivo;

-chi, dopo un “come va?”, non risponde “e tu?”;

-chi parla ininterrottamente degli affari suoi per delle ore prima di lasciarti un po’ di spazio per dire qualcosa;

-chi ti è stato appena presentato e mantiene subito le distanze, non cercando di coinvolgerti nella conversazione tra lui e la persona che avete in comune.

Afraid of what?

La paura mi ha sempre bloccata perché fuggivo le situazioni, anche quelle più sciocche, senza nemmeno fare il tentativo di affrontarle. Le raggiravo come un animale che sente il pericolo anche dove non c’è, credendo di riuscire a proteggermi meglio facendo così. Piano piano, il cerchio delle cose inaffrontabili si allargava come una big babol, e appena arrivava l’imprevisto, lui stesso s’ingigantiva, finché la bolla non esplodeva. Poi tutto ricominciava daccapo.
Non è un luogo comune, dire che l’unico modo per superare una paura è passarci attraverso, anche con violenza. Anzi, di solito vale la regola dello strappo del cerotto.
Magari durante il tragitto chiudo gli occhi per non guardare, o tengo la mano di qualcuno, ma l’importante è capire che l’uscita è molto più vicina di quello che mi ero immaginata e, soprattutto, di là sarò di nuovo da sola. Non nel senso più claustrofobico del termine, ma in quello più forte, pronta ad attraversare una difficoltà nuova, questa volta senza aver lasciato quelle precedenti in sospeso.

Le Printemps d’Alice

Mi ritrovo di nuovo a parlare di moda, di Parigi, e di Alice nel Paese delle Meraviglie.

Le Printemps è uno dei primi “grandi magazzini” della città. Si trova in Bouvelard Haussmann, proprio vicino alle Galeries Lafayette, ed è tutt’ora una mecca dello shopping.

In queste ultime settimane di attesa prima dell’uscita del nuovo film di Tim Burton, anche a Parigi è ufficialmente esplosa l’Alice-mania. Infatti, le Printemps ha dedicato alcune delle sue vetrine proprio a lei, dando massima libertà a un gruppo di designers internazionali che hanno usato la loro immaginazione per creare il loro personali vestiti da Alice. Tra questi, Haider Ackermann, Manish Arora, Chloé, Ann Demeulemeester, Christopher Kane, Nicholas Kirkwood, Maison Martin Mariangiela, Bernhard Willhelm, e Alexander McQueen, visionario stilista recentemente scomparso.

Come tributo al leggendario Tea Party del Cappellaio Matto, Printemps e Ladurée (il famoso marchio francese di pasticceria) hanno installato una vera e propria sala da tè all’interno del negozio.


In scena fino al 14 marzo.

My Empire of Dirt

Stasera erano in tre, intorno a quel tavolo. Hanno chiacchierato e riso per delle ore.
Tre donne di età diverse, che fanno cose diverse, nate in città diverse.
Una studia, una lavora, la terza sta finendo il dottorato all’Università.
Due di loro si conoscono da quand’erano bambine.
Due hanno studiato insieme.
Due si sono presentate stasera.
Una è figlia unica di genitori separati, una ha una sorella che sta cercando di avere un bambino, l’altra ha un fratello molto più vecchio di lei nato dal primo matrimonio della madre, e un altro fratello con cui condivide il papà.
Fisicamente, sono diversissime.
Due sono fidanzate, una ha finito la sua ultima storia solo un mese fa.
Eppure, una cosa in comune ce l’hanno: sono state, chi prima e chi dopo, maltrattate da qualcuno. Psicologicamente, fisicamente, o entrambe le cose. Sono state umiliate dalla persona a cui volevano bene, che amavano, dalla quale hanno subito, per mesi o per anni, un qualche tipo di violenza ingiustificata, animale, malata. 
E non sono le uniche.
E mi chiedo perché. Perché ci si lascia trascinare in queste spirali di distruzione. Quali sono le colpe che si crede di dover espiare. Qual è il sottile confine tra amare e farsi male.

Io e il servizio sanitario regionale, una storia d’amore. Parte quinta

Dopo essere finalmente riuscita a prenotare queste dannate analisi del sangue (che peraltro ho fatto stamattina, n.b.) senza particolari traumi, decido di liberarmi dalla dottoressa F.
Perlomeno cambiando medico, non fisicamente.
Questa volta ho già un nome, e mi è stato assicurato che questo dottor F. è una brava persona. Nonostante l’iniziale, mi fido.
Prima di fare qualsiasi mossa azzardata, telefono di nuovo al numero verde del servizio sanitario, spiegando con precisione la mia situazione di studentessa fuori sede (per cui ci sono
queste condizioni). 
"Devo andare al CUP?"
"Sì, sì, deve fare di nuovo la rinuncia al medico di base"
"È sicuro? Non posso andare direttamente dal medico che ho scelto?"
"Sì, sì, signorina. Vada al CUP"
Indovinate? Sì, devo andare direttamente dal medico. In coda all’ambulatorio ho perso altri buoni quaranta minuti.
A un mese di distanza dall’inizio di questo calvario, spero di poter scriverne, finalmente, l’epilogo.

Io e il servizio sanitario regionale, una storia d’amore. Parte quarta

No, non posso prenotarle lì, l’informazione è, naturalmente, sbagliata.
Ma questo lo scopro solo dopo aver girato almeno quattro farmacie, che per un qualche strano caso hanno tutte dei problemi: in una manca l’operatore che si occupa di sbrigare queste pratiche, in un’altra il computer non funziona, in un’altra sono impegnati in un trenino di Capodanno in ritardo, come solo Trenitalia sa garantire. Arrivo sudando e ansimando nell’ultima, nella quale hanno già interrotto il servizio, ma mi fanno lasciare le impegnative, per riprenderle il giorno seguente.

Tempo perduto: un’ora.

Il mattino dopo ritorno, pregando in cirillico tutti i santi e le madonne che conosco affinché pongano fine alla mia agonia, ma il farmacista al quale chiedo pietà mi guarda di sbieco da sotto il ciuffo biondo:
"Signorina, lei non risulta iscritta all’anagrafe sanitaria, deve passare dal CUP prima di prenotare le analisi. Ho anche chiesto spiegazioni alla dottoressa F., e mi ha risposto che è perché ha appena fatto il cambio di medico".
Ringrazio, saluto ed esco.
Squarcerei il mattino con un urlo animalesco. Mi guardo le mani, temendo di essere diventata verde.

Tempo perduto: almeno un’ora di sonno.