Updates and cupcakes

Post di servizio.

Per la serie, non smettere mai di frazionare il pensiero e creare confusione dove già ce n’è parecchia, ho decido di approdare su tumblr, così posso sfogare il mio vorrei ma non posso: vorrei avere fatto quella foto lì, avere dipinto quel quadrò là, avere illustrato quel libro lì, eccetera eccetera. Soddisfo il mio gusto nell’accostare i colori e mi sento appagata e super creativa.

C’è anche un altro progetto che vorrei segnalare, sempre su tumblr. Si tratta di YouProust: “esperimento partecipativo in rete dove le persone convidono le loro memorie involontarie.
Sì, come quel sapore che inspiegabilmente e immediatamente ti ricorda la casa di tua zia, o quel vecchio spot televisivo che d’improvviso ti riporta all’adolescenza.
Foto o video, e parole: condividi la tua madeleine!
Nota: YouProust non ha nulla a che fare con YouTube, che noi amiamo.”

Se vi piace l’idea, fateci un giro e condividete.

Penso che l’unica cosa che mi salva da Twitter sia il fatto che non ho un Blackberry. Ma ci possiamo lavorare.

I went to London and all you got is this lousy post

La paura di volare è iniziata esattamente ad agosto 2008, durante un viaggio di neanche un’ora di ritorno dalla Francia.

A settembre di quest’anno, tornando da Bruxelles mentre il sole sorgeva, mi sono resa conto che finalmente era finita. Ci ho messo tre anni a farmela passare e ho fatto tutto da sola, senza terapie né consumo di alcolici a bordo.

Non è di questo che volevo parlare in questo post, ma se non altro posso affermare con fierezza che dalle paure si esce soltanto passandoci prepotentemente in mezzo e facendosi anche un po’ di violenza. Nel mio caso, imponendomi di continuare a viaggiare in aereo, anche se ogni volta col cuore in gola.

Volevo invece parlare di Londra, che è stata buona con me e mi ha fatto trovare persino una domenica di sole.

Volevo parlare della casetta dei miei amici, per arrivare alla quale bisogna scendere alla fermata Abbey Road, e potete solo immaginare l’emozione.

E poi volevo parlare della gioia nell’incontrare gli altri due e di vederne l’infinita dolcezza e sentirmi, finalmente, partecipe della loro felicità.

E poi anche della mia guida d’eccezione  che mi ha portata in un quartiere bellissimo, anche se non era esattamente l’avanguardia della coolness (cit.).

E l’aperitivo da Google, che mi è sembrata una specie di grande mamma che non fa altro che darti da mangiare e offrirti da bere.

E poi lo spettacolo su Caravaggio, che mi ha fatto ricordare cose che avevo dimenticato di amare: la danza e, appunto, il Caravaggio, che mi aveva appassionata terribilmente e che poi, come tante altre cose, era stato riposto con cura nel cassetto dove tengo la mia adolescenza.

E poi la cattedrale di St Paul che fa subito Mary Poppins e le tende dell’occupazione rimaste davanti al piazzale. E il festival della New Age al quale sono stata convinta ad andare perché ci sono le creme e i prodotti per il corpo e in realtà c’erano quelli che ti fotografavano l’aura e gli Hare Krishna da cui si mangiavano dolcetti fritti e le letture dell’iride e dei polpastrelli, i massaggi cinesi e la più prosaica dimostrazione dell’uso di un frullatore che sembrava uscito dagli anni Ottanta.

E poi il lunedì mattina che ho passato a fare una delle cose che amo di più in assoluto, cioè girare da sola nei musei. E allora ho rivisto la National Gallery, ma soprattutto ho scoperto e adorato la National Portrait, dove ho visto questa mostra bellissima e non solo, anche John Cleese a testa in giù come un pipistrello e il faccione di Paul Mc Cartney  dipinto a olio  e i Blur a cartoni animati e tante altre cose.

Poi ci sarebbero anche la collanina con la rondine e la gabbietta, la rondine che è poi ricomparsa all’interno di un cappotto, il complimento più 2.0 che mi sia mai stato fatto (saresti un profilo twitter molto interessante), il primo brunch fatto in casa, la metro piena di facce buffe da guardare.

Alla fine, come in ogni viaggio che si rispetti, ho dovuto lasciarmi qualcosa da fare per la prossima volta: credeteci o no, quella strada, nonostante tutto, non l’ho ancora attraversata.

Melancholia

-Ecco che le candele sono accese, l’orchestra suona una musica dolce, la cupola protetta dal campo di forza si fa trasparente E sopra di noi appare visibile un cielo cupo e fosco, carico della luce livida di stelle antichissime dilatatesi fino a offrirci la visione di una favolosa apocalisse.

La musica sommessa dell’orchestra cessò del tutto, e la gente fissò sbalordita lo spettacolo che si presentava oltre la cupola.

Una luce mostruosa, orrenda, si rovesciò dall’alto sul pubblico.

Una luce abominevole.

Una luce terrificante, agghiacchiate,

Una luce che avrebbe potuto far sfigurare l’inferno.

L’Universo si stava avvicinando alla fine. (…)

-È fantastico però vedere come sia affollata questa sala –  disse – Non vi pare che sia fantastico? Sì, lo è. È fantastico che siate in tanti. Perché, vedete, io s che molti di voi vengono qui più e più volte, il che francamente lo trovo straordinario. Insomma, voi venite qui a vedere la fine di tutto, e poi tornate a casa, nelle rispettive epoche, e allevate figli, lottate per società migliori, combattete guerre terribili per cause che sapete giuste, fate tante e tante cose bellissime che ci danno motivo di sperare nel futuro. – Indicò il Caos cosmico fuori della cupola, e aggiunse: – Di sperare nel futuro, anche se noi sappiamo che non esiste un futuro…

ADAMS D., 2010, Ristorante al termine dell’Universo, p. 119 e p. 126, Milano, Oscar Mondadori, traduzione di Laura Serra

Annotazioni

Ho aperto tante volte questa pagina e lasciato ogni volta una bozza, quando mi veniva un pensiero e pensavo che avrei potuto scriverlo. Però poi cancellavo la bozza e lasciavo perdere. Forse sarà colpa dei social network e del fatto che scrivi una frasetta e la metti lì e riassumi tutto quello che stavi pensando e ti basta così.

Poi sarà che ci sono tante cose da fare e quando torno a casa dopo averle fatte preferisco ascoltare un disco o guardare un film o leggere un libro e faccio meno fatica che a scrivere quello che penso. Solo che se leggo qualcosa di bello la conseguenza è che mi viene voglia di scrivere e allora torno qui. Ma poi, di nuovo, lascio tutto in bozza.

Oggi fa freddo e aspetto di prenotare un viaggio e ho un documento appena iniziato che ho salvato come “tesi” e penso che i mesi scivolano via come perline e da un giorno all’altro sono già arrivata qui. Allora mi sono fermata e ho raccolto qualche pensiero di quelli che di solito si mutano in frasette e l’ho fatto diventare un po’ più grande e l’ho steso col mattarello qua sopra.

Pensavo alla telefonata a un amico, a quello che ho messo dentro al “come stai?” che ho detto (era un comestai che significava cento cose insieme), al suo “bene!” pronunciato con un tono alto e pieno di vibrazioni. E io so che non voleva dire che stava bene, ma lo devo accettare e non mi arrabbio, perché è successo anche a me di dire così, e se non imparo prima io mica posso pretendere di insegnarlo.

Adesso mi chiedono tutti cosa farò tra sei mesi, ma in questo momento non ho sogni e prendo a piene mani quello che mi succede giorno per giorno senza guardare troppo in là. Perché da un momento all’altro le cose cambiano, e io mica posso prevederle. Quando mia mamma mi ha chiesto se ho mai pensato di aprire un ristorante ho pensato fosse impazzita, ma poi ho capito che anche lei, come me, fa dei tentativi a casaccio, perché nessuno sa quello che succederà.

Diario di viaggio

Con l’ultimo post vi anticipavo la mia vacanza.

Con questo ve la racconto. O meglio, vi metto il link al resoconto che ho scritto per il sito Turisti per caso. Che, sai mai, vi va anche di votarlo (così poi ne vinco un altro, di viaggio).

Il diario lo trovate qua. Se poi volete vedere anche delle belle foto, cliccate qua.

Intanto, leggetevi questo. Quando arriverà finalmente l’autunno, tornerò ligia al dovere e scriverò anche qui.

Cose che faccio (post a punti)

È la prima estate in cui non posso disporre del mio tempo come vorrei. Le vacanze sono diventate ferie e non è vero che nessuno ci va più ad agosto.

Ho il freezer pieno di gelati e vivrei solo di quelli, se non fosse che in questi giorni luglio sembra novembre e a mangiarli mi raffreddo un po’ troppo.

Scrivo per altre persone che hanno scritto. Faccio la critica letteraria, insomma. Una definizione come tante altre che mi appioppo giusto per darmi un ruolo (segretaria, scrittrice, studentessa, corretrice di bozze…).

Ho comprato una borsa che mi hanno detto essere “da me” perché ha delle linee rigorose. La cosa mi ha fatto sorridere, perché io è una vita che tento di tirare queste linee, ma poi mi perdo alla prima curva.

Oggi ho scoperto, nel giro di una pagina e mezza, cos’è l’agave sisalana e cosa sono i raion e gli oblast, e con quel librone immenso in mano mi sono data arie da vera studiosa.

Le mie amiche sono in Inghilterra e a pensarle mi riempio di tenerezza. Ormai, forse, mi sto abituando ad avere pezzi di cuore che volano all’estero.

E poi aspetto di vedere il mare: devo resistere ancora due settimane e per ora mi accontento di cercarlo su Google. Più o meno dovrebbe essere così:

Solo il pensiero mi fa stare bene.

Cose belle

Pubblico oggi un’intervista, fatta da persone brave che stanno facendo tante cose belle: sono i ragazzi di Maps (Radio Città del Capo) e di Less Tv, che la settimana scorsa, in occasione del concerto di Ferrara sotto le stelle, hanno parlato e si sono emozionati con un mostro sacro della musica, PJ Harvey. Guardate, condividete, ascoltate la radio, parlatene coi vostri amici, spread the love, che ne vale la pena.

Nuove speranze e vecchie glorie

Circa un mese fa avevo iniziato a scrivere un post, un po’ scossa dalla notizia dell’ennesimo amico che lascerà l’Italia per trasferirsi all’estero. Era un post sconsolato, nel quale mi chiedevo che cosa succede a uno Stato da cui emigrano così tanti giovani, così tante belle teste che avevano iniziato un percorso qui, avevano delle speranze e poi, a un certo punto, hanno subìto una qualche battuta d’arresto e hanno deciso di andarsene. Ho pensato che questo Stato non riesce più a garantire delle alternative a queste persone: non se ne vanno perché ne hanno scelta una, lo fanno perché, ormai, è l’unica possibile.

Poi ci sono state le ultime elezioni e, soprattutto, il referendum e io, che ero a casa da sola a riaggiornare ogni cinque minuti il sito del Ministero dell’Interno, mi sono scoperta a commuovermi (piangere, capite?) per il quorum raggiunto. Perché per la prima volta ho creduto in qualcosa. Ho pensato che forse, da qualche parte, c’è ancora qualcosa di buono che possa trattenere i miei coetanei dall’andarsene e arginare questa fuga di massa.

Ho manifestato, sì, in passato (poco e male, partendo dalle superiori, quando ce la prendevamo con la Moratti gridando per le strade pezzi dell’Odissea in greco antico), ma ci ho sempre creduto il giusto: a muoverci era più il divertimento, che la reale convinzione che quello che stavamo facendo avrebbe portato a dei risultati concreti.

E ho anche sempre votato, ho fatto il salti mortali per farlo (ho pure lasciato un euro a certe primarie, e tutto quello che ho ricevuto in cambio è stata una newsletter che peggiore non si può e che non ha neanche il tastino “se non vuoi più ricevere altre email clicca qui”).

Ma mai come in questo giugno ho finalmente capito un concetto, che avevo sempre solo studiato, cioè quello di cittadinanza, che questa volta si è veramente attivata, ha fatto campagna, si è mobilitata, ha fermato le persone per strada e le ha convinte ad andare a votare. È tornata, per qualche giorno, una speranza sopita da tempo.

Però mi chiedo: adesso risprofonderemo nel buio? Dopo i “mi piace” sui vari status che esultavano per il raggiungimento del quorum, che facciamo? Torniamo a guardarci rispettivamente l’ombelico?

E intanto i giovani emigrano e fino a ieri la cosa mi rendeva solo molto triste.

Poi ho avuto un incontro con una persona che, ammetto, non mi piace incontrare. Anche lei mi ha detto che a settembre partirà, commentando che: “tanto qui non c’è più niente da fare!”, in maniera molto cordiale, dato che le avevo appena accennato al fatto che io, invece, vorrei aggrapparmi, qui, e continuare a viverci. Ma dopo il primo minuto di nervosismo, ho pensato che non è proprio vero il detto che se ne vanno sempre i migliori e la cosa mi ha decisamente tirato su di morale. Un po’ di giustizia, ogni tanto, ci vuole.

Del perché ho deciso di fidarmi solo della mia estetista: parte seconda

Si diceva delle sfighe che mi sono state causate indirettamente dall’acquisto dei coupon.

La settimana scorsa mi decido finalmente a sfruttarne uno comprato per un trattamento estetico. Faccio i chilometri per raggiungere il posto, pregustando un’oretta di relax.

Ma, chi l’avrebbe mai detto, mi trovo ad avere a che fare con un nuovo squilibrio mentale.

Chi si dovrebbe occupare di me è una signora di mezza età dalla vocina sottile, che mi figuro inizialmente come colei che gestisce il centro e si occupa in maniera impeccabile delle giovani apprendiste appena uscite dalla scuola di estetica. Dopo cinque minuti, mi chiedo di chi potrebbe essere la madre psicolabile lasciata girare lì dentro tranquillamente senza alcun controllo.

La tizia in questione esordisce guardandomi con gli occhi a cuore e commentando quanto sia una bella ragazza. Poi attacca, sottolineando come tutte le ragazzine (notare il termine) di oggi siano belle. Diverse da quando era giovane lei, ma belle. “Mi piacete, sì, siete belle”. All’improvviso va in loop e comincia a ripetere gli stessi concetti per quattro o cinque volte: “Non è un’offesa, eh? Mi piacete proprio”. Io, inizialmente, mi sento di doverle dare corda e le chiedo in cosa siamo diverse da quando era giovane lei, ma la metto evidentemente in imbarazzo, perché inizia a incespicare. Poi si riprende: “Io quando avevo dodici-tredici anni (?) giocavo ancora con le bambole, invece le ragazzine di oggi vengono già qui a farsi la ceretta. Io ho imparato che tutte le donne avevano i peli a sedici anni, quando sono entrata alla scuola di estetica!”. Mi chiedo quanti anni crede che io abbia, ma taccio. “Poi, certo, ci si sposava anche prima. Io mio marito l’ho incontrato a diciannove anni…non so cosa ci abbia trovato in me….comunque voi di sicuro vi divertite di più”. Ride, io comincio ad avere paura. Forse il mio sguardo interrogativo la spaventa, perché inizia a scusarsi “per avermi parlato” e lo fa, naturalmente, un paio di volte.

A quel punto tace, ma resiste solo per qualche minuto, perché poi inizia a parlare delle sue domeniche in camper, di come il suo sia piccolo ma bello e, siccome io ormai mi esprimo solo a “eeeeeh, aaaaah, uuuuuh” lei deve immaginare che la cosa m’interessi parecchio. Non può far altro, quindi, che invitarmi ad andarci. Io sorrido, o forse digrigno i denti.

Poi mi dà dei consigli di bellezza e, siccome lo fa attraverso una domanda: “lo sa che…?”, io rispondo: “sì, grazie!”, ma la cosa la turba e si scusa, di nuovo, per avermi parlato. Mi chiede conferma di ogni mossa che si accinge a fare, così io sono costretta a dirle che va bene ogni tre minuti. Poi, però, conclude soddisfatta che ha fatto quello che voleva perché “io non faccio le cose che non mi piacciono”. Bene, siamo contenti. Io mi rivesto, pronta a fuggire, mentre lei mi saluta e ringrazia (?), augurandomi buona domenica “se non ci vediamo prima”.

Questo succedeva di giovedì. Credo che sia sufficiente, per un po’.

Del perché ho deciso di fidarmi solo della mia estetista

Il motivo è molto più complesso di quello che potreste credere.

Ultimamente ho ceduto anch’io (e trascinato nel baratro con me anche molti altri) alle tentazioni di questi siti, che ormai si moltiplicano come funghi, in cui si possono acquistare, a prezzi scontatissimi, dei coupon da utilizzare in bar, ristoranti, parrucchieri, centri estetici e chi più ne ha più ne metta.  Le offerte comprendono trattamenti, cene, taglio e piega, ingressi alle terme, weekend fuori porta, camice da uomo, abiti da sposa… di tutto.

È divertente, non c’è che dire. E conviene, questo è sicuro. Però, nel mio caso, non ho avuto molta fortuna. Non tanto per alcune fregature, inevitabili quando si acquista a caso e in modo compulsivo (per esempio pizze schifose o posti non proprio raccomandabili per mangiare), quanto per degli incontri con dei matti incredibili che mi sono toccati le uniche due volte in cui ho acquistato dei voucher, diciamo così, più frivoli. Nella fattispecie, una seduta dal parrucchiere e una dall’estetista.

Nel primo caso, l’incontro insensato è stato con una cliente del salone. Io sono già lì, col mio colore in posa, quando all’improvviso entra a grandi falcate questa super topa (da ora in poi ST) alta due metri e conciata alla classica maniera “faccio finta di aver preso la prima cosa che sbucava dall’armadio, ma in realtà ci ho pensato due giorni prima di uscire di casa”. Nel negozio siamo io, lei e la parrucchiera, che evidentemente la conosce da molto, perché ST praticamente non saluta ed esordisce con un lapidario “l’ho lasciato”. La confidenza tra le due dura cinque minuti, il tempo in cui la parrucchiera la fa accomodare al lavateste e lì ST mi incendia con lo sguardo e mi si rivolge già scusandosi: “mi dispiace, ma quando io parto…”. A quel punto, effettivamente, parte. E inizia a lamentarsi del suo, dal giorno prima, ex fidanzato, che, ormai da sei mesi, “non mi tocca più, non mi fa più regalini, sorprese” e “quando ci mettiamo a letto vuole solo guardare il TELEVISORE”. Poi, agguantandomi un braccio per farmi capire la tragedia, precisa “ho ventidue anni io, e lui ventisei!”. Io, in risposta, faccio sì con la testa e le dico che ha fatto benissimo a lasciarlo. Lei prosegue, dicendo che si è pure ammalata, che non mangia più, che ha la tachicardia… finché il mistero mi è svelato: si rivolge alla parrucchiera e sbraita: “pensa che anche S.V. in trasmissione domenica ha dovuto dire in diretta che stavo male!”. Allora ho capito di essere finita dal parrucchiere delle dive. Che la cretina noiosa che ho di fianco è una specie di valletta di un noto programma televisivo.

Ma le sorpese non finiscono qui. Quando si alza per andare a farsi mettere in bigodini, fa un gesto plateale per dimostrare quanto effettivamente sia dimagrita per il dolore che questa storia le ha causato: si tira giù i pantaloni. In mezzo al negozio, al piano terra, con tutte le vetrate sulla strada. Io, a quel punto, benedico i miei genitori che hanno permesso al mio cervello di svilupparsi.

E lei era solo la prima.