la foto della scuola non mi assomiglia più, ma i miei difetti sono tutti intatti.

Sono passate più di trentotto ore. E’ il lasso di tempo più lungo, da un mese a questa parte.
Stavo qui, e pensavo, che in questi ultimi mesi mi sono creata una specie bozzolo temporaneo, una forma necessaria a darmi la possibilità di comunicare col mondo. Del resto, gli altri non ci vedono solo per come noi ci poniamo?
Quand’ero più piccola ero ossessionata dall’idea delle maschere, che nascondevano inesorabilmente quello che sentivo di essere, e che ero convinta che nessuno avrebbe capito. Mi ha sconcertato ritrovare vecchi file di lettere, pagine di diario, che scrivevo quand’ero al liceo, e che ero convinta di non poter mostrare a nessuno perché ero “troppo diversa”: adesso mi rivedo solo come una ragazzina presuntuosa. Diversa da chi?
Adesso ho capito che è un inutile spreco di energia, star lì a cercare le maschere che la gente si mette addosso: lo si fa solo per puro istinto di sopravvivenza, non si potrà mai essere pienamente trasparenti, né con se stessi, né tantomeno con gli altri. Si dovrebbe cercare di essere onesti, che è ben diverso, e coerenti, ed avere dei punti fermi, e non essere delle banderuole che vanno dove gira il vento. La perfezione non esiste, ma il mento è alto, e vi si tende (per forza, altrimenti che sto qui a fare, se penso che le cose non miglioreranno mai?)
Ho appena finito di leggere un racconto di Murakami Haruki, Sonno, e ne sono rimasta profondamente angosciata.