Blackbird

Ho fatto il nido. Ho messo le lenzuola pulite, ho passato l’aspirapolvere, ho piegato i maglioni nell’armadio, ho messo lo spazzolino in bagno, ho comprato il caffè. Ho passato talmente tanto tempo a cercare un posto che fosse mio, che adesso che ce l’ho, continuo a guardarmelo come se non fosse reale. Passeggio in ogni stanza e accolgo ogni particolare. Mi succede sempre così, quando ho una cosa nuova che mi piace, la devo guardare un milione di volte (un quadro appena appeso, una pagina appena scritta, un paio di scarpe appena comprate, un pavimento appena pulito, una foto appena scattata). Provo un piacere fisico, nell’accarezzare con lo sguardo i mobili, gli oggetti sistemati dappertutto con il loro ordine azzurro, lo specchio grande in bagno, le chiavi appese nell’ingresso. Quando rientro, mi investe il suo profumo, e sorrido sempre, ogni casa ha il suo, e questa sa di buono. Ho fatto pace con questa città, ho capito che non era colpa sua, se scappavo sempre, se mi stava così antipatica. E’ stato facile. Non ho dovuto fare nulla, le cose sono successe da sole tutte insieme, ed ho preso una direzione in maniera talmente naturale da chiedermi dove fossi stata, in tutti questi anni. E anche se ho ancora un sacco di cose da decidere, mi sento bombardata d’affetto da ogni parte, casa compresa, perciò, dopo un sacco di tempo, mi sento serena. Ok, nessuno si allarmi di questa serenità, la prossima crisi mi sta di sicuro aspettando dietro l’angolo. Speriamo solo di non prendere quella strada, almeno per una volta.

Mulini a vento

Al Fus sono stati chiusi i rubinetti, l’Università è diventata un salvadanaio da cui pescare per le spese extra, i cervelli continuano a fuggire perché nel nostro Paese “Ricerca e Sviluppo” potrebbe essere il nome di un reality sulle nuove frontiere della plastica al seno, i cineasti e gli artisti in genere sono considerati dei parassiti e adesso leggo questa novità, che fa esplodere il mio cuore di gioia:

“Nei dati dell’Unione Europea, dai quali l’Italia esce a pezzi, è racchiusa (…) un’atroce conferma(…). La giornata dell’italiano medio comincia non leggendo il giornale, prosegue non comprando dischi o libri, e finisce non andando ad un concerto o a teatro. Il che spiega come una famiglia italiana spenda per cultura e ricreazione circa la metà di una famiglia inglese o tedesca. Ma tout se tient: in Italia la percentuale dei laureati è la metà della media europea, mentre l’editoria dà lavoro a 40.000 dipendenti contro i 180.000 della Germania. (…) un europeo, quattro volte su dieci, alla parola “cultura” associa la musica e il teatro (…) Per gli italiani cultura vuol dire tutt’altro (…) soprattutto famiglia, in piena sintonia con un’assordante campagna mediatica fra i cui effetti  c’è anche la scarsa considerazione per valori quali libertà di opinione o tolleranza(…).” G. Montecchi su L’Unità del 26 ottobre.

Ecco. Meno male che io posso andare in giro a vantarmi di avere una laurea, leggere un quotidiano al giorno, comprare dischi e libri, andare al cinema, ai concerti e pure a teatro (pure!).

Mio dio, come mi sento sovversiva.

 

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Nel Mulino che vorrei

Qualche giorno fa la Corte di Cassazione ha pronunciato un’importante sentenza che estende anche alle coppie di fatto la tutela prevista per i reati di maltrattamenti in famiglia. L’occasione è stata data dalla conferma della condanna a un anno e 8 mesi di reclusione, inflitta dalla Corte d’appello di Cagliari ad un albanese ritenuto responsabile di maltrattamenti in famiglia, violenza privata e ricettazione.

La sentenza recita: “C’è famiglia se c’è mutua assistenza e solidarietà”, non “c’è famiglia se c’è matrimonio”, oppure “c’è famiglia se la coppia è formata da un uomo e una donna”.

Io, per esempio, che per famiglia intendo tantissime variazioni sul tema, abolirei per legge le pubblicità della Mulino Bianco (preferisco gli Adams).

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Libertà di colore

Lo sappiamo tutti, quello che è successo al giudice Mesiano, il pedinamento e l’accusa di stravaganza, nell’intento di screditare pubblicamente “l’uomo del Lodo Mondadori”.

Premetto che, se tutte le volte, che aspetto il mio turno dalla parrucchiera fumando una sigaretta, mi pedinassero, verrebbe fuori che sono incredibilmente stravagante anch’io. Ma la cosa che mi spaventa di più in assoluto in questa storia, è proprio l’attenzione morbosa sul colore dei calzini indossati dal giudice. Dovremmo iniziare ad andare in giro tutti uguali, in divisa? Ci sarà un abito obbligatorio per il popolo?  Mi sembra una specie di razzismo dell’abbigliamento, il colore del calzino come il colore della pelle.

E allora io dico, prima che anche le calze della Befana siano sottoposte ad un giudizio politico, mettiamoci tutti non solo i calzini azzurri, ma anche quelli millerighe, che facciano eco alla bandiera della pace e all’arcobaleno del movimento omosessuale, che di questi tempi abbiamo decisamente bisogno di farci forza l’un l’altro.

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Il tour dell’amore

Io, di tutta la storia, ci vedo soprattutto la parte romantica, cioè quella che mi fa gridare al miracolo (ma allora esistono ancora i famosi “uomini di una volta” che si brontola sempre che non ci sono più!). Insomma, mi fa un certo effetto leggere che un ragazzo di 24 anni, di Torino, ha deciso di andare dalla fidanzata, in Vespa…in Giappone. Sono lontani i tempi in cui qualcuno andava a cento all’ora a trovar la bimba sua, perché qui, con le frontiere che si abbattono (più o meno), per cantar la serenata si deve arrivare fino a Kyoto.

Il giovane eroe è tale Giuseppe Percivati, “Perci” per gli amici, è partito ad agosto e sta per arrivare alla meta (qualche giorno fa scriveva sul suo sito www.percitour.it che doveva ripartire da Calcutta, per arrivare in Thailandia il 17 ottobre). Io sto aspettando di vedere la foto che lo immortalerà finalmente tra le braccia della sua fidanzata. E sospirerò rumorosamente.

I’ve just seen a face

Hai presente quella cosa, quella corrispondenza di pensieri? Dai, me l’hai scritto tu, qualche giorno fa. Sì, c’è, lo confermo, è viva, là sotto, ogni tanto si nasconde, è un po’ selvatica, la dobbiamo addomesticare perché secondo me la spaventiamo, ancora. E’ come quando prendi un animale nuovo in casa, fa il timido, piagnucola, si deve ancora abituare ai nuovi padroni. 
Ci sono dei momenti in cui vorrei ripulirla da tutto il sostrato di cazzate, lucidarla e farla brillare, scoprirla del tutto, tirare fuori il nocciolo e metterlo al sole, bianco, liscio.
Però poi mi dico, che quello che sembra una specie di involucro che la nasconde, in realtà è parte di essa. Il contenente per il contenuto. E sorrido, mi fa sorridere in continuazione.
E ho pazienza, non perché voglio che quella corrispondenza diventi perfetta, ma perché so che là sotto c’è qualcosa ancora di ignoto che sta aspettando solo che ci mettiamo le mani e lo tiriamo fuori.
Che giro di parole infinito per dirtelo, eh?
(Lo sai, per dirti cosa).

Scritturaterapia

Ci sono giorni in cui mi sento piccolissima, debolissima, una bambina di cristallo che se la tocchi la rompi.
Sono i giorni in cui sto rifugiata dentro casa e tremo (letteralmente) di paura, e ho ancora bisogno della mano di qualcuno che rimanga l’unico sostegno, e mi ci aggrappo per non farmi trascinare giù.
Sono quei giorni che si sistemano tra altri due, e quei due che stanno intorno sono come colonne portanti, che sostengono tutta la struttura. Perché sono momenti felici, come il giorno di ieri e come quello di domani. In mezzo, il giorno d’oggi, che è stato pieno di preoccupazioni sovrapposte, che si sono manifestate nel silenzio.
Io il silenzio e la solitudine li ho sempre amati, ed ora li detesto. Li riempio di pensieri che si incatenano l’uno con l’altro e si gonfiano, fino ad esplodere.
Mi manca l’aria per un attimo.
Poi il cuore ritrova il suo battito regolare, e si fa domani, ed è un giorno bello.