Eternal sunshine of a spotless mind

Sono qui e ho l’ennesima sigaretta accesa. Faccio finta di essere una poetessa un po’ bohemienne (vorrei un bicchiere di vino). I pensieri migliori vengono fuori di notte.Mi sto sforzando come una disperata,negli ultimi mesi,per arrivare ai traguardi che sono in cantiere da anni,e, nello stesso tempo, per combattere le mie battaglie quotidiane. Ormai ho raggiunto i livelli massimi di sopportazione,non vedo l’ora che tutto questo sia finito e che possa finalmente cambiare ambiente. Sono ancora dell’idea che se uno ha un bagaglio di dolore se lo porta appresso in qualsiasi luogo del mondo in cui tenti di fuggire,ma credo anche che liberarsi dalle situazioni scomode sia già alleggerirsi un po’. Ho una stanchezza che non riesco a scrollarmi di dosso,sono sempre incazzata,tengo duro perchè ho delle cose da fare,altrimenti avrei voglia di lasciarmi andare e mandare a ‘fanculo praticamente tutti. Sono insofferente. Vorrei viaggiare,portarmi via poche cose leggere e poche persone positive,che sbolliscano i miei malumori (rare a trovarsi,di questi tempi). I miei sogni si perdono in Danimarca,a Biarritz,all’Elba a inseguire le balene su una barca a vela. In una casa con un balcone pieno di fiori a Torino,con un furetto e un bonsai. Insieme a qualcuno che venga con me ai concerti,e a cui fare da mangiare le mie creazioni,e che legga quello che scrivo. Vorrei alzarmi tutte le mattine presto,sentire l’odore del caffè che riempie la cucina,scendere a comprare il giornale e tenere sempre un sottofondo di musica. Una doccia calda,un bagnoschiuma all’arancia,un piccolo cinema,un’erboristeria,un romanzo a metà. Un baretto all’angolo e una piccola bottega di vestiti vintage.

trovo molto interessante la mia parte intollerante

Non sopporto la convivenza. O,per lo meno,non sopporto questa convivenza. Cinque persone sono tante,se poi due di queste sono due ragazzini incivili diventa un oltraggio alla pubblica decenza. L’universitario fuorisede deve sviluppare una capacità di adattamento necessaria alla sopravvivenza: volente o nolente,prima o poi ti capiterà di vivere con degli sconosciuti,e se all’inizio possono sembrare dei simpatici compagnoni, arriva il momento in cui non li sopporti più. Avevamo a deciso,a settembre,noi tre fanciulle rimaste in casa,dopo la partenza delle due amiche di sempre,di prenderci in casa due baldi giovanotti per tentare l’appartamento misto. Bene,dopo cinque mesi posso tranquillamente dire:è stata la decisione più sbagliata della mia vita. La sfiga volle che i due giovinastri fossero appena,o quasi,usciti dal nido,che tradotto in gergo significa: sono disordinato,non faccio le pulizie se non dopo ripetute suppliche,non porto fuori la spazzatura se non quando ne siamo totalmente invasi,mi faccio la barba nel lavandino ma non risciacquo neanche se mi paghi,i piatti devono accumularsi nel lavello ad altezza uomo prima che mi sogni di lavare due forchette. E noi donne abbiamo dovuto assumere il ruolo di vice madre,che sgrida, impone, lava, rassetta. Un impegno per il quale non mi sento ancora pronta… D’accordo,nel corso degli anni mi sono fatta la fama di quella intollerante,fissata con la pulizia e con l’ordine.Ma dal mio estremo che sa di ciff a vivere in un porcile ne passa di acqua sotto i ponti (e di mocho vileda).

non capisco gli incubi dei pesci rossi.

Il pesce rosso che nuota nella sua boccia è sempre emozionato,perchè la sua memoria è minima ed ogni tre secondi si dimentica tutto,per cui è convinto di trovarsi ogni volta in un posto nuovo.
Se poi condivide lo spazio con un altro pesce,non vi dico la tragedia.
Macroscopicamente,io sono una specie di pesce rosso con una pessima memoria a lungo termine.
Ed è per questo che mi attacco morbosamente agli oggetti.
Gli oggetti non sono le persone,ma sono i loro ricordi.Sono l’unica mia salvezza contro l’oblio,l’unico modo che ho per ricordarmi che ho un passato.
Per tenermi bene in mente chi sono.
Per questo l’altra sera ho iniziato a spogliare le pareti della mia camera,che tra meno di un mese dovrò cedere ad una sconosciuta. Perchè il distacco sia meno doloroso.Per abituarmi un poco alla volta.
Ad uno ad uno,venivano giù pezzetti della mia vita,dei miei ultimi,intensissimi,quattro anni. Ed ora vedere il muro bianco
è un pugno in un occhio.
Imbambolata,sono stata seduta ore per terra a guardare la parete
(è un gesto che mi appartiene,fin da quando ero piccola,sedermi per terra e stare lì senza pensare,mi dà un certo senso di conforto,e protezione)
incapace di accettare il cambiamento che sta investendo la mia vita.
Ho odiato vivere lì,quasi sempre.E adesso che me ne devo andare,vorrei chiudermi a chiave lì dentro e lasciare la realtà fuori.
Non bisognerebbe mai credere che il percorso abbia una fine. Si passa il novanta per cento della vita in movimento,e,quando si trova finalmente un equilibrio,è talmente precario, che dura pochissimo,e già bisogna,di nuovo, rimboccarsi le maniche
e ricominciare.

le farfalle meccaniche

Sono arrabbiata.

Distrutta, sfinita, non ce la faccio più.
Ho tentato di essere superiore, di comportarmi bene, di chiedergli com’è andato il weekend e di emozionarmi con lui, ma quando la cosa che mi sono sentita dire è stata “tu lì dentro saresti svenuta” mi sono sentita stupida, e triste _come quando la gente mi chiede se sono stanca perché ho le borse sotto gli occhi e me la prendo perché è vero, e vorrei che non si vedesse e si nascondesse sotto il fondotinta e i sorrisi di circostanza_ Stupida e triste come quando quella sera mi ha salutata dicendo “ne dobbiamo parlare, tu prendi tutto troppo male, bella mia”, e poi non ne abbiamo neanche mai parlato.
Quando ci siamo conosciuti, eravamo piccoli e io sembravo forte e lui debole. Io mi sono presa cura di lui per qualche anno, e la mia vita aveva un senso, e quando mi diceva che non aveva un motivo per svegliarsi la mattina a me si stringeva il cuore perché io un motivo ce l’avevo, ed era lui. Sì,mi ero innamorata come se fosse il mio compagno e perché mi era fedele e conservava per me le parti più belle, mi teneva da parte quell’angolo di sorriso che ogni tanto gli balenava sulla faccia e a me bastava quello. Per questo per anni non ho mai sentito il bisogno di avere un ragazzo “ufficiale”, io avevo lui.
Poi è iniziata l’università, e sono successe troppe cose tutte insieme e nessuno ha mai fatto ordine. Lui è diventato grande, io mi sono fatta piccola. L’universo si è espanso ed entrambi siamo saltati fuori dal nostro lago di papere e cigni dove avevamo sguazzato come due bambini nella piscinetta di plastica. Fintantochè eravamo lì, eravamo protetti, l’acqua non si increspava, nessuno interferiva.
Adesso le interferenze sono maggiori delle assonanze. Ho passato dei mesi terribili credendo di averlo definitivamente perso, perché qualcun altro aveva creato un nuovo habitat e una nuova amicizia in cui ora lui ama rifugiarsi. Poi ho deciso di autoconvincermi che questo significa crescere, accettare che i rapporti siano condivisi, non avere bisogno per forza dell’esclusiva, lasciare dei margini di libertà.
Però mi sembra ancora di stare sulle montagne russe, ogni volta si arriva ad un punto che spero essere quello finale, invece, si ricomincia.
Adesso quelle telefonate che una volta erano piene di significato sono piene di elenchi, la sua voce è così distante che faccio fatica ad afferrarla, sembra che tenga la testa lontana dalla cornetta, pronto a fuggire. Le parole scappano e mi sembra di incollarmele addosso col sapone come l’ombra di Peter Pan.
E dopo questi ultimi giorni in cui è stato in questo posto romantico dove lei l’ha portato, il regalo che ho pensato io è diventato così stupido, le cose che condividiamo insieme così poche e scolorite, che mi manca il respiro.
Mi sento uno strumento scordato, stonato e abbandonato.
E, come al solito, le cose le so dire solo così.

con me non devi essere niente

mi sono sempre sentita una metà,una mezza,una che per camminare doveva abbracciare qualcuno.

quando faccio degli incontri nuovi ne percepisco la sofferenza.
di chi ha la solitudine in fondo agli occhi.
e ne sono attirata come una falena che sbatte di continuo contro una fonte di luce. mi sembra che debba essere fatta così,l’altra metà.qualcuno con gli occhi grandi e tristi,col sorriso a mezza bocca.
mi sento affine a chi se ne sta seduto un po’ sbilenco nel suo angolo di mondo,chi sai che sta pensando a mille cose ma poi a parole non te le saprebbe spiegare mai.
mi sento attratta da chi sotto la superficie nasconde qualche dolore,perchè anche nella mia superficie l’acqua è calma ma poi di dentro mi esplode la tempesta.

io con le persone normali non ho niente da spartire.