le farfalle meccaniche

Sono arrabbiata.

Distrutta, sfinita, non ce la faccio più.
Ho tentato di essere superiore, di comportarmi bene, di chiedergli com’è andato il weekend e di emozionarmi con lui, ma quando la cosa che mi sono sentita dire è stata “tu lì dentro saresti svenuta” mi sono sentita stupida, e triste _come quando la gente mi chiede se sono stanca perché ho le borse sotto gli occhi e me la prendo perché è vero, e vorrei che non si vedesse e si nascondesse sotto il fondotinta e i sorrisi di circostanza_ Stupida e triste come quando quella sera mi ha salutata dicendo “ne dobbiamo parlare, tu prendi tutto troppo male, bella mia”, e poi non ne abbiamo neanche mai parlato.
Quando ci siamo conosciuti, eravamo piccoli e io sembravo forte e lui debole. Io mi sono presa cura di lui per qualche anno, e la mia vita aveva un senso, e quando mi diceva che non aveva un motivo per svegliarsi la mattina a me si stringeva il cuore perché io un motivo ce l’avevo, ed era lui. Sì,mi ero innamorata come se fosse il mio compagno e perché mi era fedele e conservava per me le parti più belle, mi teneva da parte quell’angolo di sorriso che ogni tanto gli balenava sulla faccia e a me bastava quello. Per questo per anni non ho mai sentito il bisogno di avere un ragazzo “ufficiale”, io avevo lui.
Poi è iniziata l’università, e sono successe troppe cose tutte insieme e nessuno ha mai fatto ordine. Lui è diventato grande, io mi sono fatta piccola. L’universo si è espanso ed entrambi siamo saltati fuori dal nostro lago di papere e cigni dove avevamo sguazzato come due bambini nella piscinetta di plastica. Fintantochè eravamo lì, eravamo protetti, l’acqua non si increspava, nessuno interferiva.
Adesso le interferenze sono maggiori delle assonanze. Ho passato dei mesi terribili credendo di averlo definitivamente perso, perché qualcun altro aveva creato un nuovo habitat e una nuova amicizia in cui ora lui ama rifugiarsi. Poi ho deciso di autoconvincermi che questo significa crescere, accettare che i rapporti siano condivisi, non avere bisogno per forza dell’esclusiva, lasciare dei margini di libertà.
Però mi sembra ancora di stare sulle montagne russe, ogni volta si arriva ad un punto che spero essere quello finale, invece, si ricomincia.
Adesso quelle telefonate che una volta erano piene di significato sono piene di elenchi, la sua voce è così distante che faccio fatica ad afferrarla, sembra che tenga la testa lontana dalla cornetta, pronto a fuggire. Le parole scappano e mi sembra di incollarmele addosso col sapone come l’ombra di Peter Pan.
E dopo questi ultimi giorni in cui è stato in questo posto romantico dove lei l’ha portato, il regalo che ho pensato io è diventato così stupido, le cose che condividiamo insieme così poche e scolorite, che mi manca il respiro.
Mi sento uno strumento scordato, stonato e abbandonato.
E, come al solito, le cose le so dire solo così.

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One thought on “le farfalle meccaniche

  1. Io penso che nessuno si debba arrecare il diritto di renderti triste, proprio come quello strumento stonato che ti senti di essere. A nessuno dovrebbe essere concessa quella possibilità.

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