Una torta nuova

febbraio 6th, 2012 § 1 commento

Forse finora non avevo abbastanza idee per riempire un post intero, forse sono comunque troppo pigra (come quando penso che voglio fare una torta nuova: dopo averlo deciso, deve passare un mese prima di metterlo in pratica), e forse, soprattutto, la mia scusa attuale è che, da quando ho iniziato a scrivere la tesi, mi stanca la sola idea di rimettermi alla tastiera del portatile per scrivere altro.

Bene, oggi ho evidentemente idee sufficienti a riempire un post, ho superato la pigrizia (e infatti sto per fare una torta nuova) e ho qualche momento di pausa dalla scrittura della tesi.

Dall’ultima volta che ho pubblicato qualcosa qui sono successe diverse cose: ho compiuto gli anni e, per la prima volta, allo scoccare della mezzanotte avrei voluto fuggire come Cenerentola. Ho sentito una leggerissima stretta all’altezza della bocca dello stomaco, una piccola presa di consapevolezza che mi sto avvicinando a una nuova età in cui difficilmente le cose potranno rimanere uguali a prima. Negli ultimi tempi ne ho avuto un assaggio, ma adesso ne ho finalmente la certezza.

Il contrasto che fa più attrito rispetto a quello che era prima è quello coi miei genitori. Stanno cambiando un poco alla volta, vedo nei loro occhi e nei loro genti il tempo che passa, ed è forse questa la manina che mi ha stretto lo stomaco quando ho compiuto gli anni: tra tutte, la cosa più difficile da accettare. Ma si farà anche questa, con la solita ritrosia iniziale a concepire i cambiamenti che mi contraddistingue e che mi fa essere il solito mulo che deve essere trascinato perché punta gli zoccoli e vuol fare di testa sua. Poi basta una pacca sulla testa (o un calcio nel sedere), e mi do una mossa.

Ho anche cambiato lavoro. Il posto è sempre lo stesso, ma le mansioni sono molto diverse (diciamo pure che sono pagata di meno per avere più responsabilità: è la verità, perché negarla?), però va bene così, per adesso. Tra un mese e poco più mi laureo (altra piccola stretta), non posso dare più di così. E poi sono contenta di quello che sto facendo, anche se nell’angolo sta sempre rintanata la paura di non riuscire, di non avere tempo. Anche quella, prima o poi, la scaccerò via.

Non riesco ancora ad analizzare in maniera critica questo periodo che sto vivendo. Forse quest’estate riuscirò a mettere dei punti, per ora seguo il corso degli eventi.

Ah, per quelli di voi che non avessero niente di meglio da fare, finalmente sono riuscita ad accorpare i post di questo blog e quelli di splinder. Li trovate nell’archivio, tutti mischiati. Fa un effetto strano, leggerli insieme: sembrano due persone molto diverse tra loro costrette a stare insieme nella stessa piccola stanza. Adesso vado a portare un po’ di torta così almeno li presento.

Confessioni

gennaio 2nd, 2012 § 2 commenti

Ho appena finito di vedere l’ultima puntata di una serie italiana che negli ultimi tre anni ho seguito con affetto, talvolta vergognandomene un po’. Era da tanto che volevo scrivere qualcosa qui e questo mi sembrava lo spunto che stavo cercando da diversi giorni per parlare come al solito degli affari miei.

Prendo un bel respiro e lo scrivo: la serie in questione è Tutti pazzi per amore. Ecco, l’ho detto, con la stessa fatica con cui l’ho ammesso altre volte, convinta di trovarmi di fronte solo nasi storti e risatine. Invece, svariate di queste volte, ho trovato dall’altra parte altri affezionati come me e mi sono sentita un po’ meno scema.

Farò, a mia discolpa, un paio di critiche per nulla originali: è eccessiva e melensa e sfiora spesso e volentieri il ridicolo; fa tripli carpiati e capovolte per arrivare alle conclusioni a cui vuole arrivare; fa l’occhietto agli amanti del cinema, i quali, se proprio non riescono a capire citazioni fin troppo ovvie e sbattute loro palesemente in faccia, vedranno subito arrivare lo spiegone (nel senso che c’è sempre un personaggio che a un certo punto dice: “ehi! ma tu stai facendo proprio come l’attore X nel film Y!”); è  sicuramente avanti mille anni luce da altre soap nostrane per certi temi spinosi che affronta (uno su tutti: l’HIV), ma poi non ha il coraggio di arrivare fino in fondo a queste problematiche (nel caso citato, la malattia viene menzionata all’inizio ma poi, per metà delle puntate, è come se il ragazzo non fosse più sieropositivo); certi personaggi sono delle macchiette fin troppo fastidiose; a Roma si gira in macchina tranquillamente e c’è sempre parcheggio e sì, Ricky Memphis sembrava per un secondo essere diventato il nuovo oggetto del desiderio, ma purtroppo non ce l’ha fatta neanche stavolta.

Ma allora, mi sono chiesta, perché sono caduta anch’io nel tranello? Cos’è che mi ha tenuta legata a questi personaggi non troppo convincenti e a questa storia così così? L’ho capito oggi e scriverlo mi dà vagamente i brividi: quello che mi ha fatto brillare gli occhi mentre macinavo famelicamente puntata dopo puntata è la visione di questa famiglia allargata che hanno costruito dentro la serie, in cui tutti portano qualcuno, c’è sempre una sedia da aggiungere ma non si sta mai stretti. Amiche, vecchie zie, fidanzati dei fratelli, figli di altri parcheggiati lì per giorni, neonati e colleghi di lavoro sono tutti accolti e protetti. Lo confesso, a un certo punto ho pensato che avrei cenato volentieri anch’io con quelle persone, che avrei voluto quella rete solida sotto di me e tutte quelle persone intorno. Sono diventata anch’io melensa e mi sono commossa. Considerando poi il Natale bizzarro che ho passato, ho pensato che mi manca un po’ il fare gruppo, o che forse per me non è mai stato veramente così e che mi piacerebbe crearmi attorno una situazione simile a quella. Ecco qua, il mio buon proposito, ma generale, non solo per quest’anno.

Auguri!

Stamattina in copisteria una ragazza fotocopiava l’Eneide

dicembre 13th, 2011 § Lascia un commento

Ieri pomeriggio ho consegnato la tesina che dovevo preparare per l’ultimo esame, il cui appello sarebbe stato la prossima settimana. In meno di un’ora il professore mi ha risposto e, nel giro di un paio di email, abbiamo concordato il voto e così ho finito ufficialmente gli esami.

Pensavo sarebbe stato un momento carico di pathos e almeno un minimo simbolico, ma così, senza neanche che lui mi vedesse in faccia, è stato più lo stupore di essermi resa conto che era davvero finita, più che la gioia reale. Ancora adesso faccio fatica a rendermene conto, sarà perché sono sempre avanti e indietro per le biblioteche alla ricerca di libri per la tesi, sarà che ho tanti altri pensieri e cose in sospeso che incidono molto di più sul mio futuro del voto di ieri.

Ma comunque, ho finito gli esami. Era già da un po’ che non frequentavo l’università, praticamente da quando ho iniziato a lavorare e ho rinunciato ad andare a lezione, o quasi. Perciò non saprei dirvi come si chiamano i miei compagni di corso e da dove vengono, quanti anni hanno e se sono fidanzati. Tra dieci anni, quando ripenserò all’università, mi verrano subito in mente le persone con cui ho fatto il triennio, la facoltà che facevo prima, quei professori là che seguivo con tanto amore quanta paura. Mi verrà in mente il primo appartamento dove ho vissuto, la convivenza e la condivisione di allora, a volte forzata, a volte adorata. Probabilmente non mi torneranno in mente questa casa o le mie ultime coinquiline, o gli esami di questi ultimi due anni. Perché dentro di me l’università l’ho finita nel 2009, con le feste di laurea di quelli che studiavano relazioni internazionali e che adesso sono tutti emigrati, persi, traslocati.

Qualche settimana fa sono dovuta andare a prendere dei libri nella mia vecchia facoltà, e la nostalgia mi ha travolta in maniera inaspettata. Mi viene da sorridere, a ripensarci, perché in quegli anni ho sofferto terribilmente per tutte le mie questioni irrisolte, le mie tristezze quasi adolescenziali, i miei nodi da sciogliere. Di sicuro non ero serena, eppure adesso a pensarci provo nostalgia.

Forse sono già invecchiata così tanto che ho iniziato a pensare che si stava meglio prima, a prescindere dal fatto che sia vero o meno?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Comunque, sinceramente: adesso sono felice, non tornerei indietro per niente al mondo.

Thank you for smoking

dicembre 12th, 2011 § Lascia un commento

Allora, dicevo, ho smesso di fumare.

A dire il vero, non è il primo tentativo che faccio: l’altro è stato nell’estate del 2008 ed è in tutto durato poco meno di tre mesi. Credo che anche allora fosse iniziato come adesso: a un certo punto, dall’oggi al domani, mi è semplicemente passata la voglia. 

Ieri ho superato il mese senza sigarette, quindi mi accendo una candelina e mi faccio gli auguri.

La mia storia con le sigarette è iniziata molto presto, più o meno a 15 anni. La prima l’ho provata a un Capodanno a casa di un’amica, da sole sul balcone, di nascosto dagli altri invitati alla festa. Poi, per qualche tempo, io, lei e un’altra abbiamo sminuito il nostro fumare nascoste nei parcheggi col fatto che compravamo le Camel extra slim, che tanto non ci facevano di certo male come le altre.

A un certo punto è diventato di moda e siamo tutte passate alle Marlboro Light, che ancora costavano meno di tre euro (ma erano sempre le più care) e ne accendevamo un paio ogni sabato sera, mentre chiacchieravamo sedute ai tavoli del locale dove si riuniva la gioventù del mio paese. Una sera è entrato persino mio padre con un suo amico mentre ne stavo fumando una, che è istantanemanete finita sotto la sedia.

A un certo punto mia mamma ne ha trovato un pacchetto in borsa e quando me l’ha detto lo ha fatto in un modo tipicamente suo: “sono pure le stesse che fumo io!”, non riuscendo nemmeno a sgridarmi.

Le sigarette, poi, negli ultimi anni di liceo, sono diventate il collante tra noi compagni di classe durante la ricreazione. Il nostro professore di biologia ci inseguiva per il cortile per intimarci di spegnerle, ma io, non so come ho fatto, non mi sono mai fatta scoprire.

La mattina prima della terza prova della maturità ho ricevuto una telefonata in cui candidamente mi si diceva: “sta arrivando tuo papà a portarti la colazione. Ah, gli ho detto che fumi”: mia mamma, anche qui. Non mi sono mai arrabbiata così tanto.

Arrivata all’università ho toccato i picchi più alti della dipendenza: la maggior parte delle persone che frequentavo ne abusava: le mie amiche in appartamento, i compagni di corso, i fidanzati. Ho sostituito le Marlboro con le Camel Azzurre e poi con le Winston Blu, che sono state con me fino a un mese fa.

Adesso le ho lasciate di nuovo, senza sbattermi dietro la porta né piangere o urlare: è stata una separazione consensuale e abbastanza indolore. Ho sentito la loro mancanza solo in un paio di momenti di pesante nervosismo. Lì le avrei volute con me di nuovo, perché da qualche parte nel cervello mi si è annidato un pensiero di nicotina che è convinto che grazie a loro troverei di nuovo la calma. Per ora le ho dimenticate bevendo tisane e pulendo ossessivamente casa e cucinando muffin a tutti i gusti. Smettere di fumare non mi ha ancora fatto ingrassare, piuttosto mi ha fatto diventare una casalinga.

 

 

E pensare che mi ero pure portata da studiare

dicembre 6th, 2011 § Lascia un commento

Avevo deciso di scrivere un post sul fatto che ho smesso di fumare (e prima o poi lo farò), ma stamattina in treno ho assistito all’ennesima scena di umano disagio e non posso fare a meno di condividerla.

Per tornare a Bologna, mi sono nuovamente affidata al modernissimo e costosissimo frecciaqualcosa che, da qualche tempo a questa parte, ho deciso di prendere per i miei spostamenti perché è l’unico che non mi fa arrivare in ritardo e perdere le coincidenze.

Appena mi siedo, sento una donna, qualche fila più in là, lamentarsi a voce alta con il controllore (una donna anche lei) per qualcosa che riguarda il fatto che “ha pagato 70 euro per andata e ritorno e ha almeno il diritto di lavorare”. Dopo un po’, capisco che il problema è che non arriva la corrente al suo pc, perché il controllore, visibilmente alterato, le dice che le prese funzionano e quasi la manda a quel Paese.

Mi sento immediatamente solidale con la donna, convinta che si tratti del solito disservizio di Trenitalia, che fa pagare sempre di più i biglietti e non è quasi mai in grado di garantire il minimo che uno pretenderebbe da un viaggio in treno. Dopo dieci minuti inizio a capire che c’è qualcosa di diverso.

La donna si alza dal sedile e si rivolge a un altro controllore seduto nella fila di fronte (evidentemente in pausa) e inizia a dire delle cose sempre più insensate: “di che colore è il vostro treno?”, a cui lui dà una risposta niente male: “veramente il treno non è mio, comunque è un frecciargento”. Al che la signora inizia a inveire contro il colore grigio, che secondo lei è l’origine di tutti i mali:

“il treno grigio significa che qui non fate arrivare apposta l’energia ai computer! Fate in modo che la gente non possa lavorare per obbligarla a parlare con i vicini di posto. Perché chi ti fa il biglietto SA DOVE VAI e ti assegna i vicini adatti a parlare con te!” Io penso che, con la sfiga che ho di solito con quelli che mi si siedono accanto in treno, evidentemente questo sistema con me non funziona.

La donna continua, inviperita: “il mio computer l’ho comprato 8 anni fa e l’ho pagato 3000 euro e mi protegge tutti i dati!”: come a dire due cose: la prima, che non è colpa del suo computer se non arriva la corrente elettrica, perché quello è un accessorio di lusso che quasi dieci anni fa sarebbe costato quanto ora ti fanno pagare un Macbook Pro; la seconda, che qualsiasi tentativo di phishing stiano facendo quelli di Trenitalia ai suoi danni, il suo sistema proteggerà tutti i suoi dati.

 

“La prossima volta, mi raccomando, il treno: bianco o rosso! Grigio non va bene! Guardi che io mi rivolgo a Federconsumatori, perché questa è una cosa molto grave!”.

Forse a questo punto dovrei fare una precisazione: la donna in questione era una signora giovane che all’apparenza sembrava del tutto “normale” (non come quella qui sotto, per intenderci).

L’ultima cosa che le ho sentito dire, prima di scendere alla mia fermata, è stata: “è colpa dell’energia nucleare”.

Ora, capisco che la dietrologia ormai stia contagiando un po’ tutti (me compresa, che mi sto convincendo sempre di più che l’uomo non è mai atterrato sulla Luna e che ho anche appena letto questo) e che ormai abbiamo paura di qualsiasi cosa, dalla valigia lasciata incustodita in aeroporto alla meningite allo spread, però è necessario che ci diamo una calmata e facciamo tutti un respiro profondo.

A day in the life (eh, sì, eh)

novembre 28th, 2011 § Lascia un commento

Ecco, sto vivendo uno dei momenti più importanti della mia vita. Anche se un domani mi ricapitasse, non sarà mai come adesso: questa è la prima volta e non ce ne saranno altre.

Questo pensavo, sabato sera, nei rari sprazzi di lucidità dentro un unica grande bolla di beatitudine.

 

Del perché ho deciso di fidarmi solo della mia estetista (e, a questo punto, anche del mio barista): parte terza

novembre 24th, 2011 § Lascia un commento

Avevo fatto un fioretto con me stessa, un po’ di tempo fa, ed era quello di smetterla di farmi abbindolare dalle super offerte dei siti che vendono voucher a prezzi scontatissimi. Non solo per i due  motivi di cui ho parlato diffusamente in questo blog, ma anche per una serie di cene in posti poco raccomandabili, ritardi e sparizioni di spedizioni, litigi con proprietari di ristoranti perché “non prendiamo più prenotazioni coi ticket”, “guardi che ho diritto a usarlo fino alla fine di questa settimana”, eccetera eccetera.

Il fioretto è durato il tempo di una email, che mi annunciava la possibilità di farmi fare un controllo totale della macchina, con ricarica dell’aria condizionata e sanificazione dell’abitacolo incluse (e già all’idea di un abitacolo sanificato non avrei potuto resistere), ma soprattutto, una COLAZIONE offerta per ingannare l’attesa. A questa proposta irrinunciabile, ho cliccato sul pulsante vendi l’anima al diavolo (che si legge in filigrana sotto un banale “acquista”) e ho subito telefonato per prenotare.

Stamattina sono partita piena di gioia alla volta del distributore dove avevo l’appuntamento, pregustando l’idea del mio cornetto e del mio abitacolo sanificato.

Intanto, devo precisare che il posto è dall’altra parte della città, il che, in certi orari della giornata, significa metterci mezz’ora ad arrivare, facendo lo slalom sul viali, in una dimensione parallela in cui sembra che le regole base da rispettare nel traffico siano state abolite.

Devo dire che il mio abitacolo è attualmente molto profumato e confortevole e, in linea di massima (escludendo un cambio dell’olio che mi è costato almeno il doppio di quello che avevo pagato il coupon), posso essere contenta del lavoro fatto con la mia macchina.

Il vero problema è stata la colazione. Appena arrivata al distributore, la moglie del gestore mi dà un bigliettino fatto in casa che mi sarebbe valso da buono al bar lì affianco. Che stento a chiamare bar perché più che altro è una stanza di un metro per un metro, senza bagno e senza sedie, con solo dei comodissimi sgabelli sui quali mi sono appollaiata, tentando, nell’attesa, di studiare un po’.

Il barista mi chiede: “allora, cappuccio o cappuccino?” e io, che ormai sono abituata a un certo tipo di umorismo à la bolonnaise, che spesso si basa su battute di questo tipo, rispondo: “ah, che scelta ardua. Faccia lei!”. Vedo che lui si imbarazza, fa la faccia a punto interrogativo e mi dice che posso scegliere tra caffè e cappuccino. Quando gli faccio notare che ho risposto così perché pensavo mi avesse fatto una battuta, si scusa dicendomi che è tutta la mattina che ha un dolore terribile, “un chiodo piantato nella testa”. Questo diventa l’argomento di due battute scambiate con un avventore che entra nel bar di lì a poco, che si dimostra preoccupato per questo chiodo che il pover barista ha conficcato nella tempia. Lui, a scanso di equivoci, ci tiene a precisare: “guarda che lo dicevo come modo di dire, intendevo che sembra che ci sia un chiodo!”. Sai mai.

Assisto poi a una conversazione tra altri due clienti, che termina con un italianissimo e fastidiosissimo “se ci vai, oh, digli che sei mio amico”. Un modo di fare al quale non mi abituerò mai.

Infine, alle undici e mezza, entra un signore anziano che si beve un grappino alla goccia.

C’è una parte di me che vorrebbe cancellarsi da tutte queste newsletter tentatrici, ma poi penso: se smetto di frequentare questi posti assurdi dove mi mandano i voucher, come farei ad aggiornare il mio bestiario umano in maniera così frequente?

Updates and cupcakes

novembre 16th, 2011 § 2 commenti

Post di servizio.

Per la serie, non smettere mai di frazionare il pensiero e creare confusione dove già ce n’è parecchia, ho decido di approdare su tumblr, così posso sfogare il mio vorrei ma non posso: vorrei avere fatto quella foto lì, avere dipinto quel quadrò là, avere illustrato quel libro lì, eccetera eccetera. Soddisfo il mio gusto nell’accostare i colori e mi sento appagata e super creativa.

C’è anche un altro progetto che vorrei segnalare, sempre su tumblr. Si tratta di YouProust: “esperimento partecipativo in rete dove le persone convidono le loro memorie involontarie.
Sì, come quel sapore che inspiegabilmente e immediatamente ti ricorda la casa di tua zia, o quel vecchio spot televisivo che d’improvviso ti riporta all’adolescenza.
Foto o video, e parole: condividi la tua madeleine!
Nota: YouProust non ha nulla a che fare con YouTube, che noi amiamo.”

Se vi piace l’idea, fateci un giro e condividete.

Penso che l’unica cosa che mi salva da Twitter sia il fatto che non ho un Blackberry. Ma ci possiamo lavorare.

I went to London and all you got is this lousy post

novembre 15th, 2011 § 2 commenti

La paura di volare è iniziata esattamente ad agosto 2008, durante un viaggio di neanche un’ora di ritorno dalla Francia.

A settembre di quest’anno, tornando da Bruxelles mentre il sole sorgeva, mi sono resa conto che finalmente era finita. Ci ho messo tre anni a farmela passare e ho fatto tutto da sola, senza terapie né consumo di alcolici a bordo.

Non è di questo che volevo parlare in questo post, ma se non altro posso affermare con fierezza che dalle paure si esce soltanto passandoci prepotentemente in mezzo e facendosi anche un po’ di violenza. Nel mio caso, imponendomi di continuare a viaggiare in aereo, anche se ogni volta col cuore in gola.

Volevo invece parlare di Londra, che è stata buona con me e mi ha fatto trovare persino una domenica di sole.

Volevo parlare della casetta dei miei amici, per arrivare alla quale bisogna scendere alla fermata Abbey Road, e potete solo immaginare l’emozione.

E poi volevo parlare della gioia nell’incontrare gli altri due e di vederne l’infinita dolcezza e sentirmi, finalmente, partecipe della loro felicità.

E poi anche della mia guida d’eccezione  che mi ha portata in un quartiere bellissimo, anche se non era esattamente l’avanguardia della coolness (cit.).

E l’aperitivo da Google, che mi è sembrata una specie di grande mamma che non fa altro che darti da mangiare e offrirti da bere.

E poi lo spettacolo su Caravaggio, che mi ha fatto ricordare cose che avevo dimenticato di amare: la danza e, appunto, il Caravaggio, che mi aveva appassionata terribilmente e che poi, come tante altre cose, era stato riposto con cura nel cassetto dove tengo la mia adolescenza.

E poi la cattedrale di St Paul che fa subito Mary Poppins e le tende dell’occupazione rimaste davanti al piazzale. E il festival della New Age al quale sono stata convinta ad andare perché ci sono le creme e i prodotti per il corpo e in realtà c’erano quelli che ti fotografavano l’aura e gli Hare Krishna da cui si mangiavano dolcetti fritti e le letture dell’iride e dei polpastrelli, i massaggi cinesi e la più prosaica dimostrazione dell’uso di un frullatore che sembrava uscito dagli anni Ottanta.

E poi il lunedì mattina che ho passato a fare una delle cose che amo di più in assoluto, cioè girare da sola nei musei. E allora ho rivisto la National Gallery, ma soprattutto ho scoperto e adorato la National Portrait, dove ho visto questa mostra bellissima e non solo, anche John Cleese a testa in giù come un pipistrello e il faccione di Paul Mc Cartney  dipinto a olio  e i Blur a cartoni animati e tante altre cose.

Poi ci sarebbero anche la collanina con la rondine e la gabbietta, la rondine che è poi ricomparsa all’interno di un cappotto, il complimento più 2.0 che mi sia mai stato fatto (saresti un profilo twitter molto interessante), il primo brunch fatto in casa, la metro piena di facce buffe da guardare.

Alla fine, come in ogni viaggio che si rispetti, ho dovuto lasciarmi qualcosa da fare per la prossima volta: credeteci o no, quella strada, nonostante tutto, non l’ho ancora attraversata.

Melancholia

novembre 9th, 2011 § Lascia un commento

-Ecco che le candele sono accese, l’orchestra suona una musica dolce, la cupola protetta dal campo di forza si fa trasparente E sopra di noi appare visibile un cielo cupo e fosco, carico della luce livida di stelle antichissime dilatatesi fino a offrirci la visione di una favolosa apocalisse.

La musica sommessa dell’orchestra cessò del tutto, e la gente fissò sbalordita lo spettacolo che si presentava oltre la cupola.

Una luce mostruosa, orrenda, si rovesciò dall’alto sul pubblico.

Una luce abominevole.

Una luce terrificante, agghiacchiate,

Una luce che avrebbe potuto far sfigurare l’inferno.

L’Universo si stava avvicinando alla fine. (…)

-È fantastico però vedere come sia affollata questa sala –  disse – Non vi pare che sia fantastico? Sì, lo è. È fantastico che siate in tanti. Perché, vedete, io s che molti di voi vengono qui più e più volte, il che francamente lo trovo straordinario. Insomma, voi venite qui a vedere la fine di tutto, e poi tornate a casa, nelle rispettive epoche, e allevate figli, lottate per società migliori, combattete guerre terribili per cause che sapete giuste, fate tante e tante cose bellissime che ci danno motivo di sperare nel futuro. – Indicò il Caos cosmico fuori della cupola, e aggiunse: – Di sperare nel futuro, anche se noi sappiamo che non esiste un futuro…

ADAMS D., 2010, Ristorante al termine dell’Universo, p. 119 e p. 126, Milano, Oscar Mondadori, traduzione di Laura Serra

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