Muratori sul tetto

A volte mi sembra di essere in uno di quei cartoni animati in cui un qualche personaggio tenta di trattenere l’uscita dell’acqua da una diga. Ci sono tanti buchi dai quali escono gli zampilli. Tappandone uno, se ne libera un altro, e così via, all’infinito (due mani e dieci dita non sono mai abbastanza per arginarla definitivamente).
Quando qualche aspetto della mia vita inizia a fare acqua, investo tutte le mie energie per tappare il buco, ma poi, da qualche altra parte, qualcos’altro inizia a sgocciolare. E non è mai finita, c’è sempre qualcosa da lasciare in sospeso per accorrere a salvarne un altro pezzo.
Vorrei essere un centimani e millepiedi per sistemare tutto e andare dappertutto.

raccogliere tempesta

Quello che è rimasto, togliendo tutti gli orpelli esterni, è solo un grumo di rabbia. Ogni tanto sale su per la gola ed esce dagli argini, incontenibile, straborda. Mi tremano le mani, il cuore batte all’impazzata e mi va il sangue alla testa, alzo la voce, me la prendo con qualcuno (a caso), per qualcosa (a caso). Quando risalgo all’origine, scopro che il punto di partenza era, in realtà, molto lontano da quello di arrivo.
Vorrei estirpare una volta per tutte questo insopportabile dolore che riposa nel fondo. Non riesco ancora a farne una pulizia completa, si riforma ogni volta, celato sotto strati di ottimismo.

seminare vento

Mi capita di avere paura di emozionarmi troppo. Ultimamente mi sento dire, sempre più spesso, che "io non piango mai". E purtroppo è vero, faccio sempre più fatica a sciogliere la tristezza in lacrime, ad esplodere in quelle crisi di pianto di cui ero maestra (protagonista della mia rappresentazione tragica personale, fatta di mugugni e strilli), che duravano dei quarti d’ora, e delle buone mezz’ore, a volte, se volevo consapevolmente farmi del male e mi mettevo ad ascoltare quelle canzoni particolarmente tristi, e che sadicamente sapevo mi avrebbero fatto effetto. Il fatto è che, dopo, mi sentivo leggera, svuotata. Adesso mi rimane tutto bloccato in gola, non va né su né giù, non lo riesco ad infilare da nessuna parte, non ho più spazio nei cassetti, non posso gettare più polvere sotto il tappeto né ho un bidone della raccolta differenziata che possa contenere tutte le magagne che mi farebbero tanto piangere. Ho imparato a trattenere tutto, come se avessi il terrore di non riuscire a reggere il colpo, se iniziassi ad espellere. So da tempo che non posso mettere sotto controllo ogni aspetto della mia vita (una specie di Big Brother di me stessa), ma anche se me lo ripeto in continuazione, mi sembra di adottare lo stesso le soluzioni sbagliate.
A volte ho anche paura di ridere troppo. Che la gioia sia talmente tanta che non riesca a contenerla, e mi faccia esplodere in un milione di piccoli pezzi. Sarebbe un bel modo di morire. Se non fosse che, invece, una felicità così grande è sempre seguita dalla malinconia struggente del ricordo.
Maledizione a questi circoli viziosi della vita.

Vorrei

Prendere il coraggio a quattro mani e trasferirmi a Torino. E poi fare immediatamente domanda per l’Erasmus a Parigi.
Comprare un biglietto aereo per Buenos Aires.
Essere assunta in quella redazione di quel giornale.
Vincere quel concorso.
Avere un’idea geniale che qualcuno finalmente mi pubblichi.
Poter dire un giorno: sì, parlo correttamente inglese, francese e spagnolo.
Fare quell’incontro fatale che finalmente cambi il corso degli eventi.

Fobie ed altre delizie

A volte penso seriamente che potrei impazzire. Devo solo scegliere in quale modo.
La sindromi ossessivo-compulsive sono quelle che sento più affini a me. Si allarga ogni giorno di più la categoria delle cose che non posso fare, usare, dire, perché portano sfortuna. Prima tra tutte, una tazza con la foto di Abbey Road che mi piace tantissimo ma che è intoccabile da quando ho letto la storia delle teorie di PID (Paul is dead). Non chiedetemi perché. Qui la razionalità è bandita.
Ho un catalogo di fobie in continua evoluzione che probabilmente mi porteranno un giorno a chiudermi definitivamente in casa, quando finalmente avrò raggiunto la pace dei sensi, cioè la paura di TUTTO.
Ultimo in ordine di apparizione. l’incidente aereo. Non solo, dopo una vita di viaggi anche parecchio lunghi fatti utilizzando questo mezzo di trasporto, ho improvvisamente iniziato ad essere parecchio infastidita dal prenderne uno, ma la cosa più divertente è stare in pensiero ogni qualvolta deve salirci qualcuno che conosco (capite che, con amici e parenti che ultimamente sono stati dappertutto, l’ultimo periodo è stato un po’ stressante).
La paura dei temporali è un’altra simpatica new entry: mi è bastato vedere le foto dei danni che recentemente ha fatto una tromba d’aria da queste parti, che ogni volta che soffia una brezza leggera mi preparo allo scoperchiamento della casa. Per precauzione, ho iniziato anche a spegnere il computer appena qualche tuono risuona in lontananza (non sia mai che mi esploda il modem in faccia, perdìo!). Ho abolito anche il farmi la doccia, quando piove, dato che da qualche parte ho letto che una povera disgraziata è stata colpita da un fulmine che è passato attraverso il rubinetto..o qualcosa del genere.
E’ da segnalare anche il momento terribile che vivo quando accendo la macchina alla quale ho appena fatto il pieno, dato che potrei saltare in aria per l’esplosione del motore (non lo so come mi è venuta in mente questa, ve lo giuro).
Arriverò sul serio a dover accendere e spegnere la luce di una stanza tredici volte prima di uscirne, altrimenti succederà qualcosa di terribile a qualcuno cui voglio bene?
Grazie a dio ho ancora il senso dell’umorismo.
Restate sintonizzati, che di sicuro me ne inventerò di nuove.

Manos al aire

Uno si dice, giro il mondo e poi ritorno e poi mi guardo nelle foto e non mi riconosco più. Viaggi e poi torni e poi tutti ti guardano come se fossi una persona nuova.
E tu ti senti così, per cinque minuti: il sorriso ti si allarga e fai la ruota come un pavone, e sei tutto un "sì Parigi di qua Amsterdam di là e ho fatto questo ho fatto quello blablablablablablablabla…"
E magari è anche un po’ vero, che nel tuo bagaglio c’è qualcosa di nuovo, una voglia appena nata di ripartire, una frenesia di muoversi e di scappare. Scappare dal posto dove sei nata solo per un errore di calcolo del destino, dove ti sei radicata per la troppa paura di vedere cosa c’è al di là, e che adesso ti si fa un po’ stretto intorno.
Scappare dalla vecchia me che adesso vuole fare la muta?
Ma è anche vero che poi sei ancora qui, uguale a te stessa oggi più di prima, a fissare lo schermo del computer contando meno cinque ore (sono le otto di sera, lì da lui, starà cenando? perché non risponde?), e non c’è niente di diverso rispetto a quando dieci anni fa aspettavi una telefonata, mandavi un messaggio fingendo indifferenza: lo struggimento è sempre lo stesso.
Tra un mese passa, la vita riprenderà il suo corso e comincerò a sfarfallare dietro a qualcun altro. Per adesso, va così, nel mio personale romanzo ottocentesco.